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    Home » Politica » Perché serve una memoria europea

    Perché serve una memoria europea

    Se il Trattato di Roma viene usato à la carte come un menu qualsiasi, viene da chiedersi se ha senso crederci ancora o se non è meglio tenersi l’euro, il mercato unico e l’Erasmus ben stretti e riporre per sempre nello scaffale della storia il Manifesto di Ventotene e tutte le altre bibbie federaliste

    Roberto Sommella</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@SommellaRoberto" target="_blank">@SommellaRoberto</a> di Roberto Sommella @SommellaRoberto
    30 Marzo 2019
    in Politica

    Ventotene tappa della memoria. Come Auschwitz. Come la Normandia. Se davvero la Scuola Europea di Varese aggiungerà come viaggio formativo per i suoi studenti anche quello nell’isola del Manifesto, avremo compiuto un piccolo grande passo che va oltre il simbolismo e ogni cosa sarà possibile. Anche arrivare un domani a firmare la Costituzione Europea in questo piccolo lembo di terra del Tirreno. D’altronde Maastricht chi la conosceva prima del Trattato? Oggi è un polo importante di studio del diritto comunitario e molti ragazzi italiani vanno lì a cercare una specializzazione che gli valga un passaporto per l’Europa. Ma i simboli non bastano se non si ha una storia e appunto una memoria condivisa.

    Per questo, iniziative come la Scuola d’Europa a Ventotene, promosse della Nuova Europa sono solo un piccolo seme piantato nella terra incognita del futuro del nostro continente. Ma possono dare frutti magari inaspettati, perché provano a costruire – insieme ad altri amici intervenuti quali Andrea Patroni Griffi, Gabriele Panizzi, Pier Virgilio Dastoli e Gerardo Santomauro – una narrazione diversa dell’Europa, più madre e meno matrigna. In fondo sappiamo tutti che ne abbiamo un gran bisogno. E lo sanno anche i giovani. I fatti più recenti sono lì a dimostrarlo.

    Prendiamo la Brexit senza fine di cui abbiamo parlato in questo week end nella Scuola intitolata a Spinelli nell’isola pontina insieme a cinquanta ragazzi provenienti da diversi licei italiani (il Mamiani e il Montale di Roma, lo Chateaubriand, il Cutelli di Catania, la rete  delle Scuole superiori di Molfetta e la Scuola della Commissione europea di Varese). In quel caso i britannici sembrano aver perso l’esercizio della memoria breve quanto di quella storica.

    Nel primo caso per averne prova basta andare alla pagina undici della brochure che il governo di David Cameron consegnò a tutti i suoi cittadini per convincerli a votare Remain. C’era scritto a chiare lettere che su una sterlina di tasse pagate dai sudditi della Regina solo un penny andava all’Unione Europea, che tre milioni di lavoratori dipendevano dall’export verso il continente e che in caso di Brexit si sarebbe entrati in un  decennio di incertezza. Caos in cui è invece puntualmente sprofondata la Gran Bretagna, a quasi tre anni dalla vittoria del Leave al referendum del giugno 2016 e ad un passo da un’uscita senza accordo con Bruxelles e senza ragione. Quanti britannici hanno davvero letto e ricordano quell’opuscolo? E quanti invece si sono lasciati suggestionare dalla campagna fatta sui social media senza alcun supporto numerico oppure hanno votato ignorando dove fosse Bruxelles? Questa perdita della memoria fa ancora più paura se andiamo ancora più indietro nel tempo.

    In un celebre discorso nel 1946 a Zurigo Winston Churchill, il guerriero che si fece uomo di pace, indicò lo spirito che si doveva perseguire subito dopo la seconda guerra mondiale. ‘’Per evitare che tornino le epoche buie c’è un rimedio. E qual è questo rimedio sovrano?’’, si chiese. ‘’Esso consiste nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei, o in quanto più di essa possiamo ricostituire, e nel dotarla di una struttura che le permetta di vivere in pace, in sicurezza e in libertà. Dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa. Solo in questo modo centinaia di milioni di lavoratori saranno in grado di riconquistare le semplici gioie e le speranze che rendono la vita degna di essere vissuta. Il procedimento è semplice. Tutto ciò che occorre è che centinaia di milioni di uomini e donne decidano di fare il bene invece del male e di meritare come ricompensa di essere benedetti invece che maledetti’’. Sembrava impossibile, ma così è stato.

    Si può dire che oggi 500 milioni di europei e soprattutto i loro governi, stanno lavorando nella stessa direzione? L’Unione di oggi sembra l’Unione delle libertà, dove a parole tutti sono europeisti ma nei fatti la voglia di tornare agli Stati nazione e ai campioni industriali è tanta. La Gran Bretagna vuole uscire dall’Ue ma alle sue condizioni. La Germania ha piegato i Pigs, ci ha guadagnato dalla dittatura dello spread e persino dal QE e dal salvataggio della Grecia, ma ora che c’è da puntellare la sua prima banca, bypassa il bail in imposto invece all’Italia per piccoli istituti di credito e crea un nuovo polo Commerz-Deutsche Bank a trazione addirittura pubblica. Il copione dell’Unione delle Libertà va avanti con la Francia, europeista a parole con Emmanuel Macron ma fortemente nazionalista nei fatti e una larga parte dei paesi dell’Est che si mostrano sempre più allergici ai diritti ma non certo all’incasso dei lauti fondi comunitari. Di cui godono per la propria parte anche Olanda, Lussemburgo e Irlanda e Austria, paradisi fiscali in terra d’Europa più o meno larghi. Se il Trattato di Roma viene usato à la carte come un menu qualsiasi, viene da chiedersi se ha senso crederci ancora o se non è meglio tenersi l’euro, il mercato unico e l’Erasmus ben stretti e riporre per sempre nello scaffale della storia il Manifesto di Ventotene e tutte le altre bibbie federaliste. I giovani che si sono ritrovati nel primo week end di primavera sull’isola culla dell’Unione Europea hanno dato una risposta chiara e per certi versi sorprendente: la strada lunga e difficile deve continuare ad essere percorsa.

    Solo così daremo uno stato e una memoria condivisa ai cittadini europei.

    Tags: La nuova europamemoriaScuolaueVentotene

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