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David Foster Wallace (immagine tratta da Circolo dei lettori, Torino)

"Infinite Jest", un romanzo fondamentale, in cui mi sono imbattuto troppo tardi nella vita

Il capolavoro di David Foster Wallace, che vorresti leggere, e poi rileggere, e poi rileggere ancora...

Leggere Infinite Jest è innanzi tutto un’esperienza di lettura titanica: 1.178 pagine, oltre 100 pagine di note, da un lato impressionano, dall’altro ti danno un tono, come a dire “vedete, lo sto leggendo, ci sto riuscendo”! Ancor più titanica perché, nelle prime 350/400 pagine si aprono una serie di storie, apparentemente slegate fra loro, che pian piano convergono verso un finale, o meglio, un non-finale aperto, che lascia attoniti.

Di qui la trama, complessa, spiazzante, impossibile da riassumere, se non almeno il filo conduttore del libro: un film, chiamato per l’appunto “Infinite Jest”, che, fin dalla prima inquadratura, provoca nello spettatore un piacere fisico e mentale così forte e assoluto da condurlo alla morte d’inedia, nell’impossibilità di interromperne la visione.

Il romanzo, scritto nel 1996, è ambientato in un futuro prossimo (circa dieci/quindici anni dopo), nella zona di Boston, in un mondo dove non esistono più gli Usa, ma una federazione composta da Stati Uniti Canada e Messico (la cosiddetta Onan) ed in cui la regione del Quebec è stata trasformata in un’enorme discarica di rifiuti. Un mondo dove gli anni non si susseguono cronologicamente ma vengono identificati con lo slogan pubblicitario della multinazionale che ne acquista i diritti di sponsorizzazione (Anno del Pannolone per Adulti Depend, Anno del Whopper, Anno della Saponetta Dove in formato Prova ecc.).

In questo contesto si muovono centinaia di personaggi, alcuni citati solo nelle note, che compongono un mosaico di storie dal quale non è facile districarsi: i ragazzi dell’Eta (Enfield Tennis Academy), una scuola di tennis dove si formano, o si cerca di formare, futuri talenti; gli ospiti di una comunità di recupero per dipendenti da alcol e altre sostanze (la Ennet House), i secessionisti del Quebec, la cui caratteristica è quella di essere costretti su sedie a rotelle, “les assassins des fateuils rollents”.

Fra questi, James Incandenza, regista del film Infinite Jest, fondatore con la moglie dell’Eta, destinato al suicidio; i suoi figli, Orin, Hal e Mario; Don Gately e Joelle Van Dyne, l’uno gigantesco dipendente della Comunità di Recupero, l’altra, una paziente, la “donna più bella di tutti i tempi” ma dal volto deturpato dall’acido e per questo perennemente velata; Remy Marathe, un secessionista del Quebec in sedia a rotelle, doppiogiochista per amore della moglie malata.

In un romanzo di queste dimensioni e di tale apertura è impossibile identificare un protagonista, posso solo dire che a me hanno conquistato Hal Incandenza – il giovane geniale adolescente campione di tennis, dedito alle droghe e capace di parlarci di sé e della vita con profonda, struggente umanità – Don Gately – il gigante ex tossico, ex carcerato, che sa pagare un prezzo altissimo pur di disintossicarsi – Joelle Van Dyne (alias Madame Psycosis) – troppo bella, troppo intelligente, troppo fragile – per quanta umanità disperata, vera, ma anche ironica ed a tratti dissacrante, mi hanno comunicato.

In questi turbinio di pagine e personaggi ci accompagna David Foster Wallace, un genio, prima matematico e logico, poi filosofo, poi ancora, dopo un ricovero in ospedale psichiatrico, saggista e scrittore che ha segnato la letteratura americana e mondiale fra gli anni 80 del novecento sino alla prematura, tragica scomparsa avvenuta nel 2006.

Se mai fosse possibile individuare alcuni temi conduttori di questo straordinario romanzo ne individuerei tre:

  • un romanzo “massimalista”, in opposizione al minimalismo della letteratura post-moderna, fatto di scrittura rutilante, avvolgente, dove le storie si ampliano a dismisura per poi ricomporsi e trovare, non sempre per altro, una finalizzazione tematica;
  • un romanzo sul linguaggio, dove la parola e gli stessi neologismi plasmano la realtà, alla ricerca spesso cieca ma sistematica della verità (“su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” diceva Wittgenstein nella sua settima tesi del celeberrimo Tractatus Logico-Philosoficus);
  • un romanzo sulla scelta e sulla solitudine, scelta e esistenziale e solitudine umana e sociale, condizioni che caratterizzano l’uomo occidentale contemporaneo.

Un romanzo fondamentale, in cui mi sono imbattuto troppo tardi nella vita ma che una volta letto si avrebbe voglia di rileggerlo, e rileggerlo, e rileggerlo ancora, come i grandi classici della letteratura mondiale, dalla Recherche di Proust ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij.