Bruxelles – Parola d’ordine: diversificazione. È l’imperativo che sta guidando l’Ue per quel che riguarda l’approvvigionamento e la lavorazione delle cosiddette materie prime critiche: elementi indispensabili per le transizioni verde e digitale, ma dei quali il Vecchio continente è drammaticamente sprovvisto.
Secondo la lista stilata dalla Commissione europea, sono 34 le materie prime critiche di interesse strategico per Bruxelles. Il problema sta nel fatto che il loro approvvigionamento è altamente concentrato: ad esempio, sul totale delle importazioni dei Ventisette, le terre rare pesanti arrivano al 100 per cento dalla Cina, il boro proviene al 99 per cento dalla Turchia e il Sudafrica fornisce il 71 per cento del platino.
Nel tentativo di mitigare i rischi connessi con l’affidamento ad un solo fornitore, dunque, l’esecutivo a dodici stelle ha approvato oggi (4 giugno) una lista di 13 progetti strategici di estrazione e lavorazione di tali materie prime da realizzarsi da qui ai prossimi anni in 11 Paesi terzi (Brasile, Canada, Kazakistan, Madagascar, Malawi, Norvegia, Regno Unito, Serbia, Sudafrica, Ucraina e Zambia) e due territori d’oltremare (Groenlandia e Nuova Caledonia).
L’obiettivo è assicurarsi la fornitura di alcuni dei materiali suddetti – ad esempio cobalto, grafite, litio, manganese e nichel, ma anche boro, rame, tungsteno e alcune terre rare – e non rimanere (troppo) indietro nella sfida globale per la competitività, che nel 21esimo secolo si gioca soprattutto in settori chiave quali la difesa, l’aerospaziale, la mobilità elettrica e le energie rinnovabili.

Nelle parole del vicepresidente esecutivo della Commissione con delega all’Industria, Stéphane Séjourné, si tratta del “secondo atto verso l’indipendenza (dell’Ue, ndr) nell’area delle materie prime critiche“, che si stanno rivelando “essenziali per la nostra sovranità in questi tempi geopoliticamente tesi e travagliati”. Dobbiamo “diversificare le nostre importazioni“, ha sottolineato, osservando che “nessun Paese dovrebbe fornirci oltre il 75 per cento del nostro fabbisogno annuale“.
Il vicepresidente ha garantito che con l’adozione della nuova lista di progetti si apre la porta a “partenariati win-win” tra i Ventisette e i Paesi terzi interessati. Il primo atto cui ha fatto riferimento è un’analoga lista di 47 progetti per l’estrazione, la lavorazione, il riciclaggio e la sostituzione delle materie prime strategiche all’interno dell’Unione, adottata dall’esecutivo comunitario lo scorso marzo.
Parlando accanto a Séjourné, il segretario di Stato britannico responsabile del Commercio, Jonathan Reynolds, ha accolto positivamente “l’approfondimento del partenariato industriale” tra Londra e Bruxelles rimarcando “l’interesse comune” di Regno Unito ed Ue in una sempre più stretta cooperazione sulle materie prime strategiche. Tra i progetti approvati oggi, ce n’è uno per l’estrazione di tungsteno (utilizzato in difesa, in medicina e nel nucleare) nei pressi di Plymouth, in Inghilterra.
Al fianco di Séjourné e Reynolds c’era anche la ministra ucraina alle Risorse naturali, Svitlana Hrynchuk. Kiev ha ottenuto la luce verde dall’esecutivo comunitario per un progetto di estrazione di grafite nei dintorni di Inhuletske, nell’Ucraina centrale. Hrynchuk ha ribadito che “l’Europa ha bisogno di forniture affidabili e a lungo termine di materie prime critiche per assicurarsi di mantenere la propria sicurezza economica, industriale, tecnologica e geopolitica“.

E ha ricordato che “abbiamo già una cooperazione molto buona con la Commissione e gli Stati membri nel settore minerario“: nel 2021 è stato stipulato un memorandum d’intesa proprio sullo sfruttamento delle ricchezze presenti nel sottosuolo di Kiev, che secondo Séjourné “va implementato gradualmente”.
In effetti, un altro accordo piuttosto grosso – e altrettanto controverso – sulle materie prime critiche l’Ucraina l’ha recentemente concluso anche con gli Stati Uniti, dopo che la firma sembrava essere sfumata irrimediabilmente dopo l’agguato teso da Donald Trump e JD Vance a Volodymyr Zelensky nello Studio ovale a fine febbraio. Ma, ha assicurato la ministra, con il fondo speciale di investimento introdotto da quell’accordo “finanzieremo i progetti sulle materie prime critiche insieme anche agli Stati membri dell’Ue e alla Commissione”, mentre rimane fermo l’impegno ad “implementare le regole comunitarie nella legislazione ucraina, incluso nel settore minerario”.
Quello odierno è il primo elenco di progetti extra-Ue approvato da quando il Critical raw materials act è entrato in vigore nel maggio 2024. In base alle linee guida introdotte da tale quadro normativo, Bruxelles si è data dei target sull’estrazione, la lavorazione e il riciclo di questi materiali strategici rispettivamente del 10, 40 e 25 per cento, da raggiungere entro il 2030.
Nel complesso, quest’ultimo tassello nell’aggressiva strategia di reindustrializzazione continentale voluta da Ursula von der Leyen fin dall’inizio del suo secondo mandato dovrebbe costare qualcosa come 5,5 miliardi di euro come investimento iniziale, stando alle stime dello stesso Berlaymont. Che dovranno essere messi dalla Commissione, dagli Stati membri e da altri istituti finanziari.











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