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Di Maio e Salvini hanno chiuso il contratto. Entro lunedì il nome del premier al Colle

Di Maio e Salvini hanno chiuso il contratto. Entro lunedì il nome del premier al Colle

Serve ancora qualche limatura, ma l’intesa per un governo M5s-Lega è a un passo. I due leader chiuderanno il contratto da sottoporre ai rispettivi militanti entro domenica prima di presentarsi da Mattarella

Roma – “In serata chiudiamo il contratto”, parola di Luigi Di Maio. Il leader del Movimento 5 stelle, al termine di un lungo incontro con il suo omologo della Lega riferiva: “Io e Matteo Salvini abbiamo finito il lavoro. Entro stasera rivediamo le forme stilistiche e tecniche”. Revisione poi avvenuta. Il leghista si limita a un “bene, bene” per descrivere come sia andato il confronto. Ora che i contenuti sono definiti, nel fine settimana verranno sottoposti al giudizio dei militanti. Il M5s utilizzerà la piattaforma online Rousseau e informerà i cittadini sul programma con dei gazebo nelle città italiane. Altri gazebo saranno aperti anche dalla Lega, che li userà per la consultazione. Se l’esito sarà positivo, cosa data quasi per scontata, potrebbe essere già lunedì la giornata buona per la convocazione dei due leader al Quirinale, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che poi dovrà affidare l’incarico per la formazione del governo.

Rimane il nodo del nome per la presidenza del Consiglio. Gian Marco Centinaio, presidente dei senatori del Carroccio, riferiva ieri in Tv che l’indicazione ricadrà su “una figura di alto profilo indicata dai 5 stelle”. L’ipotesi che sia Di Maio a sedere a Palazzo Chigi non è tramontata, aveva decisamente ripreso corpo viste anche le significative concessioni che la Lega ha spuntato. In questo caso, Salvini potrebbe fare il vice premier e andare al Viminale per occuparsi personalmente dell’immigrazione, con il suo braccio destro Giancarlo Giorgetti sottosegretario alla presidenza.

Il leader leghista però, in serata, sbarrava la strada al capo politico petastellato: “Né io né Di Maio” a Palazzo Chigi. Veto che però andrebbe confermato davanti a Mattarella. Il punto è che, se la figura deve essere un politico, non può che ricadere sul capo di una delle due formazioni – entrambe sfornite di ‘alti profili’ riconoscibili anche a livello internazionale – e i pentastellati hanno quasi il doppio dei parlamentari leghisti. Senza contare che, quanto a riconoscibilità internazionale, Salvini può contare su un mandato da europarlamentare, nel quale però non si è distinto per capacità di dialogo e confronto diplomatico. Di Maio invece si è premurato, in campagna elettorale, di visitare le principali capitali, inclusa Washington, per accreditarsi proprio come interlocutore disponibile al dialogo. Nel caso non venisse individuato quel “nome di alto profilo” che il Colle si attende, dunque, non stupirebbe se il ‘niet’ di Salvini cadesse davanti al presidente .

Altri nomi che circolavano erano quelli di Alfonso Bonafede, deputato M5s indicato alla Giustizia nella squadra di governo presentata prima delle elezioni, e di Riccardo Fraccaro, anche lui componente di quel team e indicato ai Rapporti con il Parlamento. A parte l’alto profilo da costruire, se non altro per ragioni anagrafiche, lo stesso leader del Movimento ha archiviato queste ipotesi alla voce “retroscena giornalistici”, aggiungendo che a suo avviso “tutti i nomi usciti sono bruciati”.

Se il presidente del Consiglio è ancora un’incongnita, il “contratto per il governo del cambiamento” M5s-Lega ha ricevuto le ultime cure di registro “stilistico e tecnico”, che hanno portato anche alla cancellazione della proposta di scomputare dal rapporto debito/Pil i titoli sovrani dell’area euro acquistati dalla Bce. Ecco punti più rilevanti e le proposte relative ai rapporti con l’Unione europea.

Reddito di cittadinanza – Per istituire il reddito di cittadinanza, punto cardine del programma M5s, “saranno stanziati 17 miliardi annui”. Risorse che in parte verranno cercate avviando “un dialogo nelle sedi europee” per attingere al Fondo sociale europeo, facendo perno su una risoluzione del Parlamento europeo,  L’obbiettivo è realizzare “uno strumento di sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizione di bisogno”. La finalità è il reinserimento “nella vita sociale e lavorativa del Paese”. L’importo è “fissato in 780 euro mensili per persona singola, parametrato sulla base della scala Ocse per nuclei familiari più numerosi”. Potrebbe quindi anche superare i 1.600 euro. L’erogazione è condizionata a “un impegno attivo del beneficiario, che dovrà aderire alle offerte di lavoro provenienti dai centri dell’impiego”. La decadenza dal beneficio è prevista “in caso di rifiuto allo svolgimento dell’attività lavorativa richiesta”, dopo aver ricevuto 3 proposte entro due anni. Due miliardi di euro saranno poi utilizzati per la riforma dei centri per l’impiego. Prevista anche una “pensione di cittadinanza”. Consiste in una integrazione che porti a 780 euro mensili le pensioni che oggi sono al di sotto di quella soglia.

Flat tax – La riforma fiscale che va sotto il nome di Flat tax è uno dei punti che il tavolo tecnico ha rimandato ai due leader per l’accordo finale. La bozza licenziata prevede “due aliquote, al 15% e al 20%”, da applicare a “persone fisiche, partite Iva e famiglie”. Per queste ultime si prevede “una deduzione fissa di 3.000 euro sulla base del reddito familiare”. Per le Società l’aliquota fissa era del 15% prima del vaglio definitivo, ma nella versione finale vengono sottoposte agli stessi regimi delle persone fisiche. Il sistema di deduzioni dovrebbe “garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali”. È fatta salva la ‘no tax area’ per “non arrecare alcuno svantaggio alle classi a basso reddito”.

Pensioni – La riforma delle pensioni con uno “stop alla Legge Fornero” prevede 5 miliardi di euro “per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”, i cosiddetti ‘esodati’. “Fin da subito”, verrà attuata la proposta dei 5 stelle sulla ‘quota 100’, ovvero “la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100”. L’obiettivo finale, invece, è “di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti”. Un  ulteriore intervento riguarderà la  separazione tra previdenza e assistenza. La misura sperimentale ‘opzione donna’, che consente alle lavoratrici di andare in pensione con 57-58 anni di età e 35 di contributi, verrà prorogata “utilizzando le risorse disponibili”.

Immigrazione – Sul fronte immigrazione, occorre ridurre “la pressione dei flussi sulle frontiere esterne” e procede a “una verifica sulle attuali missioni europee nel Mediterraneo”. Nel mirino “le clausole che prevedono l’approdo delle navi” nei nostri porti italiani, “senza alcuna responsabilità condivisa dagli altri stati europei”. Le due forze che si apprestano a governare giudicano “necessario il superamento del regolamento di Dublino” sui richiedenti asilo. Bisogna stabilire “il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli Stati membri dell’Ue, in base a parametri oggettivi e quantificabili e con il reindirizzo delle domande di asilo verso altri Paesi”. Inoltre, “la  valutazione  dell’ammissibilità  delle  domande  di  protezione  internazionale  deve avvenire nei Paesi di origine o di transito, col supporto delle agenzie europee, in strutture che  garantiscano  la  piena  tutela  dei  diritti  umani”. Parallelamente si punta a “implementare  gli  accordi  bilaterali,  sia  da  parte  dell’Italia  sia  da  parte  dell’Unione europea” con i Paesi di origine e di transito, “in modo da rendere chiare e rapide le procedure di rimpatrio”. Per chi va rimpatriato, “circa 500mila migranti irregolari presenti sul nostro territorio”, si pensa a “sedi di permanenza temporanea” da realizzare uno in ogni Regione. In quelle strutture, “il trattenimento deve essere disposto per tutto il periodo necessario ad assicurare che l’allontanamento sia eseguito in un tempo massimo complessivo di diciotto mesi, in armonia con le disposizioni comunitarie”.

Deficit e debito – C’è l’assicurazione che “l’azione di governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico”, ma non con “ricette basate su tasse e austerità”, perché hanno fallito. La riduzione del rapporto tra debito e Prodotto interno lordo verrà perseguita con “la crescita del Pil, attraverso la ripartenza della domanda interna e con investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno al potere d’acquisto delle famiglie”. M5s e Lega proseguiranno la storica battaglia per “scorporare la spesa per investimenti pubblici dal deficit corrente in bilancio”. E c’è da scommettere che proseguiranno, probabilmente in modo anche più aspro, i duri confronti con la Commissione europea sui conti pubblici. Infatti, per finanziare le misure contenute nel contratto, M5s e Lega prevedono di ricorrere al “recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi”, ma anche alla “gestione del debito” e a “un appropriato e limitato ricorso al deficit”.

Governance economica – Il governo M5s-Lega sarà animato dallo “spirito di ritornare all’impostazione pre-Maastricht, in cui gli Stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà”. Quindi ritengono “necessario rivedere, insieme ai partner europei, l’impianto della governance economica europea”. La lista contempla “politica monetaria unica, Patto di stabilità e crescita, Fiscal compact, Mes, etc”.

Fiscal compact – L’ambizione del contratto si spinge a contemplare anche alcune proposte di modifica della Costituzione. Per non incorrere nell’errore dell’ultima riforma bocciata nel 2016, verranno presentate con provvedimenti separati. Tra gli emendamenti alla Carta che i 5 stelle e i leghisti si prefiggono di apportare figura “il superamento della regola dell’equilibrio di  bilancio, che rende oggettivamente impossibile un’efficace azione anticiclica dello Stato”. L’obbligo del pareggio di bilancio era stato inserito nel 2012, sotto il governo Monti, in recepimento del Fiscal compact. Anche su questo punto l’ultima decisione è stata affidata ai leader. Se venisse presentata un proposta del genere, in linea teorica avrebbe il consenso per essere approvata con una maggioranza superiore ai 2/3 (e quindi senza necessità di un referendum confermativo), visto che anche Forza Italia e il Pd di Matteo Renzi si sono sempre detti contrari al Patto di bilancio europeo e, nella passata legislatura, il Parlamento ha approvato una risoluzione che si oppone al recepimento del Fiscal compact nei trattati europei.

Iva e accise – La “premessa” del capitolo sul fisco contiene “l’intenzione di voler sterilizzare la clausole di salvaguardia che comportano l’aumento delle  aliquote Iva e delle accise”. Queste ultime andranno addirittura ridotte, eliminando “le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina” e con la “correzione  dell’extra tassazione sulle sigarette elettroniche”.

Budget Ue – L’esecutivo giallo-verde si pone di “ridiscutere il contributo italiano all’Ue in vista della programmazione settennale imminente, con l’obiettivo di renderla coerente con il presente contratto di governo”, si legge nel documento sottoscritto da Salvini e Di Maio.

Mercato unico – Per i due partner, “occorre attuare una correzione del funzionamento del mercato interno che tenga conto delle esigenze dei cittadini”. Gli obbiettivi sono descritti in un lungo elenco: “ridurre e semplificare il complesso sistema di regole” del Mercato interno; “debellare i fenomeni di dumping interno all’Unione; rendere prioritario il principio di precauzione per tutelare la salute  prima di ogni interesse economico; abbandonare ogni decisione di politica commerciale lesiva degli interessi delle piccole e medie imprese; puntare su sviluppo e innovazione, salvaguardando  al contempo le caratteristiche di alto livello degli standard produttivi europei e valorizzando la qualità delle nostre eccellenze; lottare contro la contraffazione, la violazione dei marchi e la circolazione del falso ‘Made in Italy’ (spesso equivocato con il ‘Made by Italy’) imponendo una vera indicazione di origine obbligatoria sui prodotti”.

Made in Italy – Il documento contiene un impegno a “difendere la sovranità alimentare dell’Italia e tutelare le eccellenze del Made in Italy”. Per mantenerlo, oltre a “condizionare le scelte all’interno della prossima riforma della Pac”, M5s e Lega ritengono necessario “un nuovo approccio europeo agli accordi di libero scambio con i paesi terzi”. Tratti come il Ceta siglato con il Canada, o il Ttip naufragato con gli Usa, andranno “necessariamente qualificati come misti dall’Ue”, e dunque sempre sottoposti a ratifica da parte degli Stati membri. Infine, è “prioritario, a tutela del  Made in  Italy, adottare un sistema di  etichettatura corretto e trasparente che garantisca una maggiore tutela dei consumatori”.

Ceta e Ttip – Sui trattati commerciali internazionali è una dichiarazione di guerra aperta. “Per quanto concerne Ceta, MESChina, TTIP e trattati di medesimo tenore”, scrivono le due forze politiche, “intendiamo opporci in tutte le sedi, in quanto determinano un eccessivo affievolimento della tutela dei diritti dei cittadini, oltre a una lesione della concorrenza virtuosa a scapito della sostenibilità del mercato interno”.

Direttiva Bolkestein – M5s e Lega sono stati vicini ad ambulanti e balneari nella loro battaglia contro il recepimento della direttiva Bolkestein, che impone di mettere a gara tutte le licenze pubbliche. Nel contratto di governo “ci  si  impegna  al  superamento  degli  effetti  pregiudizievoli  per  gli  interessi  nazionali derivanti dalla direttiva Bolkenstein.

Banca per gli investimenti – “È necessario prevedere una ‘Banca’ per gli investimenti, lo sviluppo dell’economia e delle imprese italiane utilizzando le strutture e le risorse già esistenti”, si legge nel documento stilato da M5s e Lega. L’istituto sarà regolato da  “un’apposita legge” e “deve usufruire  di una esplicita e diretta garanzia dello Stato, con conseguente facilità di reperire risorse per  attuare tutte le iniziative che intende intraprendere”. Agirà “sotto la supervisione di un organismo di controllo pubblico, nel quale siano presenti il ministero dell’Economia e il ministero dello Sviluppo economico”.

Agricoltura e pesca – Quello agricolo è “un sistema governato da politiche di settore ormai quasi di competenza esclusiva della Politica agricola comune (Pac)”, riconoscono i contraenti, ma “storicamente il Governo italiano è stato remissivo e rinunciatario in Europa” nel contrattare, accusano. Quindi promettono “una nuova presenza del Governo italiano a Bruxelles per riformare la Pac”. Ritengono “imprescindibile integrare le misure di sostegno all’agricoltura, in specie quelle di sviluppo rurale, con interventi” che perseguono “obiettivi di interesse generale, quali la tutela del paesaggio, la difesa degli assetti idrogeologici, la sicurezza alimentare”. Riguardo alle attività ittiche, la promessa è di “un concreto aiuto e un sostegno alla piccola pesca”. Bisogna poi “riconsiderare in sede europea i vincoli e le direttive impartite al settore (come  quelle  che  impongono  i  ‘fermi  pesca’  non  basati  su  criteri  oggettivi  ma  su valutazione di carattere burocratico) per meglio salvaguardare la pesca italiana”.

Democrazia nell’Ue – “Nell’attuale contesto e alla luce delle problematicità emerse negli ultimi anni, risulta necessaria una ridiscussione dei Trattati dell’Ue e del quadro normativo principale”. Parte da questa premessa il capitolo dedicato all’Unione europea. “Incrementare il livello di democrazia” grazie al “coinvolgimento e il controllo democratico dei cittadini rispetto alle istituzioni europee”, e “rafforzare il ruolo e i poteri del Parlamento europeo” sono ritenuti due aspetti essenziali per  la “legittimazione democratica diretta” del processo decisionale europeo. Al contempo è previsto un “depotenziamento degli organismi decisori privi di tale legittimazione”. Vanno poi promossi ulteriori “percorsi di coordinamento decisionale a livello europeo con la dimensione locale, garantendo un maggior coinvolgimento dei territori attraverso una rappresentanza effettiva delle Regioni”.  Si punta a “diminuire le competenze dell’Ue, riacquisendo quelle che non possono essere efficientemente gestite” a livello comunitario.

Coordinamento politico con l’Ue – “Al fine di poter rappresentare al meglio gli interessi italiani in ambito europeo, il Governo assicurerà un assetto compatto rispetto alle istituzioni e ai partner europei”, recita il paragrafo dedicato alle regole di gestione dei rapporti con l’Ue. Le posizioni da esprimere verranno quindi concordate “preventivamente e in maniera puntuale”, con una discussione che coinvolgerà “anche i rispettivi gruppi parlamentari”. Riguardo all’attività in sede di Consiglio, “le parti si scambiano le informazioni rilevanti e concordano tra loro le linee principali di azione”. Un coordinamento “indispensabile anche nei rapporti che si instaurano con la Commissione e con le altre istituzioni dell’Unione Europea”.

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