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    Home » Politica » Brexit, ecco punto per punto che cosa c’è nell’accordo di divorzio

    Brexit, ecco punto per punto che cosa c’è nell’accordo di divorzio

    Londra fa delle concessioni sul "conto" da pagare a Bruxelles e sui diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito, ma ottiene un rinvio sulla questione del confine in Irlanda

    Lorenzo Consoli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LorenzoConsoli" target="_blank">@LorenzoConsoli</a> di Lorenzo Consoli @LorenzoConsoli
    10 Dicembre 2017
    in Politica
    Jean-Claude Juncker e  Theresa May in conferenza stampa a Bruxelles dopo l'accordo

    Jean-Claude Juncker e Theresa May in conferenza stampa a Bruxelles dopo l'accordo

    Bruxelles – Molte concessioni sostanziali da parte di Londra su tutte e tre le questioni al centro delle trattative per l’accordo di divorzio fra Ue e Regno Unito (diritti dei cittadini, frontiera irlandese e conto da pagare per i britannici), ma anche un rinvio alla fase successiva dei negoziati per quanto riguarda la definizione, in dettaglio, del funzionamento e della portata di due delle soluzioni prospettate.

    Si può riassumere così la sostanza dell’accordo raggiunto nella notte fra giovedì e venerdì dalla premier britannica Theresa May con i vertici dell’Ue, e annunciato poi venerdì mattina a Bruxelles dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e dal negoziatore capo dell’Ue Michel Barnier.

    Rinvio per questione irlandese e meccanismo di tutela dei cittadini Ue nel Regno Unito

    Il rinvio alle fasi successive del negoziato riguarda in particolare il modo in cui sarà garantita, una volta che Londra avrà lasciato il Mercato unico europeo e la sua Unione doganale, l’assenza di una frontiera fisica al confine tra Nord Irlanda (pienamente integrata nel mercato interno britannico) e Repubblica d’Irlanda (integrata a sua volta nel Mercato unico Ue).

    Ma resta in sospeso, e sarà definita nel prosieguo dei negoziati, anche la definizione precisa del campo d’applicazione e delle funzioni che avrà la futura “autorità nazionale indipendente” britannica per la tutela dei diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito dopo il definitivo distacco dall’Ue, e che agirà in loro nome in eventuali controversie giuridiche con le corti britanniche.

    Concessioni di Londra sull’accordo finanziario

    Nell’accordo, Londra ha accettato di rispettare tutti i suoi impegni finanziari presi al momento dell’approvazione del quadro di bilancio pluriennale Ue 2014-2020. In pratica, da questo punto di vista, sarà come se il Regno Unito fosse ancora membro dell’Ue anche dopo la Brexit, e continuerà a contribuire ai bilanci annuali dell’Unione anche per il 2019 e per il 2020.

    I britannici dovranno poi continuare a pagare la loro quota di finanziamento dei fondi Ue anche per il completamento dei progetti già in essere al 2020 (è il saldo restante da liquidare, che tecnicamente può arrivare fino al 2023). Una fattura che alla fine, secondo quanto hanno stimato diverse fonti britanniche, potrebbe arrivare a 40-45 miliardi di euro in totale.

    La sola concessione che il Regno Unito sembra aver ottenuto dall’Ue, in questo capitolo, è che non dovrà pagare il costo del trasferimento delle due agenzie comunitarie indipendenti oggi ospitate da Londra: l’Ema (Agenzia de Farmaco)che andrà ad Amsterdam e l’Eba (Autorità bancaria) che andrà a Parigi.

    Concessioni britanniche sui diritti dei cittadini

    Uno dei maggiori scogli per l’accordo sulla tutela dei diritti dei cittadini Ue nel Regno Unito (e specularmente di quelli britannici nell’Ue) era la questione dei ricongiungimenti familiari. Ora l’accordo prevede, come volevano i negoziatori Ue, che i cittadini europei legalmente residenti in territorio britannico fino al momento della Brexit possano essere raggiunti dai propri familiari stretti, e che i loro diritti si estendano anche alle persone da loro sposate e ai loro figli nati o adottati successivamente alla Brexit. Il periodo di cinque anni di permanenza ininterrotta sul territorio del Regno Unito, necessario per i cittadini europei per ottenere la residenza permanente, potrà cominciare fino al giorno prima dell’uscita dall’Ue.

    La maggiore novità, e anche la maggiore concessione dell’Ue, in questo caso, riguarda la giurisdizione della Corte europea di Giustizia: l’accordo prevede, in buona sostanza, che la Corte Ue rimanga l’ultima istanza per l’interpretazione del diritto comunitario per la tutela dei diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito per otto anni a partire dalla Brexit, e che successivamente siano i tribunali britannici ad applicare una legge nazionale specifica, che nel frattempo sarà stata adottata dal parlamento di Londra.

    Inoltre, l’attuazione e applicazione nel Regno Unito delle disposizioni per la tutela dei cittadini Ue sarà monitorata da una nuova “autorità nazionale indipendente” che avrà compiti simili a quelli che la Commssione europea svolgerà nei riguardi dei cittadini britannici residenti nell’Ue. L’autorità indipendente avrà un ruolo attivo nel tutelare i cittadini Ue, anche con ricorsi a loro nome presso le corti britanniche.

    Frontiera irlandese, la quadratura del cerchio

    Per quanto riguarda la questione della frontiera “dura” fra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, che Londra assicura di non voler ristabilire – ma che appare quasi inevitabile se il Regno Unito si ostinerà a voler uscire non solo dall’Ue, ma anche al Mercato unico e dall’Unione doganale -, per ora i termini dell’accordo sembrano aver soddisfatto pienamente sia
    sia il primo ministro di Dublino, Leo Varadkar (“Abbiamo raggiunto – ha detto – tutto ciò che avevamo previsto di raggiungere nella fase uno. Abbiamo le assicurazioni e le garanzie di cui abbiamo bisogno dal Regno Unito”), sia Arlene Foster, la leader del Partito unionista nordirlandese, partner di governo della May.

    La Foster si era opposta duramente alla prima formulazione del tentativo di accordo del 4 dicembre, facendolo fallire. “L’Irlanda del Nord – aveva avvertito la leader unionista – deve lasciare la Ue negli stessi termini del resto del Regno Unito e non vogliamo accettare forme di divergenza nella regolamentazione dal resto del paese”.

    Varadkar, da parte sua, ha precisato che il suo paese sarà “vigile durante la fase due” dei negoziati, quando saranno definiti nel dettaglio i meccanismi della partecipazione contemporanea dell’Irlanda del Nord sia “all’economia globale dell’Isola” (che però è legata al mercato unico europeo) che al mercato interno del Regno Unito.

    Con un “escamotage” linguistico, l’accordo di venerdì (paragrafo 49) tiene insieme e garantisce condizioni apparentemente inconciliabili, prima rinviando la soluzione del problema irlandese all’accordo sulle future relazioni fra Londra e l’Ue, poi garantendo che, “se questo non sarà possibile, il Regno Unito proporrà soluzioni specifiche”, e successivamente assicurando che, “in assenza di soluzioni concordate, il Regno Unito manterrà un pieno allineamento con quelle regole del Mercato Unico europeo e dell’Unione doganale che, ora o in futuro, sostengono la cooperazione fra Nord e Sud (dell’Irlanda, ndr), l’economia globale dell’Isola e la tutela dell’Accordo del 1998” che mise fine alla guerra civile.

    Per tranquillizzare gli unionisti, inoltre, Londra afferma (paragrafo 50) che “in assenza di soluzioni concordate assicurerà che non siano sviluppate nuove barriere normative fra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito”, e che “in qualsiasi circostanza assicurerà l’accesso delle imprese dell’Irlanda del Nord al mercato interno del Regno Unito”.

    Le parti, infine, concordano (paragrafo 56) che il lavoro sulle specifiche questioni irlandesi “continuerà in una sezione distinta del negoziato riguardo agli accordi dettagliati richiesti” per mettere in pratica questi principi e impegni.

    Tra i negoziatori europei c’è un forte scetticismo sula questione irlandese, e sul fatto che possa davvero essere risolta se Londra resterà determinata a uscire dal mercato unico e dall’Unione doganale, oltre che dall’Ue. Una quadratura del cerchio, che dipende interamente dalla capacità di Londra di trovare soluzioni “inventive” che però non dovranno comportare alcun problema per l’integrità del mercato unico europeo.

    Via libera all’accordo di divorzio non scontato

    L’accordo di divorzio è ora allo studio dei governi dell’Ue dovranno dare il loro via libera alla riunione del Consiglio europeo a 27 di venerdì 15 dicembre a Bruxelles. Un via libera che oggi appare probabile, ma che non è né automatico né scontato, e che dovrà essere unanime.

    Molto dipenderà non tanto da come l’accordo verrà giudicato dal governo di Dublino, che lo ha già accolto favorevolmente, ma soprattutto da come lo valuteranno i paesi membri dell’Est, che sanno benissimo come l’avversione all’immigrazione nel Regno Unito dei loro concittadini sia stata una delle cause della vittoria dei “brexiter” al referendum.

    E se venerdì Leonard Orban, ex ministro ed ex commissario Ue attualmente “sherpa” della presidenza romena ha riferito che, secondo le valutazioni della Commissione europea, l’intesa di Bruxelles soddisfa “il 95-98 per cento delle richieste” di Bucarest, bisogna ricordare che sono sempre più imprevedibili le posizione di almeno due governi dell’Europa centro-orientale, quello ungherese e soprattutto quello polacco, da tempo in rotta di collisione, a causa del loro autoritarismo con la Commissione e con la presidenza del Consiglio europeo.

    C’è poi il problema della debolezza del governo di Theresa May: riuscirà a mantenere la propria maggioranza, sapendo quanto sono inaccettabili per i “brexiter” puri e duri le concessioni che ha fatto a Bruxelles, e che erano comunque inevitabili per avere questo primo accordo?

    Al via nuova fase negoziale, ma solo su periodo transitorio

    Di fatto, le fasi del negoziato non sono più due, ma tre, avendo Londra chiesto anche un accordo su un periodo transitorio di due anni, prima dell’uscita definitiva dall’Ue, dal suo mercato unico e dalla sia Unione doganale. Il 15 dicembre, quindi, in caso di approvazione unanime dell’accordo di divorzio, i Ventisette non avvieranno subito i negoziati sui rapporti futuri fra Regno Unito e Ue e in particolare sull’accordo commerciale, ma solo le trattative sull’accordo transitorio.

    Tusk ha già indicato, venerdì, quali dovrebbero essere le richieste dell’Ue per quest’accordo intermedio: che il Regno unito rispetti l’integralità del diritto Ue, inclusa la nuova legislazione introdotta nei due anni del periodo transitorio; che continui a rispettare gli impegni di bilancio e continui a essere sottoposto alla giurisdizione della Corte europea di Giustizia, e questo mentre le decisioni dell’Ue saranno prese a 27, senza la partecipazione di Londra.

    Inizio negoziati su relazioni future solo a marzo

    Per passare alle discussioni sulle relazioni future, insomma, bisognerà aspettare l’approvazione delle nuove linee negoziali specifiche da parte dei leader dell’Ue, probabilmente al Consiglio europeo di marzo.

    Lorenzo Consoli per Askanews

    Tags: brexitIrlandaRegno Unitounione europea

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