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La Bielorussia introduce la pena di morte anche per

La Bielorussia introduce la pena di morte anche per "tentati atti di terrorismo". Si teme per oltre mille prigionieri politici

L'Assemblea nazionale ha approvato l'emendamento all'articolo 59 del Codice penale, che disciplina i reati per cui è prevista la pena capitale (unico Paese in Europa). Condanna dall'UE: "Ulteriori gravi abusi contro opposizione, attivisti e sindacalisti"

Strasburgo, dall’inviato – Mentre tutta l’attenzione dell’Unione Europea è rivolta agli sviluppi dell’invasione russa dell’Ucraina e all’annullamento di ogni voce indipendente in Russia, continua a peggiorare la situazione interna anche nel terzo Paese coinvolto nella guerra nell’Est Europa, la Bielorussia di Alexander Lukashenko. Con l’approvazione di un emendamento al Codice penale, l’Assemblea nazionale della Bielorussia ha introdotto la pena di morte per “tentati atti di terrorismo”, una stretta ancora più grave sui diritti umani nel Paese che mette a rischio la vita degli oltre mille prigionieri politici che si trovano attualmente nelle carceri di Stato.

Bielorussia UE RussiaIl via libera all’emendamento voluto dall’autoproclamato presidente Lukashenko è arrivato giovedì scorso (28 aprile) e integra un tipo di pena che sul continente europeo è presente solo in Bielorussia (anche in Russia è presente nel Codice penale, ma dal 1996 è stata introdotta una moratoria). La condanna a morte finora era prevista per diversi reati, dall’omicidio con aggravante all’assassinio di un agente di polizia, fino al sabotaggio e agli attentati. Ora invece si può applicare anche per “tentati” atti di terrorismo, la stessa accusa che ha portato all’arresto di 1167 prigionieri politici e alla condanna a lunghe pene detentive di almeno 36 di loro. “È una mossa che va nella direzione opposta alla tendenza globale di abbandonare la pena di morte”, ha accusato Peter Stano, portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), ricordando che questa pratica “viola il diritto inalienabile alla vita sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani ed è una punizione crudele, inumana e degradante”.

La modifica dell’articolo 59 del Codice penale consente “ulteriori gravi abusi” ai danni dei prigionieri politici dell’opposizione democratica che si oppone al regime di Lukashenko e che accusa l’autocrate di brogli alle elezioni-farsa del 2020 per non rinunciare al potere trentennale. “Molti rappresentanti delle forze democratiche, attivisti e sindacalisti in Bielorussia sono ricercati con l’accusa di terrorismo e molti degli accusati sono processati in processi segreti, ingiusti e tendenziosi, spesso con accuse inventate e senza garanzie legali”, ha ribadito Stano: “Ora rischiano anche la pena di morte“. Tra questi, ci sono Maria Kolesnikova e Maksim Znak, membri del Presidium del Consiglio di coordinamento dell’opposizione condannati rispettivamente a 11 e 10 anni di carcere, il marito della leader Tsikhanouskaya, Siarhei Tsikhanouski, imprigionato il 29 maggio del 2020 con l’obiettivo di impedirgli di partecipare alle elezioni presidenziali e condannato a 18 anni, e Ales Bialiatski, uno dei vincitori del Premio Sakharov 2020 dell’UE e fondatore dell’organizzazione per i diritti umani Viasna.

A preoccupare Bruxelles è sia la situazione interna, sia quella esterna. “Il regime continua la brutale repressione della sua stessa popolazione”, è la condanna del portavoce del SEAE, che si somma a quella contro il sostengo all’invasione russa dell’Ucraina: “La complicità di Lukashenko nel fornire il suo territorio per l’attacco a Kiev è stata condannata dall’UE nei termini più forti possibili” ed è stata oggetto dei pacchetti di sanzioni dei Ventisette non solo contro Mosca, ma anche contro Minsk. Il regime sta accusando i colpi dell’embargo UE al commercio di potassio, acciaio, legno, cemento e combustibili dalla Bielorussia – con l’ulteriore divieto agli operatori di trasporto di accedere alle infrastrutture europee – e l’inevitabile conseguenza è una stretta repressiva sulla popolazione per tentare di annientare quello che rimane dei movimenti di protesta.

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