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Caso Pegasus, Orbán al centro dello scandalo sul software israeliano per spiare attivisti e giornalisti indipendenti
Viktor Orban

Caso Pegasus, Orbán al centro dello scandalo sul software israeliano per spiare attivisti e giornalisti indipendenti

Come rivelato dall'inchiesta della rete internazionale Forbidden Stories, dal 2017 il premier ungherese avrebbe messo sotto sorveglianza oltre 300 numeri di telefono, raccogliendo segretamente video, foto e conversazioni private

Bruxelles – Si allungano le ombre sul primo ministro ungherese, Vitor Orbán. Non bastavano i polveroni della settimana scorsa su diritti LGBT+ e gestione della politica migratoria: oggi il più controverso dei leader europei si trova nell’occhio del ciclone per l’utilizzo di un software israeliano di spionaggio per hackerare gli smartphone di attivisti, giornalisti investigativi e uomini d’affari che possiedono società di media in Ungheria.

Lo ha rivelato la rete di giornalismo investigativo Forbidden Stories, in un’inchiesta internazionale che ha coinvolto 17 testate tra cui The Guardian, Washington Post, Süddeutsche Zeitung, Die Zeit e Le Mond e l’organizzazione non governativa per i diritti umani Amnesty International. Dopo aver ottenuto accesso a un database dei clienti della società informatica israeliana NSO Pegasus, la rete ha denunciato la sorveglianza di oltre 50 mila numeri di telefono in 50 Paesi in tutto il mondo dal 2016.

Quello venduto solo con il permesso del ministero della Difesa israeliano – e teoricamente solo per scopi di anti-terrorismo – si definisce spyware. Si tratta di uno strumento che sfrutta i difetti del software dello smartphone per raccogliere informazioni sulle attività online di un utente senza il suo consenso (conversazioni, e-mail, messaggi, foto, video). Lo spyware permette anche di trasformare il dispositivo in un registratore audio e video per sorvegliare in tempo reale il contatto intercettato.

Insieme a regimi autoritari come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, nella lista del clienti di NSO Pegasus compare anche il governo ungherese di Orbán, che avrebbe negoziato l’acquisto del servizio con il governo israeliano in una serie di incontri tra il 2017 e il 2018. Sono oltre 300 gli obiettivi nel Paese, tra cui dieci avvocati, un politico di opposizione e almeno cinque giornalisti, riporta The Guardian. In particolare, da anni sono stati hackerati i cellulari di due giornalisti di Direkt36, partner ungherese della rete internazionale di giornalismo d’inchiesta, di un fotografo che si è occupato del trasferimento della Banca internazionale per gli investimenti da Mosca a Budapest e di Zoltán Varga, proprietario del Central Media Group, società di media ungheresi non allineati alle politiche di Budapest.

Nonostante i portavoce del governo si siano detti “non a conoscenza della presunta raccolta di dati” e abbiamo ribadito che “l’Ungheria è uno Stato di diritto e quindi agisce sempre in conformità con la legge in vigore”, è un fatto che da quando Orbán è diventato premier nel 2010 il Paese è crollato dal 23esimo al 92esimo posto nel World Press Freedom Index, la classifica annuale sulla libertà dei media per ogni Stato di tutto il mondo. Inoltre a inizio luglio l’organizzazione non governativa per la libertà di informazione Reporters sans frontières ha inserito Orbán nella sua lista dei “predatori” della libertà di stampa. È la prima volta che un leader dell’Unione Europea compare in questo elenco.

In questo senso, in Ungheria non sono stati rilevati casi di violenza fisica, ma la guerra di Orbán nei confronti della stampa libera si esercita in modi più sottili. Per esempio, si è fatto ampiamente ricorso a molestie fisiche e psicologiche nei confronti di giornalisti indipendenti, a pressioni sui proprietari delle società di media, al ritiro di fondi pubblicitari statali o, come nel caso di Klubradio, alla sospensione delle attività con motivazioni puramente burocratiche. O ancora, come rivelato da Forbidden Stories, sorvegliando nell’ombra ogni individuo scomodo.

Una vicenda che “deve essere verificata, ma se è così è completamente inaccettabile“, ha attaccato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. “Sarebbe contro qualsiasi regola”, dal momento in cui “uno dei valori fondamentali dell’Unione Europea è la libertà di stampa”. Tuttavia, dall’esecutivo UE fanno sapere che “la sicurezza nazionale è una questione che riguarda gli Stati membri, che devono garantire il rispetto delle regole”. Il portavoce per la Giustizia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto, Christian Wigand, ha specificato che l’indagine su un eventuale spionaggio “spetta all’autorità nazionale per la protezione dei dati“, mentre Bruxelles può solo seguire “da vicino” la vicenda.

Dall’Ungheria all’Italia. “Chissà se il modello Orbán, l’eroe (parole loro) di Salvini e Meloni vale anche per software-spia e violazioni della privacy di giornalisti e oppositori”, ha commentato polemicamente su Twitter Sandro Gozi, eurodeputato in quota Renew Europe e segretario generale del Partito democratico europeo. Insieme agli ungheresi di Fidesz (il partito del premier) e alle altre destre europee, lo scorso 2 luglio Lega e Fratelli d’Italia hanno firmato un manifesto sovranista.

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