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    Home » Editoriali » Brexit, si resta in alto mare

    Brexit, si resta in alto mare

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    13 Dicembre 2017
    in Editoriali
    Brexit, negoziati, transitorio, Juncker May

    C’è una frase che viene ripetuta da tutti coloro che si occupano del dossier Brexit alla fine di un colloquio: “E comunque boh, chissà come andrà a finire”. Ci sono troppi elementi davvero incerti, non c’è un percorso indicato, un precedente al quale riferirsi; ci sono questioni sulle quali davvero nessuno sa che risposte dare.

    L’accordo dello scorso venerdì tra Jean-Claude Juncker e Theresa May è stato un tentativo disperato di dare una mano alla premier britannica a restare in sella e, cosa non meno importante, di dare ai mercati e agli altri Paesi del mondo l’impressione che non si sia all’empasse, che le cose procedono. Se dopo il rinvio dello scorso ottobre anche il Consiglio europeo di dicembre avesse dovuto ammettere che non ci sono progressi sufficienti per andare avanti nel negoziato tutto sarebbe crollato: credibilità dei negoziatori, un minimo di speranze per le imprese, qualche sicurezza per i cittadini. Le conseguenza spaventavano tutti, dunque si è fatta un’intesa, abborracciata e ancora una volta senza contenuti tangibili.

    In questa prima fase, che si vorrebbe dire conclusa con l’accordo Juncker/May, ma che non lo è affatto anche perché manca la scrittura giuridica di quell’accordo che è solo politico, il tema dei diritti dei cittadini è in fondo il più semplice, insieme a quello dell’accordo finanziario. Quello che non ha soluzione è invece il tema del confine irlandese, e basterebbe questo a dar ragione a coloro che dicono che non si arriverà mai ad un accordo per la Brexit.

    I diritti dei cittadini sono una cosa semplice tutto sommato, quando si tratta tra Paesi a democrazia avanzata. Dipendono solo dalla volontà politica di trovare un punto di intesa, che alla fine si potrà trovare, con soddisfazione più o meno di tutti. Ed in realtà il grosso è stato concordato. La parte principale rimasta aperta sono i ricongiungimenti familiari per le famiglie di cittadini europei residenti in GB che si formeranno dopo l’uscita di Londra dall’Unione. E’ il caso di un cittadino europeo residente in Gran Bretagna che ne sposa uno residente in un Paese dell’Unione. E’ un dettaglio che riguarda poche persone in sostanza, e i punti di partenza non sono così distanti.

    L’accordo finanziario, come tutte le questioni di soldi, anch’esso potrà arrivare. I conti sono facili: Londra deve pagare per i programmi in cui si è impegnata in questi anni di adesione all’Unione. Il contro preciso è difficile, ma siamo sui 45-50 miliardi. Anche qui, la cifra esatta dipenderà dalla volontà politica di trovarla, e certo non sono 5 miliardi in più o in meno a poter bloccare un processo di queste dimensioni.

    Il confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda è invece, in termini giuridici, un problema insolubile. In sostanza non è possibile che l’Unione europea abbia un confine con uno Stato che è fuori dal Mercato unico e dall’Unione doganale (per non ricordare Schengen) dove invece le regole di queste istituzioni restano valide. Semplicemente non si può, sarebbe una questione di concorrenza sleale verso altri Paesi terzi, di concorrenza sleale con altre Nazioni della Gran Bretagna come Scozia e Galles (e anche Londra, che non è una nazione ma pesa tanto) che hanno già contestato che l’Irlanda abbia un regime economico così più vantaggioso del loro.

    Tanti altri problemi si accumuleranno nei prossimi mesi, quando ad esempio si parlerà di come regolare il regime transitorio, i due anni dopo la Brexit che dovrebbero consentire una graduale e morbida uscita del Regno unito da Mercato unico e Unione europea. A gennaio la Commissione organizzerà dei “seminari” per affrontare i vari temi del periodo transitorio, a marzo i capi di governo dovrebbero approvare le linee negoziali, e già ad ottobre 2018, fra soli 10 mesi e mezzo tutto dovrebbe essere concordato, l’accordo definito in ogni dettaglio, compreso anche un accordo “politico” sui rapporti dopo la fine del periodo transitorio, per dare tempo al parlamento europeo e a quello britannico di ratificare il tutto entro marzo 2019.

    In politica se ne sono viste tante, ma questo scadenzario fa sorridere: considerando che siamo in alto mare, a parte qualche dettaglio, come sarà possibile risolvere tutti i problemi che si porranno (compresi quelli che oggi appaiono insolubili) per giunta avendo poi la certezza che Parlamento europeo e britannico diranno “sì” a tambur battente e senza modificare una virgola? Il tutto, ovviamente, al netto di possibili crisi politiche in Gran Bretagna, dove il governo appare molto traballante.

    Tags: brexitconsiglio europeojunckerMaynegoziati

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