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    Home » Non categorizzato » La crisi finanziaria, l’eredità di Obama e la presidenza Trump

    La crisi finanziaria, l’eredità di Obama e la presidenza Trump

    [di Giampaolo Conte] L’analisi della presidenza Obama è fondamentale per venire a capo delle cause e delle ragioni dell’elezione di Trump.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    8 Maggio 2017
    in Non categorizzato

    di Giampaolo Conte

    La storia della presidenza di Barack Obama, proprio come quella di Franklin D. Roosevelt negli anni ‘30, è stata caratterizzata dal costante tentativo di condurre gli Stati Uniti fuori da una profonda crisi economica e finanziaria. A differenza della Grande Depressione del 1929, la Grande Recessione del 2008 non fu causata da una crisi di sovrapproduzione, bensì da un’eccessiva liberalizzazione di servizi finanziari che hanno alimentato lo scoppio della bolla immobiliare attraverso la facile concessione di mutui subprime. Il lungo processo di deregolamentazione nonché un’irresponsabile ed eccessiva cartolarizzazione dei crediti sono stati solo alcuni dei fattori che hanno trascinato il mondo capitalista nella più dura e profonda crisi economica del XXI secolo. Alle prese con questo fardello, Barack Obama dovette non solo cercare di risollevare l’economia americana destreggiandosi tra i paladini della più rigida regolamentazione ed i falchi di Wall Street, ma anche guidare la comunità internazionale verso quella durevole e stabile ripresa alla base della centralità americana nell’economia mondiale.

    Il rapporto tra Obama e la crisi finanziaria è stato indubbiamente più lungo e complicato di quello immaginato nel 2008. Tenendo in considerazione quanto le alte aspettative riposte nel primo presidente afro-americano della storia degli Stati Uniti ne abbiano condizionato l’operato, i risultati ottenuti non possono considerarsi del tutto soddisfacenti. La volontà di Obama di far compiere al paese una sterzata verso politiche più progressiste si è scontrata contro un sistema insensibile a molte richieste di cambiamento, specialmente nel settore finanziario. Se le scelte del primo esecutivo del presidente possono essere viste come una passiva resistenza alle pratiche deprecabili di una parte di Wall Street, dobbiamo tener presente il ricorrente tentativo di Obama ad apparire credibile agli occhi non solo dei suoi elettori, ma di tutto quel sistema finanziario capace di influenzare profondamente l’economia del paese. Diversamente dalle aspettative, la scelta di sacrificare il programma ARRA (American Recovery and Reinvestment Act) per concedere liquidità alle banche anziché aiutare maggiormente le famiglie travolte dalla crisi dei mutui subprime si rivelò un pessimo investimento non solo per la ripresa dell’economia reale ma anche per il fallimento delle elezioni di mid-term (2010), capaci di far scendere dal piedistallo un presidente non più popolare come un tempo.

    Il Dodd-Frank Act, la più ampia riforma finanziaria dal Glass-Steagall Act del 1933, può essere considerata indubbiamente un successo del presidente, nonostante le difficoltà nell’applicare alcune norme palesemente in contrasto con gli interessi della finanza. Obama è riuscito così ad invertire quella rotta di deregolamentazione tracciata da Ronald Reagan negli anni ’80, aprendo la strada ad un processo di revisione mirato a riformare strutturalmente il sistema finanziario. L’ambizione del presidente è stata quella di voler rendere Wall Street funzionale a Main Street, e non viceversa.

    Nonostante vari tentativi mirati a minare le riforme in atto (specialmente da parte dell’opposizione repubblicana), Obama è riuscito a raddoppiare i posti di lavoro dal crack del 2008 aumentando le tasse sui redditi più alti di una percentuale pari al 6,5%: una buona notizia per combattere la crescente ineguaglianza di reddito a livello globale.

    Nel complesso il presidente ha portato a termine buone riforme riuscendo a rilanciare l’economia americana dopo una delle crisi economiche più profonde mai registrate dopo la Grande Depressione degli anni ’30. La capacità di scontentare i più conservatori, che lo accusavano di dirigismo, ed i più liberal, che chiedevano misure più decise in materia di regolamentazione, può significare che il presidente sia stato più incline a conservare lo status quo invece di operare una vera rivoluzione del sistema come le sue promesse ed il suo trascorso politico facevano intendere.

    La lunga battaglia combattuta dal presidente americano per raffreddare le spinte reazionarie provenienti dall’opposizione repubblicana non ha dato però i risultati sperati. L’incapacità comunicativa dell’esecutivo Obama di far ricordare all’elettorato americano che i costi sociali della crisi sono stati causa di una folle corsa alla deregolamentazione perpetrata dai suoi predecessori, ha fatto ricadere sul presidente la rabbia di quella classe media e operaia che più di tutti ha subito i contraccolpi nefasti dell’onda di depressione che ha colpito l’economia reale.

    L’eredità di rancore lasciata da Obama ha spianato la strada all’elezione di Donald Trump, capace di pescare a mani basse tra le paure e la rabbia di un popolo che si è sentito tradito dalla guida e dalle promesse dell’establishment: un facile capro espiatorio del proprio tracollo economico e sociale. L’indefinibile programma del nuovo presidente, capace di coniugare elementi keynesiani ma al contempo desideroso di strizzare l’occhio agli amici di Wall Street, non ha mancato di enfatizzare la volontà di liberare lo “spirito animale” del capitalismo americano dai vincoli imposti anche dall’amministrazione Obama. Questa apertura a favore dell’humus economico del paese, non è altro che il ritorno in auge del vecchio sistema del trickle-down (seguendo il pensiero di Joseph Stiglitz) secondo cui vantaggi fiscali per le fasce più abbienti porta conseguentemente ad un aumento dei benefici economici per tutti.

    L’esecutivo Trump, con l’avallo del Partito Repubblicano, sta così cercando di svuotare non solo il Dodd-Frank Act dalle norme più regolamentatrici, ma specialmente la Volcker Rule ed i suoi divieti speculativi. Il paradosso consiste nel fatto che la strategia del nuovo presidente sembra sempre più orientata ad aumentare, invece che a ridurre, le disuguaglianze sociali, nonostante la sua elezione trovi linfa dalla rabbia comune contro la crescente disparità di classe a vantaggio di un limitato numero di persone. L’analisi della presidenza Obama diventa così un imperativo per venire a capo delle cause e delle ragioni di questa nuova pagina di storia americana.

    Estratto da La dottrina Obama. La politica estera americana dalla crisi economica alla presidenza Trump, a cura di Paolo Wulzer, Textus, 2017.

    Tags: ObamaoneuroTrump

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