Bruxelles – Il Parlamento europeo ha adottato la propria posizione su due proposte legislative che contribuiranno a plasmare il futuro della competitività e della sostenibilità del continente: la modifica della legge europea sul clima – con l’obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2040 – e la semplificazione normativa delle direttive sulla rendicontazione di sostenibilità e sulla due diligence per le imprese. La vicenda però, è soprattutto politica, e racconta di un partito, il Partito Popolare Europeo, che fa il bello e il cattivo tempo in Europa, che può allearsi a piacimento con l’ala progressista o quella ultra-conservatrice dell’Eurocamera per imporre i propri diktat.
All’apparenza, gli esiti delle due votazioni di oggi (13 novembre) sono talmente simili da poterli quasi sovrapporre: la posizione negoziale del Parlamento sulla modifica della legge sul clima è stata approvata con 379 voti a favore, 248 contrari e 10 astensioni, quella sul pacchetto di semplificazione Omnibus I con 382 sì, 249 no e 13 astensioni. L’unica costante però, sono gli schieramenti intorno al PPE: da un lato gli altri gruppi della cosiddetta ‘piattaforma’ – la coalizione con socialisti (S&d) e liberali (Renew) sottoscritta all’inizio della legislatura – e i verdi, dall’altro i tre dell’estrema destra, Conservatori (Ecr), Patrioti (PfE) e Sovranisti (ESN). Nel primo caso, a vincere è stata la ‘piattaforma’. Nel secondo, l’alleanza delle destre. A scegliere dove pende la bilancia, è il PPE.
Il risultato è schizofrenico: sulla legge sul clima, l’Eurocamera conferma l’ambizioso target della riduzione del 90 per cento delle emissioni rispetto ai livelli del 1990 entro il 2040. Pochi minuti dopo, sulla semplificazione degli obblighi di rendicontazione e sostenibilità per le imprese, chiede di andare oltre alla proposta della Commissione esentando un numero ancora maggiore di aziende dal rispetto dei vincoli ambientali e sociali stabiliti nelle Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), due direttive simbolo del Green Deal adottate con grande fatica alla fine della scorsa legislatura.

Le contraddizioni sono evidenti nei commenti a caldo dei co-presidenti dei Verdi, gruppo che da membro stabile della maggioranza sta ora assistendo inerme alla progressiva ritirata UE dalle politiche ambientali più ambiziose. Bas Eickhout ha esultato per l’impegno climatico per il 2040, “una vittoria per il clima, ma anche per il futuro economico dell’Europa”. Terry Reintke ha accusato il PPE di “ostruzionismo e ricatti” nei negoziati sulla due diligence, e di aver in definitiva “smantellato una legislazione che non solo proteggeva l’ambiente e preveniva il lavoro minorile nella catena del valore, ma preservava anche le nostre imprese e i nostri lavoratori”.
Il fatto è che il Partito Popolare sta capitalizzando, a un anno e mezzo dalle elezioni europee, la vittoria schiacciante ottenuta alle urne. Conta 188 eurodeputati (il secondo gruppo, S&d, ne ha 136), ha dalla sua parte la presidente della Commissione europea e quella del Parlamento, entrambi popolari, e 13 commissari europei su 27, espressione di 13 governi nazionali a trazione popolare. Allo stesso tempo, l’avanzata delle destre ha fatto sì che all’Eurocamera esista una maggioranza alternativa a quella con i partiti progressisti, e che viceversa nessuna maggioranza sia nella pratica possibile senza i popolari.
A poco a poco, il PPE ha compreso a pieno il potenziale a sua disposizione e sta imparando a farne uso. L’alleanza con l’estrema destra si è verificata inizialmente in punta di piedi, su file di secondaria importanza: una risoluzione sul Venezuela, la scelta del premio Sakharov per la libertà di pensiero, l’opposizione alla creazione di un organismo etico interistituzionale. Ha sperimentato anche alcune sconfitte, perché per far sì che funzioni, è necessario che tutte le delegazioni nazionali del PPE rimangano compatte insieme all’ultra destra. Bastano una ventina di franchi tiratori per far naufragare la ‘maggioranza Venezuela’, come è stata appunto rinominata inizialmente.
Il grado di consapevolezza a cui è arrivato il PPE si è visto oggi. Sulla legge sul clima ha cercato di rimanere nei ranghi, perché sulle flessibilità al target – una quota di crediti internazionali per raggiungere l’obiettivo, una clausola di revisione, salvaguardie per alcuni settori specifici – si era già trovato un accordo con la ‘piattaforma’ in commissione Ambiente. Per di più, le stesse flessibilità erano già state indicate dai ministri dell’Ambiente dei 27 e messe per iscritto dai capi di Stato e di governo nelle conclusioni del Consiglio europeo. A dire il vero, un tentativo di strappo a destra il PPE l’ha fatto, chiedendo il voto segreto su un emendamento proposto dalla delegazione polacca, che avrebbe ridotto il target dal 90 all’83 per cento. La richiesta ha fatto infuriare socialisti e liberali, l’emendamento – nonostante il segreto dell’urna – è stato bocciato, e sul voto finale il PPE si è sfilacciato, con le delegazioni spagnola, polacca, slovena e una parte di quella italiana contrarie all’accordo.

Sul pacchetto di semplificazione invece, i paletti della ‘piattaforma’ erano già saltati tre settimane fa quando – alla sessione plenaria dell’Eurocamera a Strasburgo – una trentina di eurodeputati socialisti hanno affossato il compromesso (al ribasso, figlio di un ‘prendere o lasciare’ del PPE) raggiunto in extremis tra PPE, S&D Renew e Verdi e già approvato in commissione parlamentare. A quel punto, l’eurodeputato popolare Jörgen Warborn, relatore del testo, si è rifiutato di tornare al tavolo con i gruppi della maggioranza europeista e ha presentato una serie di emendamenti per ridurre ancor più la portata delle direttive su rendicontazione e due diligence. Gli emendamenti del PPE sono stati tutti approvati, grazie al supporto di ECR, PfE e ESN.
Per quanto riguarda l’obbligo di rendicontazione degli impatti sociali e ambientali, l’Eurocamera ha così ridotto il campo di applicazione alle imprese con oltre 1750 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. Gli obblighi di controllo e verifica su tutta la catena di approvvigionamento, solo alle società con oltre 5000 dipendenti e un fatturato netto superiore a 1,5 miliardi di euro.
Spariscono – rispetto al compromesso fallito nella ‘piattaforma’ – l’obbligo per le aziende di prepare un piano di transizione climatica e le multe fino al 25 per cento del fatturato per le imprese inadempienti: l’entità delle ammende sarà stabilita da Bruxelles insieme agli Stati membri. Sul passo indietro sui piani di transizione, Warborn si è giustificato puntando il dito contro i socialisti. “Nel primo compromesso ero riuscito a includerli”, ha ammesso, nonostante una buona fetta del gruppo fosse avversa. Ma dopo il no all’accordo in sessione plenaria, “il mood è cambiato”.
Qui sta la chiave della posizione di forza del PPE. E Warborn – così come il suo presidente, Manfred Weber – è uno di quelli che l’ha capito perfettamente. Offrire ai gruppi progressisti dei compromessi che si avvicinano enormemente alle proprie priorità politiche, e poi sventolare la carta della possibile alleanza a destra per far ingoiare a socialisti, liberali e verdi la pillola amara. “Oggi abbiamo votato insieme alla piattaforma il target climatico per il 2040, mi piacerà collaborare con loro in futuro, ma quando non si ha la maggioranza bisogna trovare una maggioranza“, ha confermato Warborn.

D’altronde, la stessa presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, dopo il fallimentare voto sul pacchetto Omnibus I aveva invitato il suo gruppo a “trovare i numeri” altrove. La “novità assoluta” di oggi, ha esultato Nicola Procaccini, capogruppo di ECR, è stata possibile “grazie anche e soprattutto al ruolo dei conservatori europei, che fanno un po’ da ponte tra i diversi gruppi” dell’ala destra dell’Aula. Carlo Fidanza ha provato immediatamente a trarne le conseguenze: “Visto che un precedente compromesso fatto dal PPE con le sinistre era stato affossato, mentre quello di oggi è stato votato positivamente”, per il meloniano “anche per i prossimi passi nell’ambito della semplificazione lo schema dovrà essere lo stesso, non potrà che essere lo stesso”.
È vero, il PPE riadotterà con ogni probabilità lo stesso schema. Perché al centro e a sinistra, nessuno sembra avere il coraggio di staccare la spina a una maggioranza che è in realtà soggiogata al volere del PPE. E perché a destra, può stare sicuro che all’occorrenza ECR continuerà a “fare da ponte” con i due gruppi di ultradestra, i Patrioti di Viktor Orban e i Sovranisti di Alternative für Deutschland, che gli stessi cristiano-democratici di Weber – compresa la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen – considerano ancora impresentabili. Forse qui sta l’unica via d’uscita per socialisti, liberali e verdi: costringere Bruxelles a proseguire la legislatura con una maggioranza fatta di impresentabili, che sia l’unica possibile, e alla luce del sole. Quella sì che sarebbe una grana, per Weber e von der Leyen.




![La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola [Bruxelles, 23 ottobre 2025 Foto: European Council]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2025/10/metsola-251123-350x250.jpg)










![Havana / La Habana. Portrait of Che Guevara in the Plaza de la Revolucíon [foto: Guillaume Baviere/WikimediaCommons]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/01/Cuba_Che-120x86.jpg)