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    Home » Editoriali » Amati colleghi di Radio Radicale, scusate il ritardo

    Amati colleghi di Radio Radicale, scusate il ritardo

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    27 Febbraio 2019
    in Editoriali

    Siamo talmente preoccupati per il destino di Radio Radicale e talmente pieni di informazioni sul dibattito che la riguarda, che non ci siamo resi conto prima di oggi che ogni voce a difesa del futuro di questa realtà è utile allo scopo di salvarne l’esistenza. O, nella peggiore delle ipotesi, è utile a fare molto rumore, tutto il rumore possibile, in caso di esito contrario.

    C’è una questione di fondo, che è stata affrontata nel dibattito promosso dalla Radio e dai radicali, che però non trova la meritata considerazione da parte del governo e forse più in generale dalla politica. I tagli all’editoria così come sono stati concepiti (taglio e basta, nessun piano di rilancio, nessun ammodernamento del sistema, nessuna attenzione alle esigenze democratiche dei cittadini) sono da condannare (in via incidentale sottolineiamo che non lo diciamo per interesse nostro, Eunews non ha mai avuto, né chiesto per altro, un soldo di finanziamento pubblico). Ma non è questa la base giuridica per tagliare anche i fondi a Radio Radicale.

    Questa Radio svolge, certamente, una funzione editoriale: ha giornalisti, fa servizi, interviste, inchieste, rubriche. Ma chi la ascolta durante il giorno si rende facilmente conto che gran parte della programmazione è puro servizio pubblico non giornalistico, ed è questo il ruolo fondamentale che Radio radicale svolge per i cittadini, per la democrazia italiana. Trasmettere, senza commenti, una seduta del CSM, o un processo, o un evento pubblico, portando queste cose nelle case degli italiani, in Italia e all’estero è servizio pubblico, non è attività editoriale come pubblicare un giornale. E dunque che c’entrano i tagli all’editoria con i tagli a Radio Radicale? Per questo lavoro vengono erogati i finanziamenti, non per un “giornale”, benché tra chi lavora lì ci siano tanti, ottimi, giornalisti.

    Più corretto sarebbe stato magari, nel pur perverso piano di tagli all’editoria, mettersi a fare i conti di quanta parte dei soldi trasferiti alla Radio riguardino il servizio pubblico e quanti l’attività puramente giornalistica, e discutere di tagli proporzionali, che garantissero la continuazione del servizio pubblico e magari lasciassero, come ama dire il presidente del Consiglio “al mercato” la parte giornalistica.

    Il servizio pubblico svolto da Radio Radicale non lo svolge nessun altro, e si tratta di un bene essenziale che uno Stato deve garantire ai suoi cittadini. Se vuole permettere che siano informati, e su questo cominciamo ad avere seri dubbi.

    Tags: finanziamentiradio radicaleservizio pubblico

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