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    Home » Politica » ANALISI/ Brexit: gli effetti del “no deal” colpirebbero, non poco, anche l’Italia

    ANALISI/ Brexit: gli effetti del “no deal” colpirebbero, non poco, anche l’Italia

    Di Antonio Villafranca. Ciò che ci lega al futuro della Gran Bretagna è ben più consistente di quanto in genere si pensi e di quanto i dati sembrano mostrare. Motivo in più perché il governo italiano contribuisca a mantenere l'unità dell'Ue

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    13 Dicembre 2018
    in Politica

    In un periodo in cui i rapporti tra Roma e Bruxelles sono sempre più nel segno delle tensioni e delle contrapposizioni, la Brexit rappresenta un’eccezione. Il cambio di governo in Italia non ha modificato la posizione del nostro Paese sul tema, contribuendo così a una non scontata unità dell’Ue nel negoziato con la Gran Bretagna. Il risultato è stato il Consiglio europeo dello scorso 25 novembre, che con una seduta record di appena 30 minuti ha dato il proprio via libera all’accordo chiuso per l’Ue dal capo negoziatore Michel Barnier, a nome dei Ventisette Stati membri. Una prova di unità da parte dell’Unione che ha dato i suoi frutti: l’accordo chiuso con il governo May è schiacciato decisamente di più sulle posizioni europee che su quelle britanniche.

    Questa sostanziale linea di continuità tra l’Italia e le posizioni di Bruxelles sulla Brexit generalmente viene ricondotta alla constatazione che la Brexit non avrebbe comunque un grosso impatto sull’Italia e che quindi conta solo fino a un certo punto in termini di interesse nazionale. Non rientrerebbe quindi tra i temi più caldi e dirimenti per il governo e per il Paese in generale. Eppure le cose non stanno esattamente in questi termini.

    I numeri dell’export italiano
    Il legame che unisce Roma e Londra nell’ambito del comune (almeno finora) contesto dell’Unione europea è più stretto di quanto possa sembrare all’apparenza. A contribuire all’affermazione secondo cui in fondo Brexit non potrà sortire grandi effetti sull’Italia sta il fatto che verso Londra vengono indirizzate in fondo “solo” il 5% circa delle nostre esportazioni nel mondo, e che quindi anche l’impatto di una hard Brexit (ovvero una Brexit senza accordo finale) non potrebbe sconvolgere il nostro interscambio con l’estero. Ma si tratta di un dato che merita maggiore attenzione.

    Anzitutto, grazie a questo 5% la Gran Bretagna si posiziona al quarto posto, a pari merito con la Spagna, tra i mercati di destinazione delle nostre esportazioni, dopo Germania, Francia e Stati Uniti (che insieme raccolgono oltre il 35% dell’export italiano). Inoltre, il dato percentuale può raccontare una storia diversa se lo si legge in termini di valore in euro. Il 5% di un totale di beni esportati pari a 450 miliardi nel 2017 si traduce in circa 23 miliardi di euro. Se si considera che il nostro import da Londra ammonta a circa 12 miliardi, emerge un avanzo commerciale di 11 miliardi. Una cifra tutt’altro che irrisoria.

    Certo, si potrebbe a ragione sostenere che non bisogna esagerare sugli effetti della Brexit perché, anche nell’ipotesi in cui non si giungesse a un accordo tra Ue e Gran Bretagna entro marzo, i 23 miliardi di export non andrebbero totalmente in fumo. Ma subirebbero comunque un contraccolpo non indifferente. Per comprenderlo basti ricordare che a inizio 2016 ci si attendeva un aumento dell’export italiano verso la Gran Bretagna di circa il 5-6%. Dopo il referendum di giugno 2016 che ha visto prevalere il “Leave” sul “Remain”, la percentuale si è fermata sullo 0%, per poi raggiungere il 3% solo nel 2017. Un anno, quest’ultimo, in cui però si è registrato un boom delle nostre esportazioni nel mondo, con un incremento di oltre il 7%. Il rallentamento dell’economia britannica e la debolezza della sterlina hanno quindi avuto un impatto significativo.

    L’impatto sull’industria
    Inoltre, vale la pena di disaggregare l’effetto del potenziale calo delle nostre esportazioni verso Londra a livello settoriale, visto che circa il 40% di queste sono concentrate in alcuni settori quali la meccanica strumentale, i mezzi di trasporto e l’agroalimentare. Gli effetti su questi settori sarebbero dunque proporzionalmente più rilevanti che in altri, tanto più se la Brexit avvenisse senza un accordo finale. In questo caso peraltro si applicherebbero i dazi previsti dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) che, secondo stime della Banca d’Italia, si tradurrebbero in dazi medi del 5% sul nostro export verso Londra, ma che sarebbero vicini o addirittura superiori al 10% per alcuni settori (tessile e abbigliamento, agroalimentare e automotive).

    Anche quando si guarda agli investimenti diretti esteri (Ide) si tende a sottovalutare l’effetto di una hard Brexit sull’Italia. In effetti, il nostro Paese è destinatario di relativamente pochi Ide (il 18,7% del nostro Pil, contro il 46,7% della media Ue nel 2016) e quindi anche una riduzione di quelli dalla Gran Bretagna non dovrebbe sortire grossi effetti. Probabilmente sarebbe così, ma ancora una volta non necessariamente, se si disaggregano i dati; si tratta infatti di investimenti con forte concentrazione a livello settoriale (manifatturiero, Ict e commercio all’ingrosso) e geografico, con alcune regioni – a partire dalla Lombardia, e dal milanese in particolare – che risulterebbero particolarmente colpite.

    Un ulteriore effetto negativo della Brexit sull’Italia potrebbe non essere legato all’ambito strettamente commerciale e degli Ide. A pesare in misura considerevole sulle finanze dello Stato sarebbe infatti il probabile aumento dello spread. In un momento in cui il nostro differenziale sugli interessi è già molto alto, un elemento di ulteriore instabilità in Europa, soprattutto nel caso di una hard Brexit, giocherebbe decisamente a sfavore dell’Italia.

    Non solo economia: gli svantaggi politici 
    Più in generale, l’uscita di Londra dall’Ue non è una buona notizia per l’Italia per motivi che vanno ben oltre l’aspetto meramente numerico. Ad esempio, più spesso di quanto non si creda, nei 45 anni della sua adesione all’Ue, Londra ha fatto sponda con Roma in chiave anti-asse Parigi-Berlino e ha favorito quell’attenzione alla competitività e alle liberalizzazioni che ha fatto decisamente bene al nostro Paese. Per non parlare degli effetti di una Ue senza Londra in termini di politica estera e sicurezza dell’Unione.

    Ciò che lega l’Italia al futuro della Gran Bretagna è ben più consistente di quanto in genere si pensi e di quanto i dati sembrano mostrare. Motivo in più perché il governo italiano contribuisca a mantenere l’unità dell’Ue nel prossimo Consiglio e negli ultimi mesi che precedono la Brexit, ma dando il suo contributo perché le difficoltà – soprattutto da parte britannica – non si traducano il prossimo marzo in una hard Brexit che non converrebbe a nessuno, Italia compresa.

    Di Antonio Villafranca per l’Osservatorio Iai/Ispi sulla politica estera italiana.

    Tags: Antonio VillafrancabrexitcostiexportitaliaOsservatorio Iai/Ispipolitica estera

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