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INTERVENTO/ L'Europa deve inventare un nuovo modo per comunicare sé stessa
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INTERVENTO/ L'Europa deve inventare un nuovo modo per comunicare sé stessa

Di Francesco Colonnese. La parziale sfiducia nei confronti delle Istituzioni Europee a ben vedere può anche essere attribuita a strategie comunicative dimostratesi, negli anni, poco efficaci

Se ognuno di noi chiedesse al primo passante incontrato per strada la differenza tra Consiglio Europeo, Consiglio d’Europa e Consiglio dell’Unione Europea, probabilmente il malcapitato, nel rispondere, si troverebbe in grosse difficoltà. E come dargli torto? La parziale sfiducia nei confronti delle Istituzioni Europee, oltre a ragioni socio-economiche, a ben vedere può anche essere attribuita a strategie comunicative dimostratesi, negli anni, poco efficaci.

Tralasciando per il momento valutazioni in tema di Hard Brexit e No Deal, individuare un nuovo modus operandi, che permetta all’Europa di implementare concretamente la comunicazione (di sé stessa) verso i cittadini, appare oggi più che mai prioritario. Non di rado, si ha l’impressione che il linguaggio utilizzato dall’UE nella diffusione delle proprie policy sia eccessivamente da “addetti ai lavori”, nonostante le politiche comunitarie abbiano come fruitore finale, nella maggior parte dei casi, gente comune.

Perché, dunque, non immaginare un piano di divulgazione più basic? Chiunque abbia esperienza nell’ambito del marketing sa che il linguaggio deve mutare in base al target dei soggetti cui viene indirizzato: l’UE è costituita solo in piccola parte da dirigenti, funzionari, accademici e giornalisti, mentre la stragrande maggioranza della popolazione si caratterizza per profili più “umili”. I responsabili della comunicazione dell’UE potrebbero investire tempo e maggiori risorse nel ripensare i tradizionali schemi comunicativi: l’Europa, ad esempio, non dovrebbe più essere divulgata in ambito accademico (e non solo) attraverso delle slide a sfondo blu (colore freddo n.d.r.) intrise di riferimenti normativi e terminologie settoriali, ma andrebbero incentivati con coraggio nuovi messaggi e soprattutto nuovi strumenti per veicolarli.

Oltre ad avere delle radici storiche comuni (tramandate a caro prezzo), l’Europa conserva un nucleo di identità condivisa tra i popoli che la compongono, legami culturali tanto fertili quanto inesplorati. La UEFA Champions League, la Monna Lisa, gli U2, Beethoven, la pizza, il Don Quijote, la polis, Dante, Eurovision cosa rappresentano se non lo spirito europeo più condivisibile e profondo esistente? Perché allora non insistere in questa direzione? Perché non rivitalizzare terreni di condivisione culturale comuni oltre alle strategie intergovernative auspicate dalla classe dirigente? Il dubbio di dover archiviare questi temi come una componente tanto enfatica quanto banale dell’identità europea si avverte ed è pungente; riflettendoci, tuttavia, dobbiamo ammettere che la Champions League ci accomuna più di tante policy perché in essa non troviamo solo “il pallone” ed i commenti al bar ma anche lo sport, il rispetto “respect”, il gioco di squadra, la lealtà, la voglia di raggiungere gli obiettivi “goals”, le tifoserie che si muovono nello Spazio Schenghen e che viaggiano nelle capitali europee alimentando, di fatto, il Mercato Comune. Allo stesso modo, la pizza non è solo business o cibo: è il km 0, la PAC, la dieta mediterranea, il rispetto dell’ambiente.

In sintesi, tutti i princìpi cardine ed i valori fondanti dell’Unione Europea potrebbero venire veicolati in maniera più efficace se, al posto di semplici e per certi versi asettiche, sigle e cronache storiche, venissero riproposti (sistematicamente e strutturalmente) modelli più “sentiti” e stimati dai cittadini. Ad ogni buon conto, risulterebbe mistificatorio e poco serio immaginare di risolvere, ad esempio, l’attuale crisi diplomatica tra Italia e Francia con un aperitivo post-office. Ve li immaginate Conte, Di Maio e Salvini a condividere una birra con i transalpini Macron, Castaner e Philippe? Si potrebbe facilmente fantasticare sui tranelli diplomatici celati dietro un semplice ordine all’oste: tre Nastro Azzurro da una parte (poco importa che la Peroni faccia capo all’Asahi Brewiers di Tokio) e tre Biere du Demon dall’altra, mentre Juncker e Tusk su Whatsapp suggeriscono freneticamente di optare per una belga (e come dar torto anche a loro?). Per non parlare del campo minato (altro che Alitalia) in cui potrebbero incorrere i leader che provano a rompere ghiaccio parlando di calcio: il Prèsident de la Rèpublique che mostra spavaldo le foto con Mbappè e la coppa del mondo da campione in pectore, Salvini beffardo pronto a ricordargli come è andata a finire a Berlino, Di Maio lesto a centrocampo nel punzecchiare su Zidane e Materazzi, il Presidente Conte l’unico a giocare un po’ in difesa.

Effettivamente non sarebbe una grande idea tentare di risolvere le crisi come si faceva in Erasmus. Superate queste evocative congetture da fanta-politica, non bisogna neanche correre il rischio di dimenticare che la storia e le relazioni internazionali sono fatte, oltre che di sostanza, anche di forma e (nella contemporaneità più che in passato) di “immagine”. Churchill che fuma il sigaro a Yalta accanto ad un claudicante Roosevelt con la sigaretta in mano e ad un Josif Stalin a suo agio ma stranamente senza pipa, il Primo Ministro Israeliano Rabin che stringe la mano ad Arafat nell’abbraccio di Clinton durante gli accordi di Oslo del ’93, gli hand-shake di Kim Jong-un a marzo e giugno con Moon Jae-in e Donald Trump: forse non saranno esempi di eccelse negoziazioni dal punto di vista tecnico (anche perché di quelle se ne sono sempre occupati gli esperti, dietro le quinte), ma questi momenti si sono dimostrati ugualmente fondamentali nell’indirizzare mercati ed investimenti.

Come dimostra l’attuale crisi diplomatica italo-francese, la comunicazione in politica conta oggi più di ieri e non è solo “uno dei temi”: è essa stessa il tema. Il più grande insegnamento che la Generazione Erasmus regala all’Europa che verrà è l’inserimento della condivisione umana al primo punto dell’agenda politica. Un’integrazione europea realmente compiuta non può che passare da un’integrazione culturale altrettanto completa. L’impero di “Cindia” conta 2,7 miliardi di persone, le leadership di Putin e Trump si somigliano sempre di più: probabilmente, nel Vecchio Continente è giunto il momento di fare “squadra”, e non solo in senso figurato.

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