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    Home » Cronaca » Neutralità climatica, dopo la Cina ora anche il Giappone. L’Ue fa da apripista

    Neutralità climatica, dopo la Cina ora anche il Giappone. L’Ue fa da apripista

    Il primo ministro, Yoshihide Suga, ha indicato il 2050 come data per trasformare il Paese in un'economia 'carbon neutral'. Dopo Pechino, impegnata per il 2060, anche il Giappone si pone in linea con gli obiettivi climatici dell'Unione europea

    Fabiana Luca</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@fabiana_luca" target="_blank">@fabiana_luca</a> di Fabiana Luca @fabiana_luca
    26 Ottobre 2020
    in Cronaca
    Europa carbone gas russo
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    Bruxelles – Prima la Cina, ora anche il Giappone. Cresce l’ambizione climatica in tutto il mondo dopo la decisione annunciata dall’Unione europea di voler diventare il primo continente a neutralità carbonica entro il 2050. 

    Yoshihide Suga, primo ministro del Giappone

    Lunedì 26 ottobre anche il primo ministro giapponese Yoshihide Suga ha indicato il 2050 come tappa per trasformare il Giappone in una economia ‘carbon neutral’, con zero emissioni nette, impegnandosi a rafforzare in modo significativo gli sforzi del Paese in materia di lotta ai cambiamenti climatici. Entrato in carica da metà settembre, il premier giapponese ha cambiato oggi in maniera radicale l’impegno del Paese sul clima: secondo le indicazioni precedenti il Giappone sarebbe diventato carbon free non prima della seconda metà del secolo, anche se  non era mai stata fissata una data precisa. “Rispondere al cambiamento climatico non è più un vincolo alla crescita economica”, ha detto oggi Suga nel suo primo discorso politico al Parlamento da quando in carica.

    Solo un mese fa (22 settembre) anche il presidente cinese Xi Jinping, intervenendo virtualmente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha impegnato la Cina a raggiungere la quota di zero emissioni nette entro il 2060, un decennio in più rispetto all’Ue e anche al Giappone. “Puntiamo a raggiungere il picco delle emissioni di CO2 prima del 2030 e raggiungere la neutralità del carbonio prima del 2060″, ha annunciato Xi Jinping. Per l’Unione europea – che non ha mai nascosto l’ambizione a essere leader globale nella lotta al cambiamento climatico – i due annunci a distanza di poche settimane significano almeno un riconoscimento da parte di due grandi economie mondiali della minaccia rappresentata dal surriscaldamento globale.

    Japan shows global leadership by setting a net zero climate target for 2050 and upholding its commitment under the #ParisAgreement. Prime minister Suga’s announcement marks a major step for international #climateaction and I hope to soon see other partners join us.

    — Frans Timmermans (@F__Timmermans) October 26, 2020

    Da Bruxelles la notizia è accolta con favore. “L’annuncio del primo ministro Suga segna un passo importante per l’azione internazionale per il clima e spero di vedere presto altri partner unirsi a noi”, scrive in un tweet il vicepresidente esecutivo in capo al Green Deal, Frans Timmermans. Gli fa eco anche l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, che si è congratulato con il Paese per essersi posto “un obiettivo ambizioso e necessario”.

    Oltre agli annunci, occorre però tracciare una linea chiara da percorrere e individuare azioni da perseguire per incontrare gli obiettivi climatici. In sostanza, quali pratiche adottare per rendere le economie meno inquinanti. Cosa che Cina e Giappone per il momento non hanno ancora spiegato, e che l’Ue sta cercando di realizzare attraverso tutti i pilastri e le strategie che si integrano all’interno del Green Deal, dalla legge sul clima alle strategie per la biodiversità e per il settore agricolo (Farm to Fork). Ben consapevole che il cambiamento climatico sia una minaccia globale e come tale vada affrontata mettendo pressione a tutti i grandi emettitori. La Cina da sola rappresenta circa il 27 per cento delle emissioni globali di gas serra, gli Stati Uniti ne emettono il 14 per cento e l’Unione europea (a 27 Stati) insieme all’India occupano il terzo posto della classifica con circa il 7 per cento delle emissioni mondiali.

    Fonte: Our world in data

    Perché tutti ora? Dal 9 al 20 novembre 2020 avrebbe dovuto svolgersi a Glasgow la Cop26 (la Conferenza delle Nazioni Unite dedicata al clima), un’occasione per mettere insieme le più grandi economie del mondo (e quelle più inquinanti) e fare un punto sulle scelte per i prossimi anni. La Cop è stata poi rimandata a novembre 2021 a causa dello scoppio della pandemia di Coronavirus, che ne ha reso difficile l’organizzazione. Lo scorso anno la Cop25 di Madrid fu un discreto fallimento, nessuna decisione significativa su come adeguare gli impegni sul clima e con un accordo solo parziale per chiedere ai quasi 200 Paesi che ne hanno preso parte obiettivi nazionali più ambiziosi.

    Il vertice dell’anno prossimo sarà importante perché i Paesi dovranno presentarsi con un piano nazionale aggiornato, per essere in linea con l’accordo sul clima di Parigi, sottoscritto nel 2015. Rispetto allo scorso anno (e con dodici mesi ancora davanti) qualcosa sembra essere cambiato. Solo la Cina e l’Unione europea rappresentano due dei tre maggiori emettitori al mondo di gas a effetto serra e si sono pubblicamente impegnate a intraprendere azioni più decise in vista della Cop26. Rimane la grande incognita degli Stati Uniti, che durante la presidenza Donald Trump hanno annunciato di volersi ritirare dagli accordi sul clima di Parigi. Inutile dire che molto dipenderà dall’esito delle prossime presidenziali del 3 novembre, se riconfermeranno o meno il magnate americano alla Casa Bianca, legittimandolo anche a chiamarsi fuori dagli impegni internazionali sul clima.

    Tags: accordi ParigicinaclimaCOP26frans timmermansGiapponejosep borrelllegge sul climariduzione emissioni gas serraunione europea

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