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    Home » Politica » La Brexit “destabilizza” le autonomie di Galles, Scozia e Irlanda del Nord

    La Brexit “destabilizza” le autonomie di Galles, Scozia e Irlanda del Nord

    Secondo uno studio del Parlamento europeo, non è chiaro come la sovranità ceduta da Londra all'Ue verrà redistribuita all'interno una volta riottenuta con l'addio ai 27, e il decentramento amministrativo e legislativo si basa su una convenzione non vincolante

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    5 Giugno 2017
    in Politica
    Dall'alto in basso: la bandiera del Regno Unito con davanti, nell'ordine, le bandiere degli Stati costitutivi di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord

    Dall'alto in basso: la bandiera del Regno Unito con davanti, nell'ordine, le bandiere degli Stati costitutivi di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord

    Bruxelles – Sono in molti a ritenere che l’addio del Regno Unito all’Unione europea sia una battaglia politica che si annuncia complessa e probabilmente piuttosto muscolare. Sono in molti, non a torto, a ritenere che l’uscita di Londra crei problemi durante e dopo il negoziato. Ma la vera sfida sembra essere in realtà principalmente interna. C’è tutto l’ordinamento e l’assetto politico-istituzionale britannico che rischia di innescare conflitti tra i Parlamenti e le Assemblee degli Stati costitutivi del Regno Unito, perché la Brexit avrà ripercussioni sul sistema di decentramento amministrativo e legislativo in essere. La vera partita politica, dunque, sembra giocarsi innanzitutto sul piano interno. La Brexit, rileva un’analisi del Parlamento europeo condotta per conto della commissione Affari costituzionali, “destabilizza” il sistema autonomistico britannico. Se è chiaro che abbandonando l’Ue il Regno Unito riotterrà quella sovranità ceduta in questi anni, non è chiaro come questa tornerà. Non si sa, in sostanza, come la sovranità riacquistata verrà ridistribuita internamente.

    La convenzione Sewel
    Oltre Manica il decentramento è regolato dalla convenzione Sewel (dal nome di Lord John Sewel, il ministro responsabile per legislazione di decentramento amministrativo scozzese), con cui nel 1999 è stata conferita autonomia alla Scozia. La convenzione stabilisce che il Parlamento di Westminster si impegna formalmente a non legiferare in quelle materie devolute a Edimburgo. La convenzione è stata poi estesa anche all’Irlanda del nord e, quando il Galles ha acquisito poteri legislativi, anche all’assemblea nazionale del gallese. La convenzione è stata inserita negli atti di devolution a favore di Scozia e Galles (Scotland Act e Wales Act) rispettivamente nel 2015 e nel 2016. Poi è venuto il referendum, che porta con sé i problemi del caso. In questo, di caso, va detto che se formalmente Londra si impegna a non legiferare in quelle materie devolute, sempre formalmente Londra mantiene il diritto di legiferare su tutte le questioni. Ed è proprio qui il nodo della convenzione, la cui applicazione e il cui rispetto sono piuttosto labili.

    I nodi giuridici
    Non c’è solo la devolution interna, c’è anche quelle di matrice comunitaria che ne deriva. Avendo riconosciuto autonomia agli Stati costitutivi, la legislazione comunitaria si applica direttamente a livello decentrato. Diverse competenze dell’Ue – tra cui agricoltura, pesca, politica ambientale, politica per le regioni – sono trasferite in gran parte o in tutto all’interno del Regno Unito, con le normative comunitarie che si applicano direttamente a livello decentrato. Sono le amministrazioni locali, e non governo e Parlamento di Londra, a essere responsabili per la trasposizione delle direttive europee nelle loro aree di competenza, e sono le Corti locali le responsabili per il divieto di azioni legislative ed esecutive in conflitto e in violazione con le normative europee, così come in violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Brexit, però, rischia di mettere in discussione tutto: il potere centrale potrebbe riprendersi competenze a scapito di quelli periferici.

    Le procedure di uscita dall’Ue hanno già messo a nudo gli equilibri precari del sistema britannico. La Corte suprema del Regno unito ha stabilito che il governo di Londra necessiti del via libera parlamentare prima di attivare l’articolo 50 dei Trattati e avviare le procedura di uscita dall’Ue. Scozia e Galles hanno chiesto allora che si tenga conto di Parlamento e Assemblea locali per quanto riguarda le aree oggetto di decentramento amministrativo e legislativo. Londra ha risposto sostenendo che la Brexit è materia di politica estera, e dunque esclusiva del Parlamento centrale. Non solo: ha ricordato che la convenzione Sewel non è vincolante. La Corte suprema ha dato ragione al potere centrale: la convenzione Sewel non è giuridicamente eseguibile, vale a dire che non c’è obbligo di applicarla. In prospettiva, dunque, si rischiano “serie ripercussioni”. Le indicazioni disponibili suggeriscono che il Great Repeal Act, l’atto con cui la legislazione Ue esistente viene incorporata in quella britannica, sarà soggetto del consenso parlamentare di Galles, Scozia e Gibilterra, con Westminster ad avere l’ultima parola solo per le materie riguardanti esclusivamente l’Inghilterra. Non è però chiaro cosa potrà accadere qualora Cardiff o Edimburgo dovessero negare il consenso. Nulla, giuridicamente parlando, data la natura non vincolante del decentramento attuato in Regno Unito. Politicamente, però, le conseguenze sono tutte da dimostrare.

    Questioni pratiche
    Non c’è solo il rompicapo giuridico dai risvolti politici ad attendere il Regno Unito. Ci sono anche questioni pratiche, anch’esse turbatrici dell’assetto domestico. Parlando di soldi, l’uscita del Regno Unito dall’Ue porrà il problema economico nella misura in cui le risorse messe da Londra per il finanziamento e il funzionamento dell’Unione europea torneranno nelle casse britanniche. La maggior parte del contributo britannico per l’Ue riguarda quelle competenze oggetto di devolution, in particolare sviluppo delle regioni, agricoltura e ricerca. Non è ancora chiaro come le risorse verranno redistribuite dal governo centrale all’interno del Paese. Stime del Parlamento europeo sembrano indicare in Inghilterra e Scozia contribuenti netti dell’Ue (mettono più soldi di quelli che ricevono da Bruxelles), mentre Galles e Irlanda del Nord sono beneficiari netti (ricevono più di quello che spendono). Londra saprà garantire altrettanto?

    E poi ancora c’è la questione delle competenze concorrenti, materie oggetto di decisioni centrali e locali. Il sostegno all’agricoltura spetta alle amministrazioni decentrate, ma non il commercio di prodotti agricoli, strettamente legato al sostegno del settore. Lo stesso discorso vale per la pesca: le attività costiere sono trasferite agli Stati costitutivi, ma con la Brexit occorrerà negoziare nuovi accordi internazionali in materia di pesca, e questo spetta a Londra. Ovviamente Galles, Scozia e Irlanda del Nord vorrebbero avere voce in capitolo.

    Il sistema di common law non aiuta
    La questione appare poco praticabile per un sistema di common law quale quello britannico. Si tratta di un ordinamento giuridico fondato sulle sentenze. E’ il pronunciamento delle corti a fare legge più dei codici. Un problema, riconosce il Parlamento europeo, perché non è possibile dare una risposta definitiva alla maggior parte delle domande relative a Brexit e decentramento proprio per via della mancanza di leggi scritte. Tutto si basa su precedenti, che non ci sono, e su convenzioni la cui lettura rischia però di essere fin troppo flessibile, come nel caso della convenzione Sewel.

    Tags: articolo 50brexitconvenzione SeweldecentramentodevolutionGallesIrlanda del nordscoziaue

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