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Figli di coppie gay e adozioni, per la Commissione Ue il legame di genitorialità va riconosciuto in tutti gli Stati membri
Didier Reynders

Figli di coppie gay e adozioni, per la Commissione Ue il legame di genitorialità va riconosciuto in tutti gli Stati membri

Il commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, ha presentato la proposta per armonizzare le norme "a tutela dei diritti dei minori" nelle famiglie in situazioni transfrontaliere: se uno Stato membro stabilisce la genitorialità, tutti gli altri Paesi Ue dovranno riconoscerla, a prescindere dall'orientamento sessuale dei genitori e dal modo in cui viene concepito il figlio

Bruxelles – “Se sei genitore in un Paese, lo sei in tutti i Paesi dell’Unione europea”, aveva dichiarato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione all’emiciclo di Strasburgo nel 2020. A prescindere dal modo in cui i figli siano stati concepiti e dall’orientamento sessuale della famiglia che li ha accolti: è il principio sancito oggi (7 dicembre) nella proposta di regolamento presentata dall’esecutivo Ue, per armonizzare le norme di diritto internazionale privato sulla genitorialità.

Didier Reynders

Le leggi sul riconoscimento del legame di genitorialità sono di competenza nazionale: il terreno è scivoloso, e la Commissione lo sa bene. Didier Reynders, commissario Ue per la giustizia, ha ribadito più volte in conferenza stampa che Bruxelles “non ha intenzione di cambiare le leggi nazionali sulla definizione di cos’è famiglia” e che gli Stati membri “continueranno a essere liberi di decidere chi può essere considerato genitore in virtù del proprio diritto nazionale”. Il pacchetto presentato dalla Commissione si applica solo a situazioni transfrontaliere, là dove una famiglia si trasferisce in un altro Stato membro che non riconosce la genitorialità precedentemente stabilita dal Paese membro di origine.

Il regolamento garantirà “chiarezza giuridica a tutti i tipi di famiglie che si trovano in una situazione transfrontaliera all’interno dell’Ue”, si legge nel testo della proposta, e consentirà “ai minori di beneficiare dei diritti derivanti dalla genitorialità ai sensi del diritto nazionale, per quanto riguarda questioni come la successione, il mantenimento, l’affidamento o il diritto dei genitori di agire in qualità di rappresentanti legali del figlio”.

Spostando il baricentro dai controversi diritti dei genitori a quelli più umanamente condivisi dei più piccoli, Reynders ha sottolineato che “la proposta è incentrata sulla tutela dei diritti di 2 milioni di bambini che rischiano di non vedersi riconoscere il legame con i genitori in altri Stati membri”, e che il mancato riconoscimento della filiazione “può avere effetti negativi importanti per i diritti fondamentali dei minori, come il diritto alla parità di trattamento e quello a poter avere una vita privata e familiare”. Aggirato lo scoglio, il ragionamento diventa ineccepibile: “dato che nel diritto internazionale, in quello dell’Unione e negli ordinamenti dei Paesi membri tutti i minori devono poter godere degli stessi diritti, la proposta prevede il riconoscimento della genitorialità indipendentemente dal tipo di famiglia del bambino”, includendo quindi “i bambini con genitori dello stesso sesso e i bambini adottati”.

Per garantire il riconoscimento in tutti i Paesi Ue, la Commissione ha proposto un certificato europeo facoltativo di genitorialità, che le famiglie avranno diritto di richiedere alle autorità dello Stato che ha stabilito la genitorialità e che dovrà essere accettato in tutti gli altri Paesi, senza alcun documento aggiuntivo. Il legame parentale stabilito in Paesi extra Ue continuerà invece a essere disciplinata dal diritto internazionale privato di ciascuno Stato membro, che sarà libero di riconoscerlo o meno.

“Orgogliosa delle nuove norme che presentiamo oggi sul riconoscimento della genitorialità nell’Ue. Vogliamo aiutare tutte le famiglie e i bambini in situazioni transfrontaliere: perché se si è genitori in un Paese, lo si è in tutti i Paesi”, ha commentato su Twitter la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, ribadendo la paternità della promessa fatta durante il primo anno del suo mandato.

Promessa mantenuta dalla Commissione, che ora, previa consultazione con l’Europarlamento, dovrà essere adottata all’unanimità dal Consiglio europeo. Non sarà facile convincere tutti i 27 ma, ha avvisato Reynders, “se non ci riusciremo, c’è sempre la possibilità di andare avanti con la cooperazione rafforzata”, la procedura prevista dai trattati Ue che permette a un minimo di nove Stati membri di instaurare un’integrazione avanzata su specifici ambiti. Il gabinetto von der Leyen sembra quindi determinato a raggiungere l’obiettivo, ma ci sono già diversi indizi che portano a credere che la proposta non avrà vita facile, neanche in Parlamento: tra gli europarlamentari italiani è già bagarre, con la capodelegazione del movimento 5 stelle, Tiziana Beghin, che si è detta “orgogliosa della proposta che avrà un impatto importantissimo anche per il nostro Paese”, mentre  la leghista Simona Baldassare, che ha definito il testo “uno schiaffo alla competenza nazionale sul diritto di famiglia”, è convinta che “il centrodestra di Governo non si arrenderà in sede di Consiglio”.

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