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La Germania lascia l'Afghanistan: “Tutti a casa”
Bundeswehr in Afghanistan - ©Marco Dorow

La Germania lascia l'Afghanistan: “Tutti a casa”

Francesco De Felice affronta il ritiro delle truppe tedesche dall'Afghanistan, come esempio di una Germania che si ostina a essere troppo piccola per il mondo.

Di Francesco De Felice

La sicurezza della Germania “si difende anche sull’Hindu Kush”. Questa affermazione, pronunciata nel 2002 dall’allora ministro della Difesa Peter Struck, è stata il mantra della politica tedesca nei confronti dell’Afghanistan. In questo modo, il governo federale ha ripetutamente motivato la partecipazione della Bundeswehr alle missioni della Nato nel paese dell’Asia centrale, la Forza internazionale di assistenza per la sicurezza (Isaf), attiva dal 2001 al 2015, e “Resolute Support” (RS) che, operativa da allora, si avvia a conclusione. Un impegno deciso e costante, in cui l’esecutivo tedesco si è dovuto più volte confrontare con il fronte interno, dall’opposizione al Bundestag e nell’opinione pubblica ai limiti politici e ideologici che, dal secondo dopoguerra, contornano la dimensione militare della Germania. L’Afghanistan ha poi rappresentato per le forze armate tedesche il primo teatro operativo estero su vasta scala, dopo la partecipazione alle operazioni della Nato in Kosovo nel 1999. Un impegno in cui la Bundeswehr ha versato il tributo di sangue più elevato, con 59 caduti sul suolo afghano. Ora, tutto questo sta per finire. Con gli altri Stati parte della Nato, la Germania si ritirerà dall’Afghanistan tra il primo maggio e l’11 settembre prossimo, attuando la decisione assunta dal Consiglio atlantico il 14 aprile scorso. A sua volta, tale delibera recepisce l’iniziativa del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Intanto, presso il comando di RS a Kabul, sono in corso discussioni per anticipare la conclusione di RS al 4 luglio.

“La fine dell’autoinganno” di una vittoria dell’Alleanza atlantica, politica oltre che militare, e “il fallimento dell’Occidente”. In questo modo il settimanale Der Spiegel ha commentato la conclusione di 20 anni di presenza della Nato in Afghanistan. Una decisione che ha sollevato diverse critiche, in Germania e non solo, tra quanti giudicano la partenza dell’Alleanza atlantica come un tradimento delle forze armate e della popolazione afghana. Il rischio è, infatti, che il governo di Kabul venga lasciato solo, con i talebani che potrebbero riprendere il potere, annullando di fatto i risultati ottenuti dall’Afghanistan con il sostegno della Nato in una guerra ventennale. “Lasciamo l’Afghanistan con orgoglio. Abbiamo completato tutti i compiti che ci erano stati assegnati dal Parlamento”, ha dichiarato la ministra della Difesa, Annegret Kramp-Karrenbauer. Come a dire, con rigidità tutta tedesca: missione compiuta, tutti a casa. Punkt. Berlino ha fretta: già il 30 aprile, torneranno in Germania gli ultimi 20 agenti della Polizia federale (BPOL) che addestrano le forze dell’ordine afghane. A sua volta, la Bundeswehr potrebbe ritirarsi entro la metà di agosto, come ha dichiarato Kramp-Karrenbauer al Bundestag, prima che si diffondessero le indiscrezioni sul possibile termine di RS il 4 luglio.

Bundeswehr in Afghanistan – ©Marco Dorow

Qualunque sia la data, la Bundeswehr dovrà affrontare una complessa sfida logistica. In Afghanistan, la Germania schiera infatti 1.300 effettivi, il contingente più numeroso dopo quello degli Stati Uniti con 2.500 unità di personale. I reparti tedeschi hanno la responsabilità del nord del paese, con base a Camp Marmal presso a Mazar-i Sharif, la più vasta installazione della Bundeswehr fuori dai confini della Germania. Dall’Afghanistan, dovranno rientrare per via aerea circa 800 unità equivalenti a venti piedi (TEU), misura per il trasporto dei container. Il materiale non militare non trasportabile verrà venduto sul posto. Per il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, le truppe potrebbero essere costrette a lasciare in Afghanistan anche dell’equipaggiamento di sicurezza che, se necessario, verrà distrutto. L’area di Camp Marmal sarà restituita allo Stato afghano nelle condizioni attuali, con le strutture che non possono essere spostate e le infrastrutture costruite, modificate o migliorate dalla Bundeswehr. A ogni modo, la riconsegna non avverrà finché tutto il materiale delle forze armate tedesche non sarà stato riportato in Germania.

Tutto il personale, con armi e materiali, dovrà essere trasferito in pochi mesi. Tuttavia, soltanto il 24 febbraio scorso, il governo federale aveva deciso il rinnovo della partecipazione della Bundeswehr a RS fino al 31 gennaio 2022, con l’approvazione del Bundestag il 25 marzo. Con la decisione del Consiglio atlantico del 14 aprile, la Germania ha dunque compiuto un repentino dietro-front sull’Afghanistan. Questo contrordine mette in evidenza i limiti che continuano a caratterizzare l’azione del paese nella politica estera e, soprattutto, nella difesa. È certamente impensabile che la Germania potesse intraprendere un’iniziativa indipendente nel paese dell’Asia centrale, ancor meno che si ponesse al comando di un’improbabile missione europea di stabilizzazione. Tuttavia, sorprende la rapidità con cui il governo federale vuole smobilitare dall’Afghanistan, in una sorta di Blitzkrieg rovesciato che annulla un impegno assunto autonomamente fino al prossimo anno. È qui che emerge il significato politico della questione. L’Afghanistan appare come un aspetto dei rapporti tra Berlino e Washington e, più in generale, come l’ulteriore dimostrazione di una Germania che si ostina a essere troppo grande per l’Europa e troppo piccola per il mondo.

Bundeswehr in Afghanistan - © Wikimedia Commons
Bundeswehr in Afghanistan – © Wikimedia Commons

Con il “tutti a casa” della Nato, seguito alla decisione di Biden sul ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, si dimostra vuota retorica la dottrina del nuovo multilateralismo, fatta propria dalla cancelliera Angela Merkel e dal suo governo quando più acute erano le tensioni tra la Germania e l’amministrazione Trump. In quei mesi, per voce dei suoi responsabili, la Germania pareva marciare verso la guida di un nuovo ordine multilaterale che si sarebbe dovuto sostituire a quello crollato con l’isolazionismo dell’America great again. Con una nuova Weltpolitik, Merkel e i suoi ministri affermavano l’intenzione di emanciparsi dagli Usa di Trump. Un ulteriore obiettivo era rilanciare l’azione della Germania, anche nella prospettiva di una “Europa sovrana”, oltre i confini alla proiezione della potenza che la Repubblica federale tedesca si è imposta dopo il trauma della seconda guerra mondiale. Questo grande disegno si è dissolto con l’avvento di Biden alla Casa Bianca, che consente alla Germania di tornare all’ordinaria amministrazione negli affari internazionali. Il nuovo governo degli Stati Uniti è stato accolto con un sospiro di sollievo a Berlino. Con la vittoria di Biden, la Germania non solo può ricostruire il partenariato atlantico, ma può anche rifiutarsi di crescere, tornando ad appiattire la propria politica per la difesa sulle posizioni di Washington e della Nato. È significativo come sia Merkel sia i suoi ministri sottolineino ripetutamente la soddisfazione per “il ritorno degli Stati Uniti” dopo l’isolazionismo di Trump. In questo contesto, la proroga della partecipazione tedesca a RS può essere interpretato come il tentativo di accreditarsi con la nuova amministrazione della Casa Bianca, quando ancora non erano note le intenzioni di Biden di lasciare l’Afghanistan. In maniera speculare, può essere letta la catena di decisioni che hanno fatto seguito a quella degli Stati Uniti sull’addio alle armi a Kabul. Un automatismo tutto tedesco che permette alla Germania di tornare a esercitare la propria azione esterna non oltre l’economia e la cooperazione internazionale.

Vi è tuttavia un’ulteriore ragione che il governo federale avanza per giustificare il ritiro della Bundeswher dall’Afghanistan: la minaccia jihadista nel Sahel. È, infatti, questo il nuovo teatro operativo di maggiore importanza per la Germania. In tale area, Berlino condivide gli obiettivi di prevenire all’origine il rischio di attentati terroristici in Europa così come una riedizione di quello psicodramma collettivo che per i tedeschi è stata la crisi dei profughi del 2015, intervenendo contro le reti di trafficanti di esseri umani. A tal fine, il 21 aprile scorso, il governo federale ha approvato il rinnovo fino al 31 maggio 2022 della partecipazione della Bundeswehr alle missioni dell’Ue e dell’Onu in Mali, Eutm Mali e Minusma. In corso dal 2013, le operazioni sono dedicate rispettivamente all’addestramento delle forze armate maliane e alla stabilizzazione del paese africano. In particolare, il limite massimo del contingente tedesco in Minusma rimarrà invariato a 1.100 effettivi. In Eutm Mali, il tetto verrà aumentato da 450 a 600 unità di personale. Questo incremento è reso necessario da diversi fattori. In primo luogo, il peggioramento della situazione di sicurezza, in quella che viene unanimemente considerata la missione di maggiore pericolosità per la Bundeswehr. Inoltre, nel quadro di Eutm Mali, verrà costituito a Sévaré un nuovo centro di addestramento per le forze armate maliane. La struttura si affianca alla base di Camp Castor presso Gao, dove sono di stanza anche i reparti tedeschi, ed è stata in gran parte finanziata dalla Germania. La Bundeswehr avrà la responsabilità del campo di Sévaré e vi invierà degli istruttori. In Eutm Mali sarà poi integrata “Gazelle”, la missione che dal 2018 i nuotatori da combattimento del Comando forze speciali della marina tedesca (Msk) svolgono in Niger per l’addestramento delle truppe speciali del paese africano. La Germania rafforzerà la propria presenza militare in Mali anche perché, nella seconda metà del 2021, riassumerà il comando di Eutm Mali. Infine, i rinforzi tedeschi verranno impiegati per potenziare la cooperazione con Minusma, con l’operazione francese Barkhane e la Forza congiunta G5-Sahel, formata da Mali, Mauritania, Ciad, Niger e Burkina Faso.

A ogni modo, la Bundeswehr non parteciperà a operazioni di combattimento, come previsto per l’intero contingente di Eutm Mali. Tuttavia, nel Sahel la Germania si muove a rimorchio della Francia, così come in Afghanistan marcia al passo degli Stati Uniti. Sono state, infatti, le pressioni del presidente francese Emmanuel Macron a convincere il governo tedesco a un maggiore impegno in Mali. Dietro il paravento delle dichiarazioni ufficiali di solidarietà, la Germania era, infatti, riluttante all’inizio, ancora una volta affastellata dalle zavorre morali e politiche che gravano e limitano la proiezione della sua potenza. Limiti di cui Berlino ha dato ripetutamente l’impressione di approfittare, puntando su una potenza economica che supera quella militare, con gli investimenti nella cooperazione internazionale come force tranquille, maschera della promozione dell’interesse nazionale all’estero.

Cooperazione che interesserà con l’Afghanistan dopo il ritiro di RS. Il 18 aprile scorso, Kramp-Karrenbauer ha, infatti, dichiarato che, prima della partenza della Nato, la Germania accoglierà “in maniera rapida e semplice” gli abitanti del paese centro-asiatico che hanno collaborato con la Bundeswehr al fine di proteggerli da possibili rappresaglie dei talebani. Il governo federale, ha aggiunto la ministra della Difesa, sta già discutendo della questione, che riguarda circa 300 afghani. Per l’esponente dell’Unione cristiano-democratica (CDU), “stiamo parlando di persone che, in alcuni casi, hanno lavorato al nostro fianco per anni e sono a rischio della propria incolumità, hanno anche combattuto e hanno dato il loro contributo personale”. Kramp-Karrenbauer ha, quindi, evidenziato che ritiene “un profondo obbligo della Repubblica federale di Germania non lasciare queste persone indifese”. Come comunicato dal ministero dell’Interno tedesco, il governo federale istituirà un proprio ufficio a Kabul e probabilmente presso Mazar-i Sharif come punto di contatto per i collaboratori afghani della Bundeswehr da portare in Germania. Gli interessati dovrebbero avere fino a due anni di tempo dal termine del loro impiego per denunciare eventuali minacce. Inoltre, il dicastero ha affermato che il governo federale è “consapevole della sua particolare responsabilità nei confronti del personale afghano” impiegato dalla Bundeswehr. Per Kramp-Karrenbauer, la questione è “molto importante” e garantire la sicurezza dei lavoratori afghani che hanno collaborato con reparti tedeschi “non è solo un obbligo della Bundeswehr, ma di tutte le forze internazionali presenti” in Afghanistan. In un’intervista rilasciata il 23 aprile scorso all’emittente radiofonica Deutschlandfunk, la ministra della Difesa ha poi affermato che Nato ha raggiunto importanti obiettivi con le sue missioni in Afghanistan. “Abbiamo raggiunto l’obiettivo che per 20 anni al Qaeda non ha certamente operato nella stessa misura come quando è arrivato l’11 settembre”, ha detto l’esponente della CDU Inoltre, grazie alla presenza dell’Alleanza atlantica, nel Paese dell’Asia centrale “sono stati resi possibili sviluppi che sarebbero stati inconcepibili con i talebani al potere”. Se gli studenti coranici avessero continuato a governare, per Kramp-Karrenbauer “oggi probabilmente non avremmo scuole per ragazze, né donne nelle posizioni più elevate nei tribunali o in altre funzioni” in Afghanistan. Allo stesso tempo, la ministra della Difesa ha ammesso che “non si è concretizzata l’idea di poter trasformare l’Afghanistan in uno Stato moderno nel senso del livello europeo”. A ogni modo, questo era un obiettivo “irrealistico fin dall’inizio”.

Sulla cooperazione tra Germania e Afghanistan si è espresso anche il ministro degli Esteri Maas, secondo cui il governo federale fornirà un contributo significativo” alla stabilizzazione del paese centro-asiatico anche dopo il ritiro della Bundeswehr. Per Maas “l’operazione militare è sempre stata solo un elemento del nostro impegno” in Afghanistan. L’esponente del Partito socialdemocratico tedesco (SPD) ha quindi evidenziato: “Proseguiremo il nostro sostegno civile in futuro”. È, infatti, “nell’interesse dell’Europa creare prospettive positive e sicure per gli afghani”. A tal fine, ha aggiunto Maas, la Germania “intensificherà ulteriormente” il proprio impegno a supporto dei negoziati di pace per l’Afghanistan. Per il ministro degli Esteri, si tratta di “un processo difficile”, ma anche del “modo più promettente per una soluzione sostenibile e stabile”. A sua volta, per il ministro per la Cooperazione economica e lo Sviluppo Gerd Müller, la Germania fornirà ulteriori aiuti all’Afghanistan, anche dopo la conclusione di RS. Secondo l’esponente dell’Unione cristiano-sociale (CSU), gli afghani hanno bisogno di “una prospettiva” nel proprio paese, “se vogliamo prevenire l’afflusso di rifugiati”. A tal fine, ha proseguito Müller, per sostenere ulteriormente lo sviluppo in Afghanistan la Germania intende coinvolgere le organizzazioni non governative “ancor più di prima”, in particolare quelle che lavorano a stretto contatto con la popolazione. Il governo federale non manca dunque di iniziativa per i prossimi sviluppi in Afghanistan. Tuttavia, affermava il feldmaresciallo prussiano Helmuth von Moltke, “nessun piano supera con certezza il primo incontro con il nemico”.

 

Questo approfondimento fa parte della collaborazione di Eunews con Derrick, newsletter settimanale che indaga la Germania in vista delle elezioni del Bundestag di settembre 2021.

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