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    Home » Cronaca » “Le misure messe in campo dall’UE per proteggere api e altri impollinatori sono insufficienti”

    “Le misure messe in campo dall’UE per proteggere api e altri impollinatori sono insufficienti”

    Lo afferma una relazione della Corte dei Conti. Questi insetti svolgono un ruolo essenziale nel regolare l’ecosistema. Quasi i quattro quinti delle colture europee dipende dal "lavoro" di questi piccoli animali

    Anita Bernacchia</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@AnitaEflak" target="_blank">@AnitaEflak</a> di Anita Bernacchia @AnitaEflak
    13 Luglio 2020
    in Cronaca, Economia

    Bruxelles – La Corte dei conti dell’Unione europea ha condotto di recente un audit sull’impatto delle misure adottate dell’UE per proteggere gli impollinatori selvatici, come api, vespe, falene, farfalle, scarabei. E i risultati sono preoccupanti.

    Secondo Samo Jereb, decano della prima sezione della Corte, che tratta l’uso sostenibile delle risorse naturali, le misure contenute nella strategia UE sulla biodiversità fino al 2020 non sarebbero adeguate. Per di più, la politica agricola comune per il 2014-2020 non includerebbe requisiti specifici per la protezione degli impollinatori.

    Gli impollinatori selvatici svolgono un ruolo essenziale nel regolare l’ecosistema e nel mantenere una biodiversità ricca. Quasi i quattro quinti delle colture europee dipende dall’impollinazione degli insetti, benché alcune “siano allevate per il loro valore economico diretto come le api mellifere”.

    Ecco perché, secondo Jereb, “la diminuzione della popolazione di questi insetti può avere una seria ricaduta sull’approvvigionamento alimentare e sulla qualità e varietà del cibo che mangiamo. Prenderci cura di loro e adottare misure adeguate in agricoltura può essere una garanzia per la nostra salute e per un ambiente sano”.

    Negli ultimi vent’anni l’Europa ha assistito a un forte declino del numero degli impollinatori. Le cause sono da ricercare nell’utilizzo di prodotti che servono sì a proteggere le piante, ma che possono avere effetti devastanti sugli impollinatori. Tra essi, i neonicotinoidi (NNI), pesticidi di tipo sistemico che, diversamente da quelli “di contatto”, non si fermano sulla superficie della pianta, ma ne vengono assorbiti entrando in circolo. Il sistema nervoso degli insetti ne viene compromesso, il che può condurre alla paralisi o alla morte.

    Per contrastare questo fenomeno, già nel 2013 un regolamento della Commissione europea limitava fortemente l’utilizzo di prodotti fitosanitari e di semi trattati contenenti NNI, nocivi soprattutto per le api mellifere e quelle selvatiche. Uno studio dell’agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA), infatti, proibiva l’uso di tre pesticidi nelle colture di mais, colza, girasole e altre, tranne che in serra o per trattamenti particolari. Allo stesso tempo esigeva “informazioni confermative” riguardo alla sicurezza dei pesticidi negli usi consentiti. A seguito di ciò, i divieti sono stati ampliati agli altri usi all’aria aperta e la Commissione ha emesso tre regolamenti attuativi restringendo l’uso dei pesticidi alle serre permanenti. Altri pesticidi sono stati in seguito vietati o autorizzati.

    L’UE stima a 15 miliardi di euro l’anno il contributo degli impollinatori all’agricoltura comunitaria, in declino per via dell’attività umana (l’agricoltura intensiva tra le maggiori cause). Il dato mondiale lo conferma: il 40% delle specie di insetti è a rischio di estinzione, e l’inquinamento e il cambiamento climatico giocano anch’essi un ruolo enorme.

    Perché l’audit della Corte, e perché proprio adesso

    L’UE sta lavorando alla nuova strategia per la biodiversità fino al 2030, e nel contempo gli stati membri devono approntare i piani strategici per la nuova politica agricola comune (2021-2027). Nel 2018 poi era stata lanciata l’iniziativa UE a favore degli impollinatori selvatici, a seguito di una consultazione pubblica che ha registrato l’allarme dei cittadini europei sul declino degli impollinatori in Europa (94%).

    L’audit quindi si prefiggeva di accertare se l’Unione si fosse effettivamente dotata di un quadro giuridico per impedire il declino degli impollinatori, ovvero se nelle nuove proposte su PAC e biodiversità fossero incluse misure adeguate, e se la legislazione sui pesticidi contenesse tutele specifiche. Tutto con il fine per la Corte di “contribuire alle azioni in programma, ai metodi di valutazione dei piani”, ma anche “alla valutazione di rischio sull’impatto dei pesticidi”, in particolare sulle api.

    Il quadro UE analizzato riguarda in particolare due iniziative: la strategia per la biodiversità e l’iniziativa per gli impollinatori selvatici, entrambe comunicazioni della Commissione.

    Cosa è emerso

    Che il quadro UE per gli impollinatori ha avuto poco effetto nell’arrestare il declino degli impollinatori selvatici. Cosa da non trascurare, dato che il Green Deal europeo sarà in cima all’agenda dell’UE negli anni a venire. La strategia per la biodiversità, infatti, non include alcuna misura specifica né indicatore per monitorare il declino. “La perdita di biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici sono andati avanti, e l’impollinazione è uno dei più degradati in foreste, paludi e brughiere”, afferma Jereb. Dei 4 obiettivi individuati, solo uno prometteva di essere attuato in concreto. Un esempio lampante sono le farfalle di prateria, che dal 1990 a oggi sono diminuite sensibilmente, pur essendo stabili dal 2013.

    L’iniziativa per gli impollinatori del 2018 mira ad aumentare l’efficienza delle politiche esistenti ma, essendo una comunicazione della Commissione, “non definisce alcun quadro giuridico o finanziario”.

    Si basava solo su tre dei nove fattori responsabili del declino, ovvero la perdita degli habitat nei paesaggi urbani e agricoli, l’uso dei pesticidi e le specie aliene invasive. In fin dei conti, non avrebbe portato a un cambiamento apprezzabile nelle politiche esistenti. Per la Corte, la Commissione dovrebbe aumentare il focus sulle minacce non contemplate dall’iniziativa e introdurre “una governance e meccanismi di monitoraggio delle minacce individuate”, ora assenti.

    Come se non bastasse, né la strategia sulla biodiversità né la PAC contengono requisiti specifici per la protezione degli impollinatori selvatici. Nell’UE ci sono “52 specie di api e 11 di farfalle a rischio o seriamente a rischio e la direttiva Habitatcopre un numero limitato di impollinatori selvatici e nessuna specie di ape o di sirfide”. Il programma Life può finanziare progetti non coperti dalla direttiva habitat per specie a rischio o seriamente a rischio nella lista rossa europea delle specie minacciate. Ma al momento dell’audit “la Commissione non aveva registrato alcun progetto che andasse in questa direzione”.

    Per gestire gli effetti dell’agricoltura intensiva, l’attuale PAC prevede vari strumenti per la preservazione della biodiversità, come “la condizionalità e i finanziamenti per le misure di greening”, ma risultano assenti disposizioni specifiche per la protezione degli impollinatori.

    Vero è che la PAC prevede “più flessibilità per gli stati membri nell’attuazione di misure per l’ambiente” e che la Commissione monitora le ambizioni ambientali degli stessi in fase di approvazione dei piani strategici. Ma secondo la Corte c’è bisogno che la Commissione dia priorità a quelle azioni di Natura 2000 che includono requisiti per la protezione degli impollinatori selvatici. Essenziale poi che, in vista della futura PAC, gli stati membri includano nei piani le pratiche che hanno avuto un effetto positivo.

    Riguardo alla legislazione sui pesticidi, l’audit ha rilevato che “includeva tutele per le api mellifere ma non per altri impollinatori”. Ricordiamo che l’UE ha citato esplicitamente gli impollinatori selvatici per la prima volta in una legge del 1991, ma solo diciotto anni dopo ha adottato una legislazione sui fitosanitari, specie riguardo alle api da miele. L’attuale programma di valutazione del rischio si basa su orientamenti del 2002 che non tengono conto di tutte le disposizioni del 2009. Poi aggiornati nel 2013 dallo studio dell’EFSA, includono tra i nuovi requisiti la soglia massima del 7% di declino delle colonie apicole esposte a fitosanitari.

    La Commissione però negli ultimi anni non è riuscita a ricevere il supporto necessario dagli stati membri per aggiornare gli orientamenti. Per altro, nonostante il regolamento del 2013 e l’estensione del divieto dei tre neonicotinoidi a tutti gli altri utilizzi nel 2018, il quadro comunitario consente agli stati di chiedere “autorizzazioni di emergenza” e molti sono quelli che se ne sono serviti. Due anni fa erano ancora 15 gli stati membri che consentivano l’utilizzo dei tre NNI, l’anno scorso 10. Ed è di qualche mese fa lo stop della Commissione alle deroghe per Romania e Lituania, che le avrebbero chieste oltre il limite consentito. La Corte raccomanda dunque alla Commissione di includere nei futuri regolamenti attuativi sui prodotti fitosanitari “tutele per una gamma rappresentativa di impollinatori selvatici” e che gli stati membri siano coinvolti nella definizione di metodi di analisi e obiettivi di protezione.

    Tags: agricolturabiodiversitàcommissione europeaimpollinatorinatura 2000neonicotinoidipacpesticidiunione europea

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