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Verdi europei e ambientalisti contro il piano industriale di ENI

Verdi europei e ambientalisti contro il piano industriale di ENI "climaticamente inadeguato". Presentata istanza all'Ocse

Un gruppo di organizzazioni, movimenti e gruppi ambientalisti italiani, sostenuti dal gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo ha fatto ricorso al Punto di contatto nazionale dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico per denunciare "l'inadeguatezza" del piano industriale della compagnia petrolifera italiana nella lotta ai cambiamenti climatici

Bruxelles – Assenza di misure per ridurre le emissioni nei prossimi anni, mancanza di una valutazione di impatto climatico delle attività aziendali e informazioni trasparenti, mancata redazione di un piano di prevenzione e mitigazione dei rischi. Sono le motivazioni che hanno spinto oggi (14 febbraio) un gruppo di organizzazioni, movimenti e gruppi ambientalisti italiani, sostenuti dal gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo e da Europa Verde, a presentare un ricorso al Punto di contatto nazionale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) a Roma per denunciare “l’inadeguatezza” del piano industriale della compagnia petrolifera italiana ENI nella lotta ai cambiamenti climatici.

L’iniziativa è promossa da Europa Verde e dal gruppo dei Verdi insieme alle associazioni ambientaliste Rete Legalità per il clima, A Sud, Forum Ambientalista, Generazioni Future – Cooperativa di mutuo soccorso, Fridays for Future, Extinction Rebellion Milano, Per il clima fuori dal fossile, Emergenzaclimatica.it, Diritto Diretto. Il Punto di contatto nazionale (PCN) è un organismo creato all’interno del Ministero dello sviluppo economico che ha il compito di promuovere le Linee Guida OCSE per le imprese multinazionali, che fissano una serie di principi a cui le imprese e le multinazionali possono aderire su base volontaria nell’ottica di garantire trasparenza e sostenibilità dal punto di vista climatico, sociale ed economico. Chiunque può aprire un’istanza al PCN sollevando il dubbio che un’impresa provochi o rischi di provocare con la propria condotta un impatto negativo: il punto di contatto (dopo averne valutato l’ammissibilità) deve intervenire nell’istanza cercando una mediazione tra le due parti. Nel caso in cui ENI decidesse di non aderire alla procedura, avvertono gli ambientalisti, la partita potrebbe spostarsi sul piano giudiziario come è accaduto alla multinazionale petrolifera Shell nei Paesi Bassi.

“Sosteniamo con convinzione questa iniziativa, a cui abbiamo contribuito sin dall’inizio e per la quale abbiamo chiesto e ottenuto il supporto dell’intero gruppo dei Greens/ALE del Parlamento Europeo”, sottolineano l’eurodeputata Eleonora Evi ed Angelo Bonelli, co-portavoce nazionali di Europa Verde. “ENI è il principale emettitore italiano di gas serra e una delle aziende più inquinanti del pianeta. Inammissibile che, proprio mentre l’emergenza climatica richiede l’eliminazione delle fonti fossili, ENI continui impunemente ad investire in estrazioni di petrolio e gas, con l’aggravante di ripulirsi l’immagine attraverso vergognose azioni di greenwashing”. Gli ambientalisti si sono scagliati contro la sponsorizzazione del Festival di Sanremo appena concluso da parte della multinazionale, ideando la campagna “greENIwashing”.

“ENI ha dichiarato spontaneamente di volersi impegnare a rispettare gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi attraverso la firma del Paris Pledge for Action“, ha ricordato Philippe Lamberts, co-presidente del gruppo dei Verdi all’Europarlamento. “Nonostante il dichiarato impegno dell’azienda petrolifera italiana in ambito climatico, il piano industriale prevede un incremento del 4 per cento annuo della quantità di petrolio e gas estratto nei successivi tre anni, un trend di riduzione delle emissioni non in linea con gli scenari individuati dalla comunità scientifica per rispettare i target di lungo termine previsti dall’Accordo di Parigi”.

Lamberts contesta al piano industriale 2021-2024 di ENI anche il ricorso a tecniche “controverse ed inefficaci” come il processo di cattura e stoccaggio di CO2 (CCS) o la produzione di idrogeno blu. Proposte che di fatto “risultano essere solo diversivi dall’efficacia non dimostrata, piuttosto che soluzioni concrete al problema delle emissioni”, a detta dell’eurodeputato. Conclude sottolineando che è “il tempo che i grandi inquinatori siano resi responsabili nei confronti del pubblico”.