Bruxelles – Mentre Ursula von der Leyen e Antonio Costa arrivano a Kiev a mani vuote, il Parlamento europeo inchioda Viktor Orbán alle sue responsabilità. Il quarto anniversario dell’aggressione russa all’Ucraina, segnato dal veto ungherese al ventesimo pacchetto di sanzioni europee a Mosca e al prestito da 90 miliardi a Kiev, diventa un processo alla frangia sovranista ormai stabile a Bruxelles e “cavallo di Troia” di Vladimir Putin. “Chiunque supporti Putin, sceglie la guerra”, ha tuonato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, collegato da remoto con l’emiciclo.
La ferita è fresca e profonda: con una giravolta improvvisa, l’Ungheria di Orbán ha mostrato ancora una volta tutta la fragilità dell’Unione, in un momento in cui – complice l’ambiguità della Casa Bianca – i 27 sono chiamati a farsi carico sempre più della resistenza di Kiev all’invasore. Così, invece di celebrare il rinnovato impegno a fianco dell’Ucraina, l’UE si è ritrovata oggi a fare i conti con chi, al suo interno, continua a metterle i bastoni tra le ruote.
Dopo l’intervento di Zelensky, che ha insistito perché l’UE sia “forte come quando è iniziata l’invasione”, e della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che ha ricordato che “quando siamo uniti, l’Ucraina e l’Europa sono forti“, è stato il turno dei leader dei gruppi politici. E, a partire dalla coalizione europeista che sostiene Ursula von der Leyen, l’Aula ha sfogato la sua rabbia contro Orbán.
Per il PPE, il tedesco Heinz Michael Gahler ha ringhiato: “La nostra rabbia non è solo nei confronti di Putin, ma anche dei suoi ammiratori e di coloro che traggono profitto dalla guerra nell’UE, come Orbán e Fico (Robert Fico, primo ministro della Slovacchia, ndr). Il vostro atteggiamento vergognoso sarà scritto nei libri di storia“. La capogruppo socialista, Iratxe Garcia Perez, ha affermato che “Orbán non incarna la pace, ma l’impunità”. Valerie Hayer, leader dei liberali di Renew, ha puntato il dito contro chi “in questo emiciclo fa deliberatamente il gioco di Putin”. Ha fatto nomi e cognomi: “Che sia l’AfD tedesca, il partito Smer di Fico o il Rassemblement National, non siete per nulla dei patrioti e non provate in alcun modo a difendere l’Europa”.

Quando ha preso la parola Jordan Bardella, capogruppo dei Patrioti per l’Europa, gruppo fondato dallo stesso Orbán, l’Aula ha cominciato a rumoreggiare. In un discorso decisamente più cauto del solito, il delfino di Marine Le Pen ha omaggiato l’Ucraina, che ha “opposto a Putin la coscienza di essere una nazione libera”. Dopo aver ammesso che “l’Ucraina deve resistere e negoziare da una posizione di forza” e che “l’Europa deve contribuire con sostegno logistico e umanitario”, Bardella ha affermato, tra i mugugni del Parlamento, che “il nostro dovere è doppio: sostenere l’Ucraina senza indebolire le nostre nazioni“.
Dopo il dibattito, l’Eurocamera ha messo ai voti un’ennesima risoluzione di condanna dell’invasione russa. La risoluzione, che “raccomanda di accelerare l’integrazione dell’Ucraina nel mercato unico” e “invita l’UE e i suoi Stati membri ad assumere una maggiore responsabilità per la sicurezza europea e ad aumentare il sostegno militare, politico e diplomatico all’Ucraina”, è stata approvata con 437 voti a favore, 82 contrari e 70 astenuti. Tra i contrari e gli astenuti, la quasi totalità dei non iscritti, l’ultradestra di Europa delle Nazioni Sovrane, i Patrioti per l’Europa, la sinistra radicale di The Left.












