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    Home » Politica » Governo Draghi incassa la fiducia ma la maggioranza si rompe: M5S, Lega e Forza Italia non votano

    Governo Draghi incassa la fiducia ma la maggioranza si rompe: M5S, Lega e Forza Italia non votano

    In una calda giornata di luglio si chiude, di fatto, l'esperienza del suo governo, che incassa sì la fiducia del Senato, ma senza i voti di Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia

    Dario Borriello di Dario Borriello
    20 Luglio 2022
    in Politica
    Mario Draghi

    Mario Draghi

    Roma – Sperava in un esito diverso, ma Mario Draghi era consapevole da giorni che era “venuta meno la maggioranza di unità nazionale”. In una calda giornata di luglio si chiude, di fatto, l’esperienza del suo governo, che incassa sì la fiducia del Senato, ma senza i voti di Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia. Uno strano e inaspettato asse giallo-verde-azzurro, che imposta un ‘campo largo’ imprevedibile e, forse, irripetibile. I numeri contano poco, il premier, a meno di clamorose svolte nella notte romana, domani salirà al Colle per riconsegnare le dimissioni nelle mani del capo dello Stato, Sergio Mattarella. Al Colle va comunque dato atto di averle provate tutte per ricomporre la crisi, ma con tutta probabilità adesso dovrà soltanto prendere atto che la legislatura è al capolinea e non resta che sciogliere le Camere e indire nuove elezioni per non rischiare di finire in esercizio provvisorio e perdere tappe fondamentali del cronoprogramma per il Pnrr.

    Per capire come sia arrivata la politica a questo risultato, è utile riavvolgere il nastro della giornata. Con una premessa: gli equilibri sono deflagrati giovedì scorso, quando il M5S scelse di non partecipare al voto di fiducia sul decreto Energia 2. Draghi ne prese atto e in Cdm, poche ore dopo lo strappo di Giuseppe Conte e i suoi a Palazzo Madama, comunicò l’intenzione di rimettere il mandato (“una scelta tanto sofferta, quanto dovuta”). Mattarella respinse le dimissioni, invitando il presidente del Consiglio a rendere le comunicazioni alle Camere, visto che non era stato sfiduciato. Si arriva così al 20 luglio 2022: la data in cui, di fatto, finisce l’esperienza di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Che inizia comunque con un tentativo estremo di ricucire, spinto “dagli italiani”, perché “la mobilitazione di questi giorni da parte di cittadini, associazioni, territori a favore della prosecuzione del governo è senza precedenti e impossibile da ignorare. Così lancia l’ultimo appello a partiti e parlamentari: “L’unica strada, se vogliamo ancora restare insieme, è ricostruire daccapo il patto, con coraggio, altruismo, credibilità”. Chiedendo, in maniera diretta: “Siete pronti a ricostruirlo? Siete pronti a confermare quello sforzo che avete compiuto nei primi mesi, e che poi si è affievolito?”.

    Nel suo discorso cita il lavoro fatto per smarcarsi dalla dipendenza russa sull’energia, invita a superare le ritrosie sui rigassificatori di Ravenna e Piombino, spiegando che di quest’ultimo bisogna “ultimare l’istallazione entro la prossima primavera”, perché “è una questione di sicurezza nazionale”. Punta anche al 2030 per l’attivazione di 70 gigawatt di impianti per le rinnovabili, definisce urgente, nel periodo più difficile per l’agricoltura a causa della siccità, predisporre un ‘Piano acqua’ che affianchi i 4 miliardi investiti dal Pnrr per ridurre il gap delle infrastrutture idriche. Ma soprattutto delinea il perimetro geopolitico dell’Italia: “La nostra posizione è chiara e forte nel cuore dell’Ue, del G7, della Nato”. E proprio in Europa indica le sfide più immediate: “Continuare a batterci per ottenere un tetto al prezzo del gas russo e per la riforma del mercato elettrico”.

    Sul piano strategico-militare, poi, il fianco a cui prestare aiuto è Kiev: “Come mi ha ripetuto ieri al telefono il presidente Zelensky, armare l’Ucraina è il solo modo per permettere agli ucraini di difendersi”.

    Discorsi che fanno breccia, però, solo in una parte della sua (ormai ex) maggioranza. Il Pd applaude, Iv e Matteo Renzi confermano e raddoppiano l’appoggio, Insieme per il futuro garantisce il sostegno. E qui la storia si ferma: perché dopo giorni di riflessioni, ore e ore di dibattito interno, a fare un passo indietro è il cosiddetto centrodestra di governo. Lega e Forza Italia offrono a Draghi la soluzione di un bis ma senza i Cinquestelle, puntando sui temi sociali del loro programma. Prendere o lasciare. E lo scrivono nero su bianco in una delle due proposte di risoluzione presentate al Senato dopo le comunicazioni. L’altra è a firma di Casini, di una sola riga: “Il Senato, udite le comunicazioni del presidente del Consiglio dei ministri, le approva”. Su questa è Draghi in persona a porre la questione di fiducia. Il resto è storia: Carroccio, FI e Cinquestelle – rimasti stranamente silenti per tutto il giorno – annunciano di non voler prendere parte al voto. La fiducia comunque passa, con 95 voti favorevoli contro i 38 di Fratelli d’Italia e delle opposizioni. Formalmente il premier potrebbe andare avanti, ma non ci sono più quelle condizioni per le quali Mattarella scelse l’ex Bce. Domani sarà alla Camera, come da calendario, ma non c’è più quell’unità nazionale che spinse quasi tutti ad appoggiarlo. La campagna elettorale è già iniziata, mentre l’inverno si avvicina e le incertezze restano senza risposta.

    Tags: Crisienergiagovernomario draghiSergio Mattarella

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