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    Home » Non categorizzato » Non è l’Islam che spinge i giovani europei verso il terrorismo

    Non è l’Islam che spinge i giovani europei verso il terrorismo

    [ di Olivier Roy] Olivier Roy, uno dei migliori esperti francesi sul terrorismo islamico, racconta a Haaretz come gli assalitori come Salman Abedi a Manchester si trasformano in “nuovi radicali” che desiderano la morte.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    6 Giugno 2017
    in Non categorizzato

    di Olivier Roy

    Salman Abedi, il bomber suicida che ha ucciso 22 persone in un concerto a Manchester, ha avuto una vita abbastanza agiata rispetto ai genitori, fuggiti dalla Libia di Gheddafi ed in cerca di una nuova vita in Gran Bretagna. In realtà è stata questa specie di dislocazione ad averlo reso instabile due decenni dopo, commenta Olivier Roy, uno dei migliori esperti francesi sul terrorismo islamico.

    Secondo Roy, “il 60% di coloro che sostengono il jihadismo violento in Europa sono musulmani di seconda generazione, che hanno perso la loro connessione con il loro paese di origine e non sono riusciti ad integrarsi nelle società occidentali”.

    Essi sono soggetti ad un “processo di deculturizzazione” che li lascia ignoranti e staccati sia dalla società europea che da quella di origine. Il risultato, sostiene Roy, è un pericoloso “vuoto d’identità” in cui “cresce l’estremismo violento”.

    Nato in Inghilterra nel 1994, Abedi sarebbe stato successivamente attratto da un violento fondamentalismo dopo una vita vissuta in un limbo. Da una parte, ha cercato di riconnettersi con la Libia, dove ha viaggiato poco prima dell’attentato di Manchester, mentre dall’altro ha tentato di emulare gli stessi giovani britannici che ha ucciso.

    “A differenza delle seconde generazioni come Abedi, le terze generazioni sono normalmente meglio integrate in Occidente e non rappresentano più del 15% dei jihadisti di origine”, dice Roy. “I convertiti, che hanno anche un approccio all’Islam decontestualizzato da ogni cultura, rappresentano circa il 25% di coloro che sono preda di un violento fondamentalismo”.

    È un modello che può essere tracciato dalla seconda generazione di Khaled Kelkal – la prima jihad autoctona di origine francese nata nel 1995 – ai fratelli Kouachi che hanno attaccato la rivista satirica Charlie Hebdo a Parigi nel 2015. La regola si applica anche ai combattenti stranieri come Sabri Refla, il belga figlio di un padre marocchino e di una madre tunisina, partito per la Siria a 18 anni “dopo aver espropriato un Islam completamente sciolto dal nostro background”, racconta sua madre Saliha Ben Ali.

    Con poca conoscenza della religione o della cultura islamica, i giovani come Abedi si rivolgono al terrorismo con un “istinto suicida” ed “un fascino per la morte”, dice Roy. Questo elemento chiave è esemplificato dallo slogan jihadista, coniato da Osama bin Laden: “Noi amiamo la morte come tu ami la vita”.

    “La grande maggioranza dei jihadisti di al-Qaeda e dello Stato Islamico, incluso il responsabile dell’attacco a Manchester Abedi, commettono attacchi suicidi non perché abbia senso da un punto di vista strategico-militare o perché siano coerenti con il credo di Salafi”, dice Roy. “Questi attacchi non indeboliscono notevolmente il nemico, e l’Islam condanna l’autoimmolazione come interferenza con la volontà di Dio. Questi ragazzi cercano la morte come obiettivo finale in sé”.

    Nel suo recente libro Jihad and Death: The Global Appeal of Islamic State, Roy afferma che circa il 70% di questi giovani hanno una scarsa conoscenza dell’Islam e sono “radicali” prima di scegliere questa religione. Roy li definisce “i musulmani rinati (born again Muslims)” che conducevano vite libertine prima della loro improvvisa conversione al violento fondamentalismo.

    “È l’islamizzazione del radicalismo che dobbiamo indagare, non la radicalizzazione dell’Islam”, dice Roy, chiedendosi perché i giovani radicali scelgano l’Islam violento fondamentalista rispetto ad altri credi distruttivi per impegnarsi nel terrorismo.

    Questi “nuovi radicali” sposano la narrazione dello Stato Islamico poiché è l’unica radicale disponibile nel “mercato globale delle ideologie fondamentaliste”, dice Roy. “In passato sarebbero stati tracciati, ad esempio, per l’estremismo politico di sinistra.” La metà dei jihadisti violenti in Francia, Germania e Stati Uniti hanno anche precedenti penali per criminalità minima, proprio come Abedi, che sembra essere stato radicalizzato senza il coinvolgimento della moschea locale o della comunità religiosa, elemento che rispecchia i modelli del resto d’Europa.

    Secondo Roy, mentre l’ultraconservatore Islam salafista è certamente un problema – i suoi seguaci si oppongono ai valori fondamentali che sostengono una società occidentale tollerante e secolarizzata – non dovrebbe essere associato all’estremismo violento. Inoltre, valutando le origini di giovani uomini come Abedi, non si dovrebbe esagerare il ruolo del rilancio musulmano nel mondo in via di sviluppo, un filone politico che nutre l’eredità coloniale dell’Occidente e l’interventismo in Medio Oriente.

    “Se Abedi si fosse preoccupato per gli atti dell’imperialismo occidentale, avrebbe menzionato l’attacco britannico in Libia nel 2012, rendendo il suo un atto politico in un modo o nell’altro”, dice Roy.

    Abedi era molto coinvolto nella cultura giovanile britannica che attaccava, “si è ucciso come parte di quella società”, dice Roy dal suo ufficio a Firenze, dove è professore presso l’Istituto Universitario Europeo. “Se fosse stato imbevuto di cultura islamica e piegato verso l’ambizione di stabilire uno Stato Islamico in Medio Oriente, probabilmente non avrebbe conosciuto la cantante pop Ariana Grande”, osserva Roy, aggiungendo che “avrebbe invece viaggiato in Siria o Libia.”

    Se i commenti del ministro dell’interno francese Gérard Collomb sono confermati, Abedi si unirà alla lunga lista dei jihadisti che tornano in Europa dopo aver combattuto in Siria. Ma Roy nota anche alcune notizie positive: centinaia di foreign fighters provenienti dall’Europa cercano un ritorno sicuro, rifugiandosi presso le loro ambasciate in Turchia, secondo quanto riportato dalla stampa italiana.

    “Questo significa che non hanno gli istinti suicidi che caratterizzano i terroristi come Abedi”, dice Roy, anche se avverte che l’“egemonia del secolarismo” e il rifiuto di “tutte le forme di religiosità” in Occidente hanno creato un vuoto spirituale che può convertirsi in un terreno fertile per il fondamentalismo.

    Pubblicato su Haaretz il 4 giugno 2017. Traduzione di Esseblog. 

    Tags: IsisManchesteroneuroterrorismo

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