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    Home » Opinioni » Verso il Consiglio europeo. In ordine sparso, ma la situazione è cruciale

    Verso il Consiglio europeo. In ordine sparso, ma la situazione è cruciale

    Justus Lipsius di Justus Lipsius
    18 Marzo 2026
    in Opinioni, Politica
    Il castello di Alden Biesen, in Belgio, dove si riunirono i leader dell'UE per il vertice informale dedicato a mercato unico e competitività [foto: European Council]

    Il castello di Alden Biesen, in Belgio, dove si riunirono i leader dell'UE per il vertice informale dedicato a mercato unico e competitività [foto: European Council]

    Solo qualche settimana fa, i leader europei, riuniti nel castello belga di Alden Biesen per un Vertice informale sul rilancio della competitività europea, avevano deciso di fare di un certo tema la loro priorità, incaricando Ursula von der Leyen di predisporre un piano di misure concrete da discutere il 19 e 20 marzo in seno al Consiglio europeo.

    “One Market, one Europe”, questo il nome dell’iniziativa prioritaria, era chiamata a raccogliere le ultime raccomandazioni dei due ex presidenti del Consiglio italiani, Mario Draghi ed Enrico Letta, invitati ad Alden Biesen anche per pulirsi la coscienza dopo che governi e Commissione hanno sinora ripreso solo in minima parte i suggerimenti dei loro due rispettivi rapporti sulla competitività e il completamento del Mercato Unico.

    “One Market, One Europe”, vittima collaterale del conflitto in Medio Oriente, non sarà presentato questa settimana, ma rinviato a data da destinarsi. Troppa carne al fuoco si è accumulata sul tavolo del Consiglio europeo per potere affrontare in modo serio questa tematica e tutte le sue implicazioni? Probabile. A meno che il rinvio non nasconda anche qualche difficoltà nel mettere nero su bianco proposte ambiziose, ma non sufficientemente condivise.

    Di certo, l’emergenza della guerra in Iran e Libano, che si aggiunge a quella in Ucraina e allo stato di tensione permanente e anzi crescente con l’Amministrazione Trump a tutti i livelli possibili, rende inevitabile per i leader europei concentrarsi innanzitutto su quello che sta bruciando, nella speranza, intanto, di spegnere l’incendio.

    Confrontati a una guerra di cui non erano stati informati, anche se tocca un’area del mondo di primario interesse politico ed economico per l’Unione europea, ma poi chiamati in soccorso per garantire la libertà di circolazione nello stretto di Hormuz, cioè per entrare in guerra contro l’Iran visto che sono solo i loro missili e i loro droni a tenerlo chiuso, i Paesi membri si trovano davvero in una situazione difficile.

    Perché da un lato non vogliono inimicarsi Trump, onde evitare guai sempre peggiori, ma dall’altra sono sempre più convinti che gli Stati Uniti si siano cacciati nel conflitto più perché trascinati da Israele che in nome di una vera strategia di “regime change” o anche solo di azzeramento della capacità di nuocere iraniana.

    Vero che, uno ad uno, molti dei più importanti capi bastone del regime degli Ayatollah vengono eliminati con precisione chirurgica e che Trump annuncia baldanzoso la vittoria a ogni piè sospinto, ma a quasi venti giorni dall’inizio degli attacchi è vero pure che le contromosse iraniane non cessano e che il ricambio generazionale sembra funzionare. Il tutto, dopo aver gettato un’ondata di instabilità sull’intera regione all’insegna del “muoia Sansone con tutti i filistei”, e della migliore tradizione del culto del martirio, proprio dell’islam scita.

    Per ora, gli europei hanno schivato la richiesta di aiuto di Trump, attirandosi una volta di più gli strali del presidente USA. Ma poi? Al Consiglio europeo si vedranno di persona, per la prima volta dal 28 febbraio, sia chi ha sostenuto, in misura più o meno accentuata l’intervento o comunque non vi si è opposto, sia coloro che ne hanno denunciato il carattere “al di fuori del diritto internazionale”.

    Non ha torto Kaja Kallas, l’Alta rappresentante per la politica estera europea, a dire che “Trump vuole dividere l’Europa”. È proprio così, e in gran parte ci è già riuscito, persino a livello di stati nazionali. Basti pensare alla Polonia, dove il governo “europeista” di Donald Tusk deve fare i conti con un presidente “MAGA” pronto a mettere bastoni fra le ruote su tutto, come sta accadendo sui fondi europei per la difesa chiesti dal governo ma bloccati da un veto presidenziale.

    Detto questo, la risposta ferma e compatta dell’insieme dei paesi UE alla richiesta americana di impegnare forze navali nel Golfo può rappresentare il punto fermo di una posizione collettiva che inglobi tutti gli aspetti di questa nuova guerra alle porte dell’Europa, a partire dal tema degli approvvigionamenti energetici e dalle misure economiche da prendere per fronteggiare le conseguenze del conflitto.

    Si tratta di un banco di prova cruciale per il futuro stesso dell’Unione europea.

     

    Tags: consiglio europeoIranTrump

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