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    Home » Opinioni » Dazi, un accordo ad ogni costo. Anche quello dell’immagine dell’Ue

    Dazi, un accordo ad ogni costo. Anche quello dell’immagine dell’Ue

    Von der Leyen si prende meriti ed esulta per un'intesa che è il trionfo di Trump e la dimostrazione dei limiti e delle debolezze palesate dell'Ue

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    28 Luglio 2025
    in Opinioni

    Bruxelles – Giornalista: “Immagina che alla fine ci potranno essere dazi migliori del 15% per l’Ue?”
    Donald Trump: “Migliori nel senso di più bassi?”
    Giornalista: “Sì!”
    Trump: “NO!”
    Sipario

    La storia potrebbe chiudersi qui, e qui riassumersi. In queste poche battute, la commedia tendente al dramma sui dazi Usa ai prodotti Ue, riassume l’inerzia delle trattative e soprattutto i rapporti di forza e le relazione umane, nelle loro possibili forme. Al lettore l’arduo (speriamo non troppo ingrato) compito dei giudizi del caso.

    In Scozia si consuma l’incontro tra Donald trump, presidente degli Stati Uniti, e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea invitata dal tycoon americano a discutere di commercio. Sempre che di discussione si tratti. Trump impone la sua linea, le sue regole, con il garbo e la grazia che lo contraddistinguono, e la controparte riesce a farsi valere fin da subito: anche lei ha una seggiolina tutta sua, i tempi in cui finiva sistemata su divanetti di fortuna è dietro le spalle.

    Lo spettacolo va in scena ai bordi di un campo da golf, di proprietà di Trump. I mercati dormono perché chiusi, ma alla loro riapertura miliardi potrebbero andare in fumo, e lui, Trump, gioca a golf. E tra una buca e l’altra concede a von der Leyen di incontrarlo. Già questo offre molti spunti di riflessione, ma von der Leyen si concentra sul compito che le è stato conferito dagli Stati membri: chiudere un accordo, non importa a che prezzo. Non importa se in cambio della sua faccia. Perché la stretta di mano pre-meeting si trasforma in un punto stampa non previsto, dove a parlare è solo lui Donald Trump, e le domande sono solo per lui, Donald Trump. Lei, l’ospite, annuisce. Anche quando viene umiliata.

    “Se gli europei non vogliono pagare i dazi devono aprire impianti negli Stati Uniti”, ironizza, quando in realtà ironia non è, il presidente Usa. Tradotto: le imprese europee dovrebbero delocalizzare, creare lavoro in America e disoccupazione in Europa per ripagare il debito americano. Von der Leyen tace. E annuisce. Il nodo principale del negoziato? “L’equità” delle relazioni commerciali, sostiene Trump. E qui von der Leyen ha un sussulto: “Ha ragione il presidente Trump, si tratta di dover ri-calibrare le relazioni”, dice. “Noi abbiamo un surplus, loro un deficit, e vogliamo ri-equilibrare”. Parole che smentiscono quanto detto fin qui dal suo commissario al Commercio, Maros Sefcovic, che pure si è speso per difendere ragioni e posizioni europee dimostrando la natura fallace delle affermazioni trumpiane.

    “Noi non vendiamo auto in Europa”, continua Trump. Von der Leyen potrebbe ribattere che Ford, Chevrolet, Tesla sono tutti marchi americani che sfrecciano per le strade europee. Trump vuole vendere anche più pick-up, e le sue esternazioni non sono lasciate al caso. Von der Leyen, ancora una volta, fa scena muta. “Gli Stati Uniti hanno dato 60 milioni di euro di aiuti umanitari a Gaza, quando ci sono Paesi che non hanno dato un centesimo, inclusi Stati europei”, continua il presidente Usa. Von der Leyen potrebbe ribattere che l’Ue, che funziona con il contributo nazionale, soldi dei governi, è il principale donatore internazionale per la Palestina, e invece, ancora una volta, glissa.

    Ancora, dal monologo di Trump, atto ennessimo: “Giocavo a golf, ho alzato gli occhi per vedere il panorama e ho visto torri eoliche ovunque. Sono una vergogna, uno cosa terribile soprattutto per l’ambiente. Deturpano tutto”. E lei zitta. Lei, von der Leyen, che si è fatta eleggere con il Green Deal, lei che ha legato il suo nome all’agenda di sostenibilità (ma scaricandone criticità a Timmermans, va detto), lei si sente sbattere in faccia in modo edulcorato un bel ‘vaffa’ a rinnovabili e transizione verde, lei tace. L’accordo vale ben più della dignità. L’Ue dei valori fa capire che il valore solo e unico è quello commerciale. Tutto ha un prezzo, e tutto si può (s)vendere.

    Sì, l’Ue ha un accordo? Ma una credibilità? Sì, l’Ue ha evitato dazi al 30 per cento, ma c’è davvero da stappare lo spumante? Per qualche impresa forse. Il peggio è passato. Fino al prossimo ricatto. Perché cedere di fronte alla prepotenza del bullo vuol dire che il bullo sa che può ottenere ciò che vuole, se fa il prepotente. Però, Ursula era in prima fila, con Trump. Meglio un sedia mancante o una sedia vuota? La destra euro-scettica e sovranista risponderà. Se non con la complicità dell’Ue, certamente con le sue responsabilità.

    Tags: commerciodaziueursula von der leyen

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