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La vigilia del ballottaggio più divisivo della storia della Quinta Repubblica in Francia: Le Pen insidia da vicino Macron

La vigilia del ballottaggio più divisivo della storia della Quinta Repubblica in Francia: Le Pen insidia da vicino Macron

Il 24 aprile si terrà il ballottaggio delle elezioni presidenziali. Secondo quanto emerge dai sondaggi e dalle intenzioni di voto post-dibattito TV tra i due sfidanti, il presidente uscente è quotato per la riconferma, ma la candidata di estrema destra ha ancora chance di vittoria

Bruxelles – La Francia alla prova delle elezioni più decisive della sua storia recente, con un ballottaggio che si preannuncia più al cardiopalma che mai. Il presidente uscente, Emmanuel Macron, e la candidata di estrema destra, Marine Le Pen, si sfideranno domenica (24 aprile) per guidare il Paese per i prossimi cinque anni e gli ultimi sondaggi di Ipsos France confermano che la partita è ancora apertissima.

Come è emerso dal confronto televisivo tra i due sfidanti, Macron è proiettato alla riconferma all’Eliseo, ma con uno scarto minore rispetto alle elezioni del 2017 in Francia (allora erano i due terzi dei voti), che tiene sospeso fino all’ultimo il verdetto del ballottaggio. A 48 ore dal giorno X, le intenzioni di voto danno il presidente uscente in vantaggio con 57,5 punti percentuali, contro i 42,5 di Le Pen. La forbice si è ampliata nel corso dell’ultima settimana, in particolare dopo il duello TV, in cui la candidata di estrema destra non è sembrata riuscire a convincere gli elettori incerti di essere la “donna di Stato” come afferma sui manifesti elettorali. Rispetto al lunedì scorso, dopo il primo turno di elezioni, Le Pen avrebbe perso quasi il 5 per cento delle intenzioni di voto.

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Le proiezioni della vigilia non devono però far pensare che la partita per l’Eliseo sia già chiusa ancora prima dell’apertura delle urne. Quello che tiene ancora a galla Le Pen è la posizione degli elettori della sinistra radicale di La France Insoumise e l’atteggiamento non proprio privo di ambiguità del suo candidato, Jean-Luc Mélenchon. La metà di coloro che hanno contribuito alla quasi rimonta di Mélenchon su Le Pen due domeniche fa (10 aprile) sembra essere intenzionata ad astenersi o votare in bianco, mentre uno su cinque voterà proprio la candidata di estrema destra. Il restante 34 per cento darà la preferenza al candidato liberale di La République En Marche: un calo evidente rispetto a cinque anni fa, quando gli elettori della sinistra radicale fecero la differenza nell’elezione di Macron.

“Non bisogna dare un solo voto a Marine Le Pen”, aveva attaccato Mélenchon dopo la sconfitta al primo turno, ma il suo non essersi mai espresso esplicitamente a favore di Macron non sembra aver contribuito a mettere in chiaro che per la sinistra radicale la scelta – anche tappandosi il naso – è inequivocabile. Più compatti alla vigilia del ballottaggio sembrano invece gli elettori degli altri sconfitti alle elezioni presidenziali in Francia. Due terzi dei verdi di Yannick Jadot (4,6 per cento al primo turno) si schiereranno dalla parte di Macron, così come la metà dei conservatori di Valérie Pécresse (4,7). Quasi nessun dubbio per gli elettori estremisti della destra di Éric Zemmour (7 per cento): tre su quattro voteranno Le Pen perché “nonostante i molti disaccordi, Macron è peggio”, aveva spiegato il candidato di Reconquête dopo la sconfitta di due settimane fa.

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Lo scenario politico in Francia è quasi identico a quello del 2017 – con gli stessi candidati al ballottaggio – ma gli elettori sono più divisi e meno contrari a vedere una candidata di estrema destra ed euroscettica all’Eliseo. Ad alimentare questa tendenza ha contribuito anche il fatto che Le Pen ha moderato le sue posizioni più radicali negli ultimi cinque anni, con la contemporanea comparsa sulla scena politica di una figura di destra ancora più estremista, quale è Zemmour. Anche sul piano dei rapporti con Bruxelles Le Pen si è ammorbidita, promettendo che non ci sarà nessuna “Frexit” dall’UE: quello su cui punta ora la leader di Rassemblement National è “cambiare profondamente l’Unione dall’interno per creare un’alleanza europea di nazioni“.

La promessa agli elettori è arrivata nel corso del dibattito televisivo di mercoledì (20 aprile), quando le Pen ha affermato che il cambiamento dell’Unione Europea deve essere fondato sul principio che “non ci può essere sovranità europea se non ci sono popoli europei”, riprendendo il leitmotiv dei gruppi politici di destra a Bruxelles. In caso di elezione, la nuova presidente vorrebbe mettere mano a progetti su cui è contraria, come gli accordi di libero scambio con Paesi extra-UE e la strategia Farm to Fork, ma soprattutto riproporrà un cavallo di battaglia costante dei sovranisti: “Voglio che la Commissione rispetti gli Stati sovrani e la supremazia del diritto nazionale su quello dell’UE”, su cui i francesi potrebbero essere chiamati al voto con un referendum.

Secondo Macron, questo progetto è una “Frexit mascherata”, perché Le Pen “vuole ancora uscire dall’UE, ma non lo dice più”. L’avvertimento dell’attuale inquilino dell’Eliseo è quello di una possibile alleanza tra una Francia spostata a destra e l’Ungheria di Viktor Orbán, primo interlocutore con cui iniziare a destabilizzare l’Unione dall’interno (complice anche il recente rafforzamento elettorale nazionale). Uno dei punti più critici della vittoria di Le Pen e di un’intesa con Orbán riguarderebbe in particolare il rapporto con la Russia di Vladimir Putin, con cui entrambi i leader di estrema destra hanno rapporti quantomeno controversi. A farne le spese potrebbe essere l’unanimità finora raggiunta su sanzioni e restrizioni al commercio con Mosca dell’Unione dopo l’invasione dell’Ucraina, ma anche le ambizioni degli ultimi due mesi della presidenza di turno francese del Consiglio dell’UE.

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