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L'Eurogruppo attende Franco, su MES deve chiarire che succede in Italia

L'Eurogruppo attende Franco, su MES deve chiarire che succede in Italia

In Germania processo di ratifica del trattato al centro di questioni costituzionali che sfuggono al controllo dei governo e parlamento, a Roma il Parlamento tentenna e si vuole capire perché

Bruxelles – Daniele Franco atteso al varco, deve chiarire sul MES. Il ministro dell’Economia dovrà spiegare ai partner le ragioni di un processo di ratifica del trattato sul fondo salva-Stati ESM ancora in alto mare. L’Eurogruppo di lunedì prossimo (17 gennaio), il primo del nuovo anno, dovrà tra le altre cose fare il punto della situazione sul Meccanismo europeo di stabilità. Ci sono solo due Paesi dove il processo di adozione del nuovo trattato è ferme: Germania – per via di un ricorso alla Corte costituzione – e Italia – per ragioni politiche di cui ora si chiede conto.

“Non dico che c’è scontento per comportamento di Italia, c’è voglia di capire che succede”, confida un funzionario europeo. E’ chiaro che nel gruppo dei Paesi con la moneta unica c’è del malumore, altrimenti non si avvertirebbe la necessità di 0ttenre rassicurazioni dal ministro italiano. “Si vuole essere certi che una volta che l’ostacolo sarà sormontato, non ve ne saranno altri”.

Bruxelles diventa il luogo in cui si condensano dubbi circa affidabilità dell’Italia e la capacità della sua classe dirigente a tenere fede agli impegni presi. Non certo il massimo. Perché se è vero che a Berlino la questione costituzionale è fuori dal controllo della cancelleria federale, a Roma è il Parlamento, che invece ha potere e attribuzioni per permettere agli accordi di essere approvati ed entrare in vigore, a far sì che tutto resti sospeso.

In occasione del dibattito, chi si occupa del dossier confida che il presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, “ricordi l’importanza di avere un common backstop e della credibilità sulla nostra cooperazione”. Il fondo salva-Stati, come ridisegnato dai Paesi dell’eurozona, dovrebbe fornire sostegno comune al sistema finanziario (il backstop, appunto). Dovrebbe mettere i fondi nel fondo di risoluzione delle crisi bancarie. A patto che tutti gli Stati ratifichino un accordo che si voleva in vigore dall’1 gennaio di quest’anno, avendo concesso un anno di tempo dopo la firma degli ambasciatori. Ecco perché c’è voglia di avere risposte e garanzie. L’Italia deve chiarire cosa succede e come intende smettere di tenere tutti gli altri in ostaggio.