Bruxelles – L’Italia prova a spingere ancora più indietro la progressiva ritirata dell’Unione europea dai pilastri delle politiche per la transizione climatica. Ieri (26 febbraio) il ministro per le Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso, ha scoperto una nuova carta, chiedendo la sospensione del sistema di scambio delle quote di emissioni (ETS) “fino a una sua revisione approfondita“. Una fuga in avanti, quella di Roma, che ha sorpreso anche le altre dieci capitali che chiedono urgenti correzioni.
Insieme agli omologhi di Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna, Urso ha redatto una dichiarazione congiunta che sostiene la necessità di una revisione dell’ETS “che rafforzi la competitività dell’UE garantendo un segnale di prezzo efficace, la prevedibilità, la stabilità del mercato e la protezione contro un’eccessiva volatilità dei prezzi, insieme a un approccio pragmatico all’assegnazione gratuita che promuova gli investimenti in tecnologie rispettose del clima e fornisca solide garanzie contro la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio”.
Per gli undici governi ‘Amici dell’industria’, il sistema di scambio di quote di emissioni imbriglia le imprese energivore. Per dirla con Urso, “rappresenta un’ulteriore tassa per le imprese europee, aumentando i loro costi e limitando la loro competitività”. Il quadro normativo deve “riflettere la concorrenza internazionale che le aziende europee devono affrontare” e “tenere conto della necessità di condizioni di parità”, si legge nella dichiarazione congiunta. L’inghippo segnalato dalle principali potenze industriali dell’UE è che, “dato il calo del limite massimo di emissioni a livello dell’UE, gli operatori industriali rischiano di dover affrontare livelli di prezzo elevati, una maggiore volatilità del mercato e una liquidità limitata”.
L’ETS, entrato in vigore per la prima volta nel 2005, prevede che industrie energivore, centrali elettriche, compagnie aeree e di navigazione paghino un prezzo per ogni tonnellata di CO2 emessa. Tale prezzo è salito sopra i 90 euro nel mese di gennaio. Il principio cardine del sistema di scambio è che le imprese ad alto impatto energetico possono acquistare dei permessi tramite aste pubbliche o su mercati secondari. Esiste anche un sistema di permessi a titolo gratuito – introdotti per prevenire il rischio di delocalizzazione fuori dall’UE delle imprese che vogliono evitare i costi ambientali -, che però l’UE ha deciso di eliminare gradualmente entro il 2034. La riduzione delle quote gratuite rende l’acquisto all’asta o sul mercato sempre più caro. E meno sostenibile per le imprese.

Perfino la Polonia, uno dei più accaniti oppositori del sistema, si limita a chiedere “un congelamento della graduale eliminazione delle quote gratuite“, ha dichiarato ieri il ministro dell’Economia Andrzej Domanski. Invece Urso ha chiesto alla Commissione europea – che ne prevede comunque una revisione entro fine estate – di “sospenderlo fino a una revisione approfondita che intervenga sia sui parametri di riferimento delle emissioni sia sui meccanismi di assegnazione delle quote, compreso il rinvio della graduale eliminazione delle quote gratuite”.
Durante il confronto al Consiglio dell’UE Competitività, è arrivata la risposta del vicepresidente della Commissione europea responsabile per l’Industria, Stéphane Séjourné. “Dobbiamo riflettere e ridiscutere l’ETS”, ha ammesso, ma il punto è che “deve tornare ad essere uno strumento di investimento e non essere percepito come uno strumento di tassazione“. Il punto di vista va ribaltato, perché “i proventi dell’ETS devono essere utilizzati per la decarbonizzazione, gli investimenti e la modernizzazione delle nostre industrie”.
In linea con Séjourné, il ministro per l’Industria francese, Sebastien Martin, ha frenato l’impeto di Urso. “Credo che si debba essere prudenti”, ha affermato, spiegando che “l’ETS presenta probabilmente alcuni aspetti che meritano di essere ridiscussi, in particolare in parallelo con la tassa sul carbonio alle frontiere (CBAM), ma arrivare a smantellare tutto, non è la posizione della Francia”.
Una lettura agli antipodi di quella del governo di Giorgia Meloni, il cui decreto per ridurre le bollette scorporando il costo dei certificati di emissione del sistema ETS dalla determinazione del prezzo dell’energia elettrica è già al vaglio della Commissione europea, è stata offerta da Ebba Busch, vicepremier e ministra dell’Energia e delle Industrie della Svezia. “Il sistema ETS è stato uno degli strumenti di maggior successo dell’Unione europea, perché ha consentito di coniugare la riduzione delle emissioni con una maggiore crescita economica”, è il presupposto da cui parte Stoccolma, aperta comunque “ad apportare piccoli aggiustamenti”.
Ma “se iniziamo a erodere le basi dell’ETS, penso che finiremmo per compromettere la grande transizione industriale che abbiamo visto negli ultimi 10-20 anni”, ha insistito Busch. Un dietrofront così netto “metterebbe anche in discussione la possibilità di fare affidamento su qualsiasi decisione dell’Unione europea, se di fatto si cambia l’intero fondamento economico dell’Unione per poi tornare indietro”, ha evidenziato ancora. Smascherando di fatto il progetto del governo italiano, in prima linea da mesi per prendere a picconate il Green Deal. Finora, molti governi dell’UE – e la stessa Commissione – l’hanno seguito. Ma a tirare troppo la corda, prima o poi si spezza.

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