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Conferenza sul Futuro dell'Europa non sia un
Pier Virgilio Dastoli, presidente del Consiglio Italiano del Movimento Europeo

Conferenza sul Futuro dell'Europa non sia un "Bruxelles parla a Bruxelles". Intervista a Pier Virgilio Dastoli

In vista dell'apertura dell'evento europeo il presidente del Consiglio Italiano del Movimento Europeo invita alla chiarezza. "Per la modifica dei trattati il dibattito con la società civile non basta. Il Parlamento europeo si assuma le responsabilità"

Bruxelles – L’Unione Europea guarda al 9 maggio 2021. Quel giorno segnerà la tappa inaugurale della Conferenza sul Futuro dell’Europa, l’evento annuale che chiamerà a raccolta istituzioni europee, parlamenti nazionali e cittadini chiedendo loro di esprimersi su come cambiare la casa comune europea per prepararla alle sfide dell’avvenire.

Difficile farsi un’idea del risultato concreto che nascerà dai dodici mesi di lavori (non sono stati stabiliti obiettivi definiti, ma si è preferito lasciare spazio alla discussione), ma si tratta della prima volta nella storia dell’UE che si dà voce a un grande dibattito su scala europea. Lo riconosce anche Pier Virgilio Dastoli, presidente del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), organizzazione impegnata nella promozione dell’unità europea. Dastoli è stato anche Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea dal 2003 al 2009. In un’intervista ci ha spiegato qual è la sua visione rispetto alla Conferenza sul Futuro dell’Europa.

Presidente Dastoli, siamo alla vigilia di un’opportunità storica?

L’idea del Presidente francese Emmanuel Macron di aprire un dibattito sul futuro dell’Europa ci ha trovati d’accordo da subito. Noi del Movimento Europeo siamo convinti da tempo che è indispensabile riaprire il cosiddetto “cantiere dell’Unione Europea”, lo abbiamo ribadito anche nel 2017 in occasione dei sessant’anni dei Trattati di Roma. Sono passati quattro anni e abbiamo avuto ancora una volta la conferma che l’Unione Europea ha bisogno di un processo di ampia revisione. Siamo a undici anni di distanza dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e a quattordici anni dalla sua firma. E nel frattempo abbiamo subito quattro crisi: quella economico-finanziaria, quella del terrorismo, quella dell’immigrazione e infine quella provocata dalla pandemia. È evidente che occorre una modifica al sistema.

Riteniamo però che una Conferenza di questo genere non può da sola farsi carico di elaborare un progetto di riforma dell’Unione. Offre sicuramente uno spazio pubblico di dibattito nel quale è essenziale che i cittadini partecipino, ma all’indomani del 9 maggio 2022 bisogna capire quale strada deve essere percorsa perché l’UE venga riformata.

Quindi secondo lei la parte più federalista del Parlamento europeo sbaglia a esaltare la Conferenza come il luogo dove si possono rimettere in discussione i Trattati europei?

Non è sbagliato, ma il Parlamento dovrà prendersi le sue responsabilità quando saranno chiusi i lavori. Bisogna essere chiari, la Conferenza non è il luogo nel quale si può elaborare un progetto di riforma dei trattati e deciderlo. Per avviare questo iter si hanno a disposizione tre strade, peraltro già percorse in passato. La prima è quella di affidarsi a una conferenza intergovernativa o diplomatica come è stato fatto con le riforme dall’Atto Unico dell’86 in poi, anche se ogni volta che si è scelta questa via la revisione dei trattati è stata parziale e inadeguata ai bisogni dell’Unione. Poi ci sarebbe la possibilità di convocare una Convenzione, come quella presieduta da Giscard d’Estaign per il progetto di Costituzione europea respinto nel 2004 dalla mancata ratifica di Francia e Paesi Bassi. Ma questo metodo, previsto dall’articolo 48 del Trattato sull’Unione Europea delega il lavoro vero e proprio a una conferenza diplomatica che decide all’unanimità le modifiche da fare. La terza strada è quella portata avanti da Spinelli (del quale Dastoli fu assistente parlamentare fino alla morte, ndr) ed è quella che sosteniamo: deve essere il Parlamento europeo a incaricarsi del progetto di riforma, che non deve essere consegnato ai governi, che possono plasmarlo come meglio vogliono, ma ai parlamenti nazionali, affinché possano ratificarlo.

È legittimo sostenere di dover cogliere l’occasione del dibattito offerto dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa, ma noi vogliamo che, una volta che quest’ultima sarà conclusa, sia l’Eurocamera a farsi carico di questo ruolo che noi chiamiamo “costituente” nei due anni compresi tra la fine dell’evento e le prossime elezioni europee.

Dove non bisogna sbagliare per non sprecare questa occasione?

Prima di tutto nella comunicazione. A giudicare da come si stanno svolgendo i lavori preparatori della Conferenza a me sembra di essere tornati ai tempi della Convenzione di Giscard d’Estaign, quando si diceva “Bruxelles parla a Bruxelles”, per indicare una discussione chiusa nei palazzi e di cui nessuno sapeva niente. L’importante è che si comunichi costantemente con l’opinione pubblica e che si spieghi ai cittadini la natura e i limiti temporali, di contenuto e di metodo di questa Conferenza. Personalmente sono molto scettico sull’utilizzo dei metodi innovativi di consultazione dei cittadini come lo sarà l’annunciata piattaforma multilingue. Il rischio è che la partecipazione dei cittadini sia molto marginale e che questi ultimi non si approprino a tutti gli effetti del dibattito. Ma non si deve creare l’aspettativa che una volta che l’evento sarà chiuso l’Europa avrà risolto il problema della pandemia, quello dei flussi migratori, della povertà o della disoccupazione. Al contrario credo che sia una buona occasione per chiarire che nell’UE ci sono alcune cose che non vanno.

E quali sarebbero?

Ce ne sono almeno quattro. Le crisi che ho citato hanno dimostrato che l’attuale ripartizione delle competenze fra le autorità europee e gli Stati non funziona. Ci sono settori (immigrazione, economia, criminalità organizzata e autonomia strategica), in cui le istituzioni centrali europee devono avere più competenze, perché stati non sono capaci di risolvere i problemi da soli. Poi ci vuole un’Europa più democratica con un Consiglio che non sia legibus solutus.

Terzo: bisogna migliorare in efficienza ed efficacia nel processo legislativo, eliminare l’unanimità richiesta su alcuni temi al Consiglio, perché così non si va da nessuna parte. Bisogna dare alla Commissione più poteri di governo e operare un vero cambiamento istituzionale. Infine occorre pronunciarsi chiaramente sull’allargamento dei Balcani, decidendo quali sono i confini politici dell’Unione Europea, chi sta dentro e chi sta fuori.

Cos’altro si augura?

Io personalmente confido nell’unità che potrebbe nascere nelle plenarie dell’assemblea. Nella Convenzione di Giscard d’Estaign sembrava che europarlamentari e deputati nazionali agissero come due monadi e che appartenessero a due mondi diversi. Io spero che questa volta rappresentanti europei e rappresentanti dei parlamenti nazionali si sentano parte di una stessa cultura politica e che insieme concordino sul fatto che alcune cose devono essere fatte in comune. Sarebbe una nuova linfa per creare dei veri e propri partiti europei. La maggior parte dei partiti che siedono all’Eurocamera vorrà sicuramente andare verso questa direzione. Sarebbe un buon passo in avanti.

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