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    Home » Politica Estera » Islanda verso il referendum sull’UE: possibile voto per avviare i negoziati già ad agosto

    Islanda verso il referendum sull’UE: possibile voto per avviare i negoziati già ad agosto

    Dopo aver interrotto un primo round nel 2015, l'isola scandinava è tornata a considerare l'adesione all'UE sulla spinta del disimpegno statunitense dalla NATO e delle minacce di Trump alla Groenlandia

    Giorgio Dell'Omodarme di Giorgio Dell'Omodarme
    23 Febbraio 2026
    in Politica Estera
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    Bruxelles – Il governo dell’Islanda sta valutando l’idea di indire un referendum per riaprire i negoziati di adesione all’Unione Europea. La consultazione, che secondo il programma dell’esecutivo guidato dalla prima ministra Katrìn Jakobsdóttir si sarebbe dovuta tenere nel 2027, potrebbe essere anticipata già al mese di agosto di quest’anno. A rivelare un’indiscrezione che confermerebbe la crescente centralità dell’Artico nelle dinamiche europee sono due fonti vicine alla questione contattate da Politico.

    Il fattore decisivo che avrebbe scatenato l’accelerazione ha un nome e un cognome: Donald Trump. La sua politica dei dazi – che ha colpito anche l’isola scandinava con tariffe al 15 per cento annunciate la scorsa estate – e soprattutto le mire espansionistiche della Casa Bianca sulla vicina Groenlandia hanno contribuito a riaprire un dibattito che l’Islanda sembrava avere definitivamente chiuso dieci anni fa. All’apice di una grave crisi economico-finanziaria, Reykjavik aveva avviato un primo tentativo di adesione nel 2009, ma l’economia del paese iniziò a riprendersi molto più rapidamente di quella dell’UE e gli islandesi giudicarono l’adesione un’opzione non più conveniente: nel 2013 le trattative furono congelate e nel marzo del 2015 definitivamente interrotte.

    Oggi, le considerazioni di opportunità economica sembrano lasciare spazio a più urgenti questioni relative alla sicurezza nazionale: l’Islanda, che conta circa 400.000 abitanti, non ha un vero e proprio esercito nazionale – unico membro della NATO in questa situazione – e dipende interamente dall’Alleanza Atlantica e da un accordo di difesa bilaterale con gli USA (risalente al 1951) per la propria sicurezza. Come ha spiegato lo scienziato politico Eiríkur Bergmann, le minacce di un parziale disimpegno statunitense dalla NATO hanno creato negli islandesi “la percezione di non poter più fare affidamento sulle garanzie tradizionali e questo ha portato una parte della popolazione a pensare più seriamente ad un maggiore allineamento con l’UE (secondo un sondaggio dello scorso aprile, il 44 per cento della popolazione è favore dell’adesione, ndr) “. A questo si aggiunge il capitolo Groenlandia: “alcune persone sono preoccupate che, se l’attenzione può spostarsi sulla Groenlandia, Trump potrebbe puntare anche sull’Islanda”, ha aggiunto Bergmann. Preoccupazioni intensificate dalle parole pronunciate lo scorso gennaio dal nuovo ambasciatore statunitense a Reykjavik Billy Long che – seppur in tono scherzoso – ha ipotizzato uno scenario in cui l’Islanda potrebbe diventare il cinquantaduesimo stato americano e lui assumerebbe il ruolo di governatore.

    Nei mesi scorsi, i segnali di un rafforzamento dei rapporti UE-Islanda erano stati numerosi. La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha incontrato la prima ministra Frostadóttir tre volte negli ultimi otto mesi: a luglio 2025 è stata a Reykjavik, a settembre ha partecipato alla riunione del Consiglio Nordico a Stoccolma e a gennaio di quest’anno ha ospitato la leader scandinava a Bruxelles, sottolineando come il legame tra UE e Islanda “offra stabilità e prevedibilità in un mondo volatile”. Pochi giorni dopo, in un incontro con la ministra degli Esteri islandese Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, le aveva fatto eco la commissaria europea per l’Allargamento Marta Kos: “La conversazione sull’allargamento riguarda sempre di più la sicurezza, il senso di appartenenza e la capacità dell’Europa di agire in un mondo instabile. È qualcosa che riguarda tutti gli europei”.

    Se i negoziati per l’adesione dovessero effettivamente riaprirsi, rispetto a quindici anni fa mancherebbe un attore che aveva negativamente influito sull’esito dei negoziati: il Regno Unito. Da sempre, Reykjavik e Londra rivaleggiano nel settore economico della pesca: tra gli anni ’50 e ’70, i due paesi hanno combattuto le cosiddette “Cod Wars” (Guerre del Merluzzo) per il controllo delle aree di pesca nel Nord Atlantico e proprio durante i negoziati per l’adesione del 2009-2013 era ‘scoppiata’ la Mackerel War (Guerra dello Sgombro).

    Come dichiarato da una delle due fonti a colloquio con Politico, “alla fine, tutto si riduce alla pesca”. E, senza Londra a sollevare obiezioni, la strada dell’Islanda verso l’UE potrebbe essere più spianata del previsto.

    Tags: adesioneGroenlandiaislandaReykjavikTrumpue

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