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Web tax, l'OCSE fa slittare la decisione a metà 2021. Guerria:

Web tax, l'OCSE fa slittare la decisione a metà 2021. Guerria: "Serve un accordo globale"

Il nodo principale resta quello degli Stati uniti che vogliono l'adesione opzionale. Intanto l'UE prepara una black list delle multinazionali da inserire in un regolamento più rigido per le piattaforme digitali

Roma – L’obiettivo per un accordo slitta a metà del 2021. Un rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) incaricata di coordinare un’intesa tra 137 Paesi, avverte che il traguardo per una web tax condivisa si allontana. Il rallentamento sarebbe causato dalla crisi per la pandemia da Coronavirus e dalla persistenza di divergenze politiche, nonostante i progressi fatti nel negoziato.

La spinosa questione di una riforma fiscale internazionale, che riguarda soprattutto i colossi del web, ha bisogno di un tempo supplementare in vista dei futuri incontri del G20. Summit che il prossimo anno vedrà in carica la presidenza italiana. La riforma punta a assicurare che le tasse siano pagate deve avvengono effettivamente le attività economiche e dunque contrastare il trasferimento degli utili verso Paesi con fiscalità agevolata o inesistente.

Secondo l’OCSE, la crisi da Coronavirus, rende più stringente l’accordo. I governi che hanno risposto alla crisi, aumentando la spesa per la sanità e fornendo sostegno alle imprese e ai lavoratori, dovranno affrontare l’impatto del debito. “Una soluzione condivisa sulla fiscalità internazionale oltre a rendere più equo il sistema di tassazione – scrive il rapporto – aiuta i governi a rimettere in carreggiata i bilanci pubblici”.  “Senza una soluzione globale, basata sul consensus, il rischio di altre misure unilaterali e scoordinate è reale”, ammonisce il segretario generale Angel Gurria. “Il rischio è quello di una guerra sulle tasse che sfoci in una guerra commerciale in un momento in cui l’economia globale sta già soffrendo enormemente”.

La Commissione europea in più occasioni ha spiegato di voler attendere una decisione più condivisa a livello internazionale ma ha avvertito che in assenza di un accordo avrebbe agito in autonomia. Ma il tema dei colossi digitali non riguarda solo questioni fiscali ma anche di concorrenza. Secondo il Financial Times, l’UE starebbe già predisponendo una lista di una ventina di grandi società (tra cui Apple, Google e Facebook) che dovranno rispettare regole più stringenti nel tentativo di arginare il loro potere sul mercato interno. Secondo FT queste grandi piattaforme dovranno osservare un regolamento più severo rispetto ai concorrenti più piccoli, e saranno obbligate a condividere i dati ed essere più trasparenti nella raccolta delle informazioni. La lista dei big tech del web verrà compilata in base alla quota di ricavi sul mercato e al numero di utenti, oltre a includere le società che costringono i concorrenti a utilizzare le proprie piattaforme per le vendite.

Tornando allo stato della trattativa sulla web tax i negoziatori Usa insistono nel prevedere in ogni caso il “principio di opzionalità” della tassazione che permetterebbe ai colossi digitali di sottrarsi all’adesione. Un approccio di questo tipo renderebbe vani tutti gli obiettivi della riforma e soprattutto aprirebbe gli spazi di misure unilaterali con un meccanismo perverso che è proprio ciò che la riforma vuole evitare.  In attesa che gli Stati Uniti tornino al tavolo della trattativa (cosa che avverrà solo dopo le elezioni presidenziali qualsiasi esito avranno), il rapporto OCSE illustra due pilastri sui quali si sta poggiando il negoziato.

Il primo prevede riguarda le nuove regole su dove le tasse dovrebbero essere pagate, con una nuova ripartizione rispetto a quella attuale dei diritti di imposizione. Il principio della presenza fisica non dovrebbe essere più quello che determina il luogo dove si pagano le tasse che invece dovrebbe diventare dove le multinazionali hanno attività sostenuta e significativa. Il secondo pilastro del progetto introduce invece una tassazione minima globale che riduce l’incentivo a spostare gli utili verso paradisi fiscali.