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di Diego Marani
Riflessioni eccentriche e qualche volta provocatorie su quel che tutti vedono ma pochi guardano.
L'ultima imboscata

L'ultima imboscata

Il film “L’ultima imboscata” (The Highwaymen) è una produzione di Netflix che racconta la vicenda di Bonnie & Clyde alla rovescia, dal punto di vista dei poliziotti che diedero la caccia ai due famosi banditi e infine li uccisero. Ma è anche un piccolo manifesto etico-politico dei nostri tempi e degli effetti che sta avendo la filosofia del politicamente corretto sui nostri riferimenti culturali e sui nostri valori.

Il film che per la prima volta portò sulla scena le vicende dei due banditi americani è “Gangster Story”, di Arthur Penn del 1967, con una Faye Dunaway giovane e sensuale nei panni di Bonnie Parker che al tempo della grande depressione fugge dalla sua assonnata e apatica provincia per andare a rapinare banche con Clyde Burrow, un ladro di automobili. Nella narrazione di Penn, la vicenda contiene tutti gli ingredienti del pensiero che nutriva i movimenti giovanili di quegli anni: la coppia ribelle, l’insofferenza per il sistema, la liberazione della sessualità, il disprezzo dei benpensanti. Se Bonnie and Clyde qui possono sembrare la tipica coppia romantica, lo sono in un modo anomalo. Le loro scorrerie, la loro furiosa violenza hanno più l’aria di un gioco che di una rivoluzione e se pure i due banditi diventano i beniamini dei tanti americani impoveriti dal crollo delle banche, non c’è niente di politico e di sociale nelle loro gesta se non uno scanzonato grido di libertà, un inno alla giovinezza pure se inconsapevole e disperata. Il film di Penn è carico di riferimenti all’epoca in cui fu prodotto e non è un caso che la scenografia sia di François Truffaut. La violenza crudele, insensata e quasi compiaciuta cui si abbandonano i protagonisti è quella della guerra del Vietnam e della segregazione razziale, di un capitalismo selvaggio dove la proprietà la si difende col fucile.

Il film di John L. Hancock invece mette in scena due vecchi agenti dei Texas Rangers che vengono ingaggiati segretamente dall’FBI per sgominare la banda di Bonnie & Clyde. Un Kevin Kostner invecchiato male e obeso assieme al suo prostatico compare Woody Harrelson recitano la parte di Frank Hamer e Maney Gault, stelle cadenti del vecchio corpo di polizia texano disciolto dalla polizia federale che ritornano sulla scena per una missione che a tutti sembra impossibile. Il messaggio è chiaro fin dall’inizio: i giovani imberbi della polizia federale, con tutta la loro tecnologia e la moderna scienza, non riescono a cavare un ragno dal buco mentre i tremolanti vecchiardi guidati dal loro fiuto e animati dai sani principi del Texas confederato, sono gli ultimi depositari del valore e della forza dell’America autentica, quella che non fallisce mai.

Comincia la caccia e i due rispolverati eroi si delineano subito con il profilo dell’americano medio di oggi: vecchio, obeso, prostatico, alcolizzato ma bene armato. Il primo atto di Frank Hamer è un vertiginoso acquisto di armi che sembra uno spot pubblicitario della National Rifles Association. Nell’intero film Bonnie & Clyde non compaiono quasi mai e se entrano in scena non se ne vede mai il volto, solo alla fine, fugacemente, due maschere crudeli e malvagie, subito deformate dalla gragnola di proiettili dei rangers che li fa sobbalzare sui sedili dell’auto come manichini. I due banditi sono nemici senza volto, come nei più classici film di guerra. Mai mostrarli per non farli apparire umani, per evitare che suscitino sentimento. “L’ultima imboscata” vuole prendere le difese dei tanti innocenti assassinati da Bonnie & Clyde nelle loro rapine e se non può omettere di raccontare la simpatia che molti americani provarono per i due banditi, la presenta come un fugace equivoco, che basta uno schiaffone a dissipare, una breve malattia della sana società americana contro cui il buon senso dei vecchi rangers agisce come un antidoto.

La morale è chiara e proclama innanzitutto la supremazia della vecchiaia sulla gioventù. Ma non una vecchiaia intesa come maturità e distacco dal mondo, capace di una visione superiore delle cose. Piuttosto una vecchiaia più spaccona della gioventù, che si pretende migliore e fa delle sue debolezze simpatici inconvenienti. È quando gli tocca di fermarsi un’ennesima volta a urinare che Maney Gault sorprende l’autista di Bonnie & Clyde. Una vecchiaia che usurpa la gioventù dei veri giovani e la fa sembrare inettitudine. Una gioventù fallita, senza sogno, senza trasgressione, che non vuole cambiare il mondo anzi lo vuole proprio così com’è. Una gioventù la cui unica ambizione è diventare vecchia in fretta e farsi dimenticare.

Così, come un vecchio cacciatore di taglie, dopo più di quarant’anni, con il film di John L. Hancock, il politicamente corretto raggiunge con la sua pallottola di insipienza anche la bella favola di Bonnie & Clyde e ci lascia ancora più poveri di sogno, più prigionieri di una morale fine a se stessa, che nell’inseguire la correttezza del principio perde di vista la differenza fra quel che invece dovrebbe spartire: il bene dal male.