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La strada verso il decennio digitale: l'Italia bene per uso di cloud computing, ma arranca su IA e competenze di base

La strada verso il decennio digitale: l'Italia bene per uso di cloud computing, ma arranca su IA e competenze di base

I dati Eurostat per il 2021 confermano i ritardi italiani sul piano delle competenze digitali dei cittadini e sulla bassa quota di specialisti (con gravi carenze sulla parità di genere). Speranze di allineamento agli obiettivi 2030 dalle aziende, in particolare anche sull'Internet delle cose

Bruxelles – È tutta in salita la strada dell’Italia verso gli obiettivi del decennio digitale sanciti dalla Bussola 2030 dell’Ue. Secondo quanto emerge dai dati Eurostat pubblicati oggi (venerdì 5 agosto), sia sul fronte delle competenze dei cittadini sia su quello dell’adozione delle tecnologie di ultima generazione da parte delle aziende, per il Paese saranno anni di duro lavoro, partendo in molti casi da una posizione di arretratezza.

Il primo aspetto da considerare è quello delle competenze digitali, di base e specialistiche. Le ambizioni fissate dalla Commissione Ue definiscono entro il 2030 il raggiungimento di almeno l’80 per cento della popolazione per quanto riguarda le competenze di base e di almeno 20 milioni di specialisti TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) occupati sul territorio comunitario, con una maggiore partecipazione delle donne. Nel 2021 la media Ue delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni con competenze digitali almeno di base si è attestata al 54 per cento, 26 punti percentuali sotto l’obiettivo da raggiungere entro la fine del decennio, ma per l’Italia il numero è sotto la soglia di un cittadino ogni due (46 per cento). Un dato critico se lo si compara agli altri Stati membri Ue: Paesi Bassi e Finlandia sono al 79 per cento, l’Irlanda al 70, mentre l’Italia fa meglio solo di Polonia (43 per cento), Bulgaria (31) e Romania (28).

Considerando il numero di specialisti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sono quasi 9 milioni in tutta l’Unione – ne serviranno più del doppio per centrare l’obiettivo 2030 – pari al 4,5 per cento della forza lavoro totale. Anche qui l’Italia arranca, fermandosi al 3,8 per cento, mentre in Finlandia e Svezia la percentuale sale rispettivamente fino al 7,4 e all’8. Nonostante la Romania mostri la quota più bassa in tutta l’Unione, è allo stesso tempo il Paese con un livello migliore di parità di genere (26 lavoratrici ogni cento specialisti TIC). Anche in questo caso l’Italia registra grosse difficoltà, posizionandosi al quintultimo posto con il 16,7 per cento (la media Ue è al 19,1).

Per quanto riguarda l’ambito tecnologico e aziendale, ci sono più luci che ombre per l’Italia sulla strada degli obiettivi del decennio digitale dell’Ue. Entro il 2030, tre aziende europee su quattro dovranno utilizzare servizi di cloud computing, big data e intelligenza artificiale, mentre nove piccole e medie imprese su dieci dovranno raggiungere almeno un livello base di intensità digitale. I dati Eurostat mostrano come l’Italia si sia conquistata un posto nella top 5 degli Stati membri dell’Unione per l’uso del cloud computing, ovvero l’accesso al pool di risorse informatiche ospitate da terzi su Internet (invece di costruire una propria infrastruttura IT). Nel 2021 il 42 per cento delle imprese comunitarie ne ha fatto uso, per un aumento di 6 punti percentuali rispetto all’anno precedente: i Paesi più avanzati sono Svezia e Finlandia (entrambe al 75), seguite da Paesi Bassi e Danimarca (al 65), mentre per l’Italia il target al 75 per cento entro il 2030 è distante solo 15 punti percentuali.

Qualche problema si registra sul piano dell’intelligenza artificiale, di due punti percentuali sotto la media Ue all’8 per cento. Sono solo sei su cento le imprese italiane che si avvalgono di tecnologie per il text mining (l’analisi del linguaggio scritto), il riconoscimento vocale, la generazione di linguaggio naturale, il riconoscimento e l’elaborazione di immagini, l’apprendimento automatico, l’automazione dei processi robotici o il movimento autonomo di macchine. Tra i Paesi membri Ue più virtuosi ci sono Danimarca (24 per cento), Portogallo (17) e Finlandia (16), mentre i fanalini di coda sono Polonia, Ungheria, Cipro, Estonia e Bulgaria (tutte al 3) e Romania (1 per cento). La situazione migliora se si considera invece l’uso dell’Internet delle cose, ovvero l’interconnessione di macchine, dispositivi, sensori e sistemi attraverso Internet: nel 2021 l’Italia si è posizionata all’ottavo posto (con il 32 per cento delle aziende), tre punti percentuali sopra la media Ue.

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