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    Home » Politica » L’addio di Schulz, una grana per i socialisti e un’opportunità per Verhofstadt

    L’addio di Schulz, una grana per i socialisti e un’opportunità per Verhofstadt

    Il Pse punta a mantenere al carica ma non ha un candidato di peso per provare a farcela e non vuole lasciarla ai popolari che ne avrebbero diritto per consuetudine. L'elezione del leader dei liberali potrebbe rappresentare una, seppur difficile, svolta di questa partita

    Alfonso Bianchi</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@AlfonsoBianchi" target="_blank">@AlfonsoBianchi</a> di Alfonso Bianchi @AlfonsoBianchi
    24 Novembre 2016
    in Politica
    Guy Verhofstadt e Martin Schulz - © European Union 2014 - source:EP

    Guy Verhofstadt e Martin Schulz - © European Union 2014 - source:EP

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    Bruxelles – La decisione di Martin Schulz di lasciare il Parlamento europeo per correre alle elezioni nazionali è una bella grana per i socialisti. Il gruppo puntava sulla popolarità del tedesco per ottenere uno strappo alla regola dell’alternanza tra i principali partiti politici alla testa dell’Assemblea comunitaria, e mantenere così un equilibrio istituzionale per non lasciare la leadership di tutte le istituzioni di Bruxelles in mano ai popolari. Fino a ieri il capogruppo Gianni Pittella ripeteva che Schulz era il candidato socialista e che gli S&D avrebbero voluto che restasse nel suo attuale ruolo. Ma la sua decisione, che era nell’aria già da un po’, ha spiazzato il gruppo che ora si trova con il problema di trovare un altro candidato all’altezza che possa riunire la maggioranza dei consensi della Plenaria, e non sarà semplice.

    I popolari, forti della consuetudine che dice che il posto spetta a loro, stanno già lavorando a un candidato, ma il capogruppo Manfred Weber, nel salutare Schulz, non ha fatto alcuna rivendicazione ed è sembrato aperto a discutere. Se i socialisti volessero davvero puntare allo scranno più alto ancora una volta, il candidato naturale sarebbe naturalmente Pittella che, proprio come Schulz nella scorsa legislatura, potrebbe fare il grande salto passando dalla guida del Gruppo a quella dell’intera Assemblea. L’esperienza istituzionale e i consensi non gli mancano, essendo stato l’unico eurodeputato eletto primo vicepresidente per due volte di seguito nella stessa legislatura, quella passata.

    Un altro possibile nome potrebbero essere il potente presidente della commissione Commercio internazionale, Bernd Lange, che però a suo svantaggio ha il fatto di essere un tedesco, e una sua eventuale candidatura non sarebbe un buon segnale da parte dei socialisti che chiedono di ridurre l’influenza di Berlino su Bruxelles. Oppure l’ambizioso Roberto Gualtieri, attualmente presidente della commissione forse più importante di Strasburgo, quella dei Problemi economici e monetari, ma il suo nome difficilmente potrebbe mettere d’accordo un numero sufficiente di deputati. Così come non sembrano nomi capaci di catalizzare grandi consensi i tre attuali vicepresidenti in quota S&D, la francese Sylvie Guillame, l’italiano David Sassoli né tanto meno il romeno Ioan Mircea Pașcu, scelto per sostituire in quel ruolo Corina Cretu quando quest’ultima fu chiamata da Juncker in Commissione europea.

    Un presidente del Parlamento europeo ha bisogno del consenso sia dei popolari che dei socialisti per ottenere la maggioranza richiesta, che è del 50% più uno nei primi tre scrutini, o nel quarto della maggioranza relativa tra i due più votati al terzo scrutinio. In questa partita potrebbe entrare allora il leader dei liberali Guy Verhofstadt. Il carisma a Verhofstadt non manca, e nemmeno il profilo istituzionale, essendo stato per nove anni premier del Belgio, un Paese piccolo sì, ma non certo semplice da governare viste le marcate divisioni interne. E un liberale alla guida di Strasburgo non sarebbe un unicum nella storia. In passato è già successo due volte, prima con Simone Veil, prima donna presidente del’Europarlamento, in carica dal 1979 al 1982, e poi con Pat Cox nel 2002. Certo il Parlamento europeo allora era molto diverso e i suoi poteri minori, ma in entrambi i casi l’elezione fu possibile grazie a un accordo tra popolari e socialisti, un accordo che potrebbe ripetersi.

    Anche qui le difficoltà però non sono poche perché, al di là di impedire appunto che i popolari abbiano tutti i leader Ue (cosa peraltro successa nella scorsa legislatura con Barroso senza alcuno scandalo), né il Ppe né i socialisti avrebbero molto da guadagnare da un’elezione di Verhofstadt. I socialisti perché al di là della negazione di un posto ai popolari non guadagnerebbero altro, anzi, perderebbero un credito nei loro confronti. I popolari perché dovrebbero ‘sopportare’ un leader certamente capace, ma con un profilo politico molto meno pacato e istituzionale, e che non gli ha mai risparmiato critiche, anche durissime, nel corso degli ultimi anni. Ma l’ipotesi è in campo, al Parlamento europeo è vista come concreta, per quanto difficile. La partita comunque è appena iniziata.

    Tags: Guy Verhofstadtmanfred webermartin Schulzparlamento europeoppePseS&D

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