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    Home » Cronaca » Il futuro dei diritti umani tra i regimi autoritari e la lotta all’impunità

    Il futuro dei diritti umani tra i regimi autoritari e la lotta all’impunità

    A conclusione della prima conferenza internazionale organizzata dal Servizio di ricerca del Parlamento Europeo e dalla no profit Fight Impunity le sfide e riflessioni sul tema

    Alessandra Tommasi</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@aletommasi3" target="_blank">@aletommasi3</a> di Alessandra Tommasi @aletommasi3
    20 Giugno 2022
    in Cronaca

    Bruxelles – Non è un futuro facile quello che riguarda lo status dei diritti dell’uomo nei prossimi anni. È con questa consapevolezza che è iniziata e si è conclusa la prima conferenza internazionale sul futuro dei diritti umani organizzata dal Servizio di ricerca del Parlamento Europeo e dalla no profit Fight Impunity, con la partecipazione di No Peace without Justice. Due giornate e cinque tavoli di lavoro dove attivisti, giuristi, politici e membri della società civile sono intervenuti su Afghanistan, Argentina, Brasile, Cina, Colombia, Egitto, Libano, Repubblica Democratica del Congo eUcraina.

    “In questo momento, siamo tutti impegnati in una lotta storica per la protezione e persino la sopravvivenza dei diritti umani, così come li conosciamo”, ha sintetizzato Eamon Gilmore, rappresentante speciale dell’Unione Europea per i diritti umani, che è intervenuto sottolineando come i regimi autoritari siano oggi in aumento. I numeri li dà Javier El-Hage di Human Rights Foundation: il 54 per cento della popolazione globale si trova oggi sotto un regime autoritario (per un totale di 93 Paesi, se si contano anche quelli con elezioni dal risultato spesso pilotato). Qui avvengono le maggiori violazioni dei diritti umani. Secondo l’ONG, il 97 per cento dei rifugiati proviene o fugge da uno Stato autoritario.

    https://twitter.com/MariaArenaEU/status/1537413520723255298?s=20&t=xHGPvuEBxz635KdlV0imWQ

    E c’è un maggiore rischio di impunità, come hanno testimoniato durante la conferenza la procuratrice Ghada Aoun, oggi attivista, perseguitata in Libano dopo aver incriminato alcune delle sue figure di spicco – tra cui l’ex primo ministro Najib Mikati – per corruzione, e Ayman Nour, candidato alle presidenziali egiziane contro Hosni Mubarak e per questo incarcerato, poi esiliato sotto al-Sisi. “La corruzione in Libano è un flagello”, ha raccontato Aoun ai presenti, “e tutti i responsabili, gli esponenti politici, l’élite bancaria, spesso anche i giudici fruiscono della più totale impunità”.

    Per questo è necessaria una raccolta di prove trasparente: “Nel caso della guerra in Ucraina, questo lavoro viene fatto. In molti altri teatri del mondo è difficile”, ha affermato David Miliband, presidente dell’ONG International Rescue Committee. “Solo così si può attribuire la responsabilità attraverso canali legali”, ha scandito. Un lavoro a cui, proprio nel caso di Kiev, sta contribuendo anche lo Ukrainian Legal Advisory Group. Il gruppo analizza e verifica, a partire da fonti open source, prove sui crimini di guerra compiuti dalla Russia nel Paese – come ha illustrato la presidente Nadia Volkova durante uno dei tavoli di lavoro della conferenza sul futuro dei diritti umani – nell’attesa di un processo.

    Nadia Volkova @ULAGroup Conf The Future of #HumanRights 1. There won’t be Peace Without Justice in #Ukraine @NpwjPress but #Accountability mechanisms are lacking 2. Ukraine needs the EU to build #Peace #Justice #Democracy #RuleOfLaw #Solidarity and become a contributive member pic.twitter.com/pX1n2NBOx0

    — Fight Impunity (@fightimpunity) June 17, 2022

    Sempre sul piano giuridico, Stephan Parmentier, docente di giurisprudenza per i diritti umani all’Università di Lovanio, ha evidenziato invece il ruolo della giustizia di transizione per garantire un processo equo e il risarcimento delle vittime e favorire un processo di riconciliazione, contro la reiterazione dei crimini. Il rischio di ripetizione c’è, come ha sostenuto in un intervento anche l’avvocato argentino Cesar Sivo, che ha avuto un ruolo chiave all’interno dei processi giudiziari contro i crimini commessi durante la dittatura militare argentina.

    “La lotta all’impunità deve ritrovare una sua centralità nelle politiche istituzionali”, è il primo dei messaggi al termine della conferenza sul futuro dei diritti umani, da parte di Pier Antonio Panzeri, presidente di Fight Impunity. Che ha aggiunto: “Una decisione che il Parlamento Europeo ha già assunto chiedendo l’istituzione di un osservatorio contro l’impunità”. Anche pensare nuovi modi di comunicare i diritti umani, che spesso vengono “percepiti come parte dell’agenda occidentale”, ha detto Flavia Pansieri, vice alta commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite tra il 2013 e il 2015. Panzeri ha invitato le istituzioni a “cercare un terreno comune”, meno ‘ideologico’, ad esempio utilizzando termini come quelli ‘equità’, ‘uguaglianza’ e ‘giustizia’.

    Mentre l’eurodeputata Maria Arena, a capo della sottocommissione per i Diritti umani del Parlamento Europeo, ha ricordato altri due punti: l’importanza della coerenza della politiche e di pensare diritti civili e diritti sociali insieme. “Alle porte del Mediterraneo muoiono persone migranti che non riescono neanche ad accedere alla domanda di asilo. Che figura ci facciamo?”, ha tuonato Arena. Così come quando ci rechiamo a Israele e parliamo di democrazia, quando migliaia di palestinesi sono privati dei loro diritti, ha continuato l’eurodeputata belga, “questa ambiguità non è accettabile, né possibile. Nell’UE non c’è spazio per doppi standard, come anche nei casi di Polonia e Ungheria”.

     

    Tags: Ayman NourCesar Sivocrimini di guerraDavid Milibanddiritti umaniEamon GilmoreFight ImpunityFlavia PansieriGhada AounHosni MubarakHuman Rights FoundationimpunitàInternational Rescue CommitteeJavier El-HageMaria ArenaNadia VolkovaNo Peace without JusticePier Antonio PanzeriServizio di ricerca del Parlamento europeoStephan ParmentierUkrainian Legal Advisory Group

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