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Perché Bulgaria e Macedonia del Nord non riescono a trovare una soluzione alla disputa che blocca l'adesione UE di Skopje
Il primo ministro della Macedonia del Nord, Dimitar Kovačevski, e l'omologo della Bulgaria, Kiril Petkov

Perché Bulgaria e Macedonia del Nord non riescono a trovare una soluzione alla disputa che blocca l'adesione UE di Skopje

Quali sono le cause della disputa storico-culturale tra Sofia e Skopje che dal 2020 sono alla base del veto bulgaro sull'apertura dei negoziati di adesione macedone (e albanese) all'UE. Si guarda ai prossimi giorni per una svolta, le cui possibilità di riuscita vengono date al 50/60 per cento

Bruxelles – Raccolte le macerie del fallimento del vertice UE-Balcani Occidentali, per tutti i convenuti a Bruxelles è tempo di guardare oltre e capire quali sono le prospettive per mettere in salvo i resti del processo di allargamento dell’Unione nella regione. Senza entrare nel merito delle aspettative tradite su Kosovo e Bosnia ed Erzegovina (a cui solo in serata i leader UE hanno cercato di mettere una pezza), può essere utile capire in quale direzione può andare la questione del veto della Bulgaria all’apertura dei negoziati di adesione della Macedonia del Nord, ma anche dell’Albania, che è legata a Skopje dallo stesso dossier. “Niente è mai facile per i Balcani Occidentali, ma penso che ci potrebbe essere una probabilità del 50, forse 60 per cento di una svolta entro la prossima settimana”, ha fatto sapere alla stampa il premier dei Paesi Bassi, Mark Rutte, a margine del vertice.

Kiril Petkov Bulgaria
Il primo ministro (sfiduciato) della Bulgaria, Kiril Petkov (23 giugno 2022)

Ciò a cui si riferisce Rutte è il voto del Parlamento bulgaro sulla proposta francese per risolvere la disputa sull’avvio dei negoziati: questo pomeriggio la commissione Esteri ha dato il via libera e domani (venerdì 24 giugno) si svolgerà la decisiva votazione della sessione plenaria. Contro la proposta del presidente francese, Emmanuel Macron – che prevede di inserire buona parte delle richieste bulgare nel quadro dei negoziati a livello UE – si sono schierati i socialisti di BSP, i nazionalisti filo-russi di Vazrazhdane e il movimento populista fondato dallo showman Slavi Trifonov C’è un popolo come questo (ITN), co-responsabile della caduta del governo guidato da Kiril Petkov e del voto di sfiducia arrivato ieri (mercoledì 22 giugno). Proprio la sfiducia all’esecutivo da parte del Parlamento di Sofia ha impedito di arrivare a una rimozione immediata del veto bulgaro già al vertice UE-Balcani Occidentali di questa mattina. A favore della scelta di affidare in extremis allo stesso primo ministro sfiduciato il mandato di negoziare a Bruxelles lo sblocco dei negoziati sull’adesione della Macedonia del Nord sono il partito Noi continuiamo il cambiamento di Petkov, Il Movimento dei Diritti e delle Libertà (minoranza turca) e i conservatori di GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) dell’ex-premier Boyko Borissov.

Abbiamo messo pressione sulla Bulgaria, con la proposta di integrare richieste compatibili con ciò che la Macedonia del Nord può rispettare“, ha spiegato in conferenza stampa il presidente francese Macron. “Nelle prossime ore dobbiamo aspettarci che il Parlamento bulgaro voti sulla strada europea comune che abbiamo concordato” e, se questo avverrà, “possiamo ritornare al Coreper [gli ambasciatori dei 27 Stati membri riuniti nel Comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio, ndr] e sbloccare i negoziati”, ha precisato Macron. Il problema a Sofia è che quasi nessun partito vuole assumersi una responsabilità storica di fronte all’elettorato, in vista di probabili elezioni anticipate. Nonostante il gabinetto Petkov si sia speso per trovare una soluzione alla disputa storico-culturale con Skopje, è compito del Parlamento prendere posizione sulla revoca del veto. Secondo l’ormai ex-premier bulgaro, l’opposizione ha utilizzato la questione macedone per ricattare l’esecutivo ogni volta che si poneva il rischio di mettere in luce i casi di corruzione del precedente gabinetto Borissov, definito da Petkov alla stampa europea “la persona più disonesta che conosca”.

Dimitar Kovačevski Macedonia del Nord
Il primo ministro della Macedonia del Nord, Dimitar Kovačevski (23 giugno 2022)

Dall’altra parte della barricata, sponda macedone, il premier Dimitar Kovačevski ha messo in chiaro quali sono le linee rosse di Skopje sulla proposta francese, che “deve garantire alcuni elementi-chiave imprescindibili”. Nel corso della conferenza stampa congiunta con il premier albanese, Edi Rama, e il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, Kovačevski ha sottolineato che ci deve essere un “chiaro riconoscimento della lingua e dell’identità macedone nel quadro negoziale” a livello UE e che “le questioni storiche non possono essere criteri vincolanti”. Con particolare enfasi, il primo ministro macedone ha messo in chiaro che “i negoziati tra Skopje e l’Unione devono essere avviati prima dell’inizio della procedura per i cambiamenti costituzionali” per l’inclusione nel preambolo della Costituzione macedone di “bulgari, croati e montenegrini come minoranze tutelate al pari delle altre”. Dovranno essere fornite “forti garanzie dalla Bulgaria e dall’UE che Sofia non farà nuove richieste vincolanti su quanto dovrà essere concordato sul quadro negoziale e sul protocollo bilaterale” e che “qualsiasi soluzione dovrà passare dalla consultazione e dall’accordo con le istituzioni macedoni”.

La cause della disputa

È dalla fine del 2020 che la Bulgaria ha posto il veto all’adesione UE della Macedonia del Nord per questioni di natura storico-culturale e identitaria, che spaziano dai padri fondatori delle due nazioni alla lingua in uso. Tre anni prima, il primo agosto 2017, era stato firmato il Trattato di amicizia tra i due Paesi, che aveva istituito una commissione accademica congiunta per valutare eventi storici comuni e questioni identitarie controverse. Coincidenza ha voluto che la firma arrivasse a un giorno dell’anniversario della rivolta di Ilinden del 1903, l’insurrezione anti-ottomana che è il caposaldo dell’identità nazionale di entrambi i Paesi (anche se per Skopje sarebbe più corretto riferirsi agli slavo-macedoni, la componente maggioritaria di una società multietnica composta anche di minoranze consistenti di albanesi, serbi, turchi e rom).

Balcani Occidentali Allargamento UELa questione identitaria è dominante nella disputa tra Bulgaria e Macedonia del Nord. Sofia non riconosce l’esistenza di una nazione macedone distinta da quella bulgara, negando la possibilità di utilizzare l’attributo ‘macedone’ in ogni aspetto socio-culturale. Ne deriva di conseguenza l’opposizione al riconoscimento dell’esistenza di una minoranza macedone sul proprio territorio, o di una bulgara in Macedonia del Nord, dal momento in cui si tratterebbe dello stesso popolo (anche se Sofia esige che venga inserita nel preambolo della Costituzione macedone, tra i popoli costituenti). Questa intransigenza si riflette anche in ambito linguistico: secondo il governo di Sofia la lingua macedone altro non è che un dialetto del bulgaro, artificialmente elevato a lingua sotto il regime di Tito (tra il 1944 e il 1991 la Repubblica Socialista di Macedonia era una delle sei repubbliche della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia).

La storia – come spesso accade – è fonte delle divisioni più dure tra Sofia e Skopje. Se non esiste un’identità macedone nel presente, non poteva esistere nemmeno nel passato: è così che entrambi i Paesi sostengono di essere eredi esclusivi di alcuni personaggi storici, in particolare Goce Delčev, il patriota che ha dato il via all’insurrezione balcanica anti-ottomana del 1903. Qualche decennio prima, il territorio macedone era stato acquisito dal neonato regno di Bulgaria con il trattato di Santo Stefano, stipulato dopo la guerra russo-turca (1877-78), ma con la seconda guerra balcanica del 1913 era divenuto parte del Regno dei Serbi (poi Regno dei Serbi, Croati e Sloveni al termine della prima guerra mondiale). In virtù di tutte queste considerazioni, Sofia si rifiuta categoricamente di considerare come un’invasione la sua occupazione militare del territorio macedone nel maggio del 1941, quando la Bulgaria monarchica era alleata della Germania nazista. Il motivo è sempre lo stesso: non esiste una nazione macedone distinta da quella bulgara e, al tempo, si trattava di un territorio sottratto alla Bulgaria ingiustamente.

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