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    Home » Politica » Un nuovo schiaffo a May dal Parlamento, ma lei rilancia

    Un nuovo schiaffo a May dal Parlamento, ma lei rilancia

    Il governo è stato ancora battuto, ma la premier continua a lavorare per un terzo voto sull'accordo che ha firmato con Bruxelles. Giovedì una nuova seduta ad altissima tensione

    Lena Pavese di Lena Pavese
    13 Marzo 2019
    in Politica

    Bruxelles – Si è votato, si è rivotato, e ne è uscito che essere umiliata per Theresa May è oramai pratica quotidiana. Qualsiasi proposta faccia sul tema della Brexit viene, oramai regolarmente, fatta carta straccia e calpestata dai suoi stessi parlamentari. Ma lei va avanti a testa bassa perché nessuno le contesta il posto e nessuno ha forti idee alternative, e lei va avanti resistendo a tutto con l’obiettivo di portare il Parlamento ad un terzo voto sull’accordo che ha siglato con l’Unione europea, perché secondo May questa è l’unica strada per avere la Brexit ed averla con un minimo di ordine, che non travolga il sistema economico e sociale del suo Paese.

    Ieri sera si è svolta una serie di drammatiche votazioni alla Camera dei comuni, tutte assolutamente senza senso pratico, contestate nel loro stesso valore legale da molti parlamentari brexiters, in una delle quali il governo è stato battuto. E non è stato un dettaglio: si votava una cosa contenuta in una proposta di Downing street, e su quella cosa il governo è andato sotto in un emendamento che di fatto ha stravolto il testo, che resta, però, un testo del governo…

    Cambiando le carte in tavola durante la giornata, May ieri ha cancellato la libertà di voto sulla richiesta di proroga dell’articolo 50 del Trattato Ue (in sostanza un rinvio dell’uscita dall’Ue) che essa stessa aveva annunciato solennemente in Aula martedì sera ed ha presentato un suo testo che proponeva che non ci potesse essere una Brexit senza accordo fino al 29 marzo (ma non vincolava in caso di una proroga dei negoziati). A questa proposta è stato proposto un emendamento che diceva che no, non ci può essere Brexit senza accordo anche se si va oltre il 29 marzo. Il governo è andato sotto di 4 voti, ha perso 308 a 312, e la differenza l’anno fatta non solo alcuni deputati conservatori, ma anche quattro membri del governo che si sono astenuti. Una di questi, la ministra del Lavoro Sarah Newton, si è dimessa subito dopo.

    Poi c’è stato un altro voto su un altro emendamento di provenienza parlamentare che chiedeva una proroga dei negoziati al 22 maggio, ma è stato bocciato ed infine la proposta del governo, che però era stata stravolta, è passata con una maggioranza di 43: 321 a favore e 278 contro.

    Cosa è successo? Nessuno riesce a spiegarlo, anche perché il voto contro il no-deal è senza senso, perché quando arriverà la data di uscita se non ci sarà un accordo l’uscita ci sarà comunque, non è una decisione unilaterale di Londra. A meno che il governo non ritiri l’articlo 50 e cancelli del tutto la Brexit. Ma il Regno Unito non può decidere, unilateralmente, di uscire quando e come vuole.

    Da quanto è emerso questa sera domani si torna tutti in Aula per votare sulla proposta del governo di chiedere all’Unione europea un proroga dell’articolo 50 fino al 30 giugno ma solo se il Parlamento approverà un accordo entro il 20 marzo, la prossima settimana. A Bruxelles è stato chiarito più volte che per concedere un rinvio ci vogliono solide ragioni (preparazione ad un’uscita senza accordo, approvazione dell’accordo con un rinvio ‘tecnico’, nuove elezioni o un referendum) che giustifichino la necessità di più tempo, e certo se un accordo (che poi c’è ne è uno solo sul tavolo, quello di May) fosse approvato questa sarebbe una ragione sufficiente.

    May in Aula dopo il voto ha ripetuto che comunque sia il rischio di un’uscita senza accordo resta concreto, ricordando però che c’è sempre il suo accordo sul tavolo. Tra l’altro la legge sulla Brexit non impedisce una situazione di no-deal, e secondo alcuni deputati brexiters la mozione approvata questa sera ha un valore legale minore, non essendo una legge. Ma in quelle stesse fila già questa sera c’è qualcuno che, in cambio di ennesimi “chiarimenti” si sta spostando vero un “sì”.

    Se May viene umiliata va detto che non è che dall’altra parte ci siano dei vincitori, non è che ci siano piani alternativi che stanno guadagnando terreno. La distruzione funziona, la costruzione è molto più complessa. E May, bene o male, un piano ce l’ha. Certo, se riuscirà a farlo passare per una manciata di voti, per disperazione, non sarà il solido nuovo inizio per il regno che aveva promesso ai suoi cittadini due anni fa.

    Tags: accordobrexitCamera dei ComunimozionerinvioTheresa May

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