Bruxelles – L’Unione Europea deve capire che “tenersi buono” Donald Trump sulla questione iraniana, nella speranza di ottenere qualcosa in cambio su altri fronti, è una strategia che non paga. È questo il monito lanciato dal think tank European Council on Foreign Relations (ECFR) in un’analisi in merito alla posizione assunta dal Vecchio Continente sulla nuova crisi mediorientale.
Secondo Julien Barnes-Dacey e Ellie Geranmayeh, rispettivamente direttore e vice-direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa dell’ECFR, la risposta che l’Europa ha scelto di dare alla guerra scatenata dagli attacchi israelo-statunitensi all’Iran è “nella migliore delle ipotesi, un fiasco, e nella peggiore, una follia strategica“. Piuttosto che cercare modi per spingere il presidente degli Stati Uniti a porre fine al conflitto, i principali attori dell’UE sembrano “fare il tifo per Trump dalla linea di bordocampo“. Gli esempi sono numerosi. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha dichiarato che non intende “dare lezioni” agli USA sul rispetto del diritto internazionale e sostiene apertamente la richiesta trumpiana di un cambio di regime a Teheran. Un analogo entusiasmo per le strategie di Washington è arrivato dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Le sue dichiarazioni hanno suscitato perplessità tra alcuni diplomatici europei, che l’hanno ammonita sulla necessità di rispettare i limiti del suo mandato in materia di politica estera. I leader di Francia e Regno Unito sono stati solo apparentemente più assertivi nei confronti della Casa Bianca: dopo una “esitante” condanna degli attacchi iniziati lo scorso 28 febbraio, sia il primo ministro inglese, Keir Starmer, che il presidente francese, Emmanuel Macron, hanno “progressivamente aumentato il loro supporto materiale” all’operazione di The Donald. A ‘salvarsi’, nella carrellata fatta dai due autori, è soltanto la Spagna del primo ministro Pedro Sanchez, l’unico in Europa a tentare di opporsi alla linea di Trump: contro di lui si è già abbattuta la ‘furia’ trumpiana, con la minaccia di nuovi dazi e una completa interruzione dei rapporti commerciali tra Washington e Madrid.
Secondo l’analisi dell’ECFR, sono due le possibili ragioni per cui l’Europa ha finora scelto di non opporsi alla guerra di Trump. La prima è la necessità di proteggere dalla rappresaglia iraniana i cittadini e gli interessi UE nella regione medio-orientale. Ma la strategia scelta per farlo, secondo gli autori, contiene più rischi che potenziali benefici: l’uso di basi europee per supportare le operazioni statunitensi rischia di “trascinare il Vecchio Continente in un conflitto più profondo e già segnato da tutti i presupposti di una catastrofe“. A quel punto, risulterebbe ancora più complicato proteggere gli ‘asset’ europei nel Golfo Persico.
La seconda possibile ragione è legata a quello che gli analisti definiscono come “il nesso Iran-Ucraina“: al fine di “tenersi buono” il presidente americano sulla questione del supporto USA alla causa di Kiev, i leader UE ritengono necessario ingoiare il boccone amaro e non contrastarlo nella gestione di tutte le altre partite internazionali. Tuttavia, anche in questo caso l’approccio viene giudicato dagli autori “strategicamente controproducente“. I prezzi dell’energia che cominciano già a salire e le interruzioni alla fornitura di gas dal Qatar renderanno l’Europa più dipendente dall’energia russa e rimpingueranno le casse del regime di Vladimir Putin. Inoltre, “più le scorte occidentali di munizioni e intercettori di missili saranno consumate in Medio Oriente, meno ne rimarranno per supportare l’esercito ucraino”.
Infine, a indurre i governi europei alla prudenza dovrebbe essere il rischio di una nuova ondata di profughi. “Il territorio e la popolazione iraniani superano di gran lunga quelli di Libia, Siria e Iraq”, si legge nello studio, “e il collasso dello Stato iraniano innescherebbe una drammatica crisi umanitaria e nuovi flussi migratori verso l’Europa”. “Il cancelliere Merz”, si chiedono provocatoriamente Barnes-Dacey e Geranmayeh, “così attivo nel sostenere il cambio di regime, sarà poi pronto a garantire assistenza umanitaria e aiuto nel ricostruire uno Stato funzionante?”.
Alla luce di tutti questi elementi, l’Europa dovrebbe tornare sui propri passi e compiere una “scelta più saggia: investire pesantemente sulla diplomazia, facendo pressione su Washington e Teheran per un cessate il fuoco e un ritorno al tavolo negoziale, con concessioni significative da parte iraniana”.


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