Bruxelles – I detenuti hanno diritto a un salario minimo, e gli Stati membri dell’Unione Europea devono garantire i principi di non discriminazione e proporzionalità nei casi in cui dovessero rivederlo e portarlo a un livello più basso. In risposta a un’interrogazione di Anthony Smith, europarlamentare francese del gruppo La Sinistra, Roxana Mînzatu, la vicepresidente esecutiva per Diritti sociali e competenze, lavoro di qualità e formazione della Commissione europea, ha spiegato che Bruxelles sta monitorando con attenzione come gli Stati membri stiano recependo la Direttiva (la numero 2022/2041) e che, in questo contesto, controllerà che qualsiasi variazione del salario minimo legale per i detenuti sia conforme alle norme UE.
L’eurodeputato francese ha ricordato, nella sua interrogazione, che la Direttiva stabilisce che “è principalmente responsabilità degli Stati membri garantire la corretta applicazione delle disposizioni giuridiche pertinenti applicabili ai detenuti“, anche quando vengano “classificati come lavoratori”. In questo contesto, Smith ha chiesto a Palazzo Berlaymont come monitori il recepimento di questa direttiva negli Stati membri e se adotterà le misure necessarie per garantire il monitoraggio del lavoro dei detenuti nell’UE. Al centro del dibattito c’è l’articolo 6 della direttiva, che regola le variazioni del salario minimo legale. “Qualora autorizzino salari minimi legali diversi per specifici gruppi di lavoratori o consentano trattenute che riducono la retribuzione versata portandola a un livello inferiore a quello del salario minimo legale pertinente, gli Stati membri provvedono affinché tali variazioni e trattenute rispettino i principi di non discriminazione e di proporzionalità, il quale comprende il perseguimento di un obiettivo legittimo”, dettaglia l’articolo 6, sottolineando che “nulla nella presente direttiva deve essere interpretato in modo tale da imporre agli Stati membri l’obbligo di introdurre variazioni dei salari minimi legali o trattenute sugli stessi”.
Nella sua risposta, Mînzatu ha spiegato che “la Commissione sta attualmente effettuando la valutazione di conformità delle misure di recepimento notificate dagli Stati membri” e che, “nell’ambito di tale valutazione, la Commissione verificherà anche la conformità all’articolo 6 della direttiva di qualsiasi disposizione nazionale che stabilisca una variazione del salario minimo legale per i detenuti, purché rientri nell’ambito di applicazione personale della direttiva”. La commissaria romena ha anche specificato che ciò accadrà “laddove sussista un rapporto di lavoro come definito dalla legge, dai contratti collettivi o dalla prassi vigente in ciascuno Stato membro, tenendo conto della giurisprudenza della Corte di giustizia”. In termini pratici, se un detenuto è impegnato in un “rapporto di lavoro” così come definito dalle leggi nazionali, dai contratti collettivi o dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia, le tutele del salario minimo devono essere garantite.
Il lavoro in carcere
Nonostante il termine per il recepimento della Direttiva sul salario minimo fosse fissato a novembre 2024, il quadro europeo appare ancora frammentato. A febbraio 2026, solo 22 Stati su 27 hanno completato l’iter. Tra i ritardatari figurano Svezia, Austria, Finlandia, Italia e Danimarca. Proprio la Danimarca aveva tentato la via giudiziaria con un ricorso alla Corte di Giustizia dell’UE per bloccare la direttiva, ma l’istanza è stata rigettata nel novembre 2025.
“Nel 2023, nelle carceri dell’UE erano detenuti 500 mila reclusi. La maggior parte degli istituti di pena non offriva alcuna attività professionale, nonostante il lavoro sia un fattore fondamentale per la riabilitazione”, aveva evidenziato l’eurodeputato de La Sinistra nella precedente interrogazione di ottobre 2025. “Quando vengono offerti dei lavori, questi sono per lo più legati alla gestione della struttura carceraria. Alcuni consigli di amministrazione penitenziari, tuttavia, mettono i detenuti a disposizione di aziende private. Questi lavori sottopagati consentono alle aziende interessate di aumentare i propri profitti a scapito di qualsiasi vero programma di riabilitazione”, aveva illustrato Smith. Un caso emblematico è quello della Spagna, dove continua ad essere legale nelle carceri il lavoro a cottimo.
In risposta a questa precedente interrogazione, il commissario irlandese per la Democrazia, la giustizia, lo stato di diritto e la protezione dei consumatori, Michael McGrath, aveva ribadito da un lato che la gestione della detenzione resta una responsabilità primaria degli Stati membri, dall’altro che Bruxelles incoraggia le Capitali ad adottare gli standard UE di gestione delle carceri per facilitare il reinserimento sociale.
In Italia, il CNEL – nel suo studio “Recidiva Zero” presentato nel giugno 2025 – conferma l’urgenza di un cambio di rotta. Sebbene il numero di detenuti lavoratori sia cresciuto del 44,6 per cento in vent’anni (dal 2004 al 2024), raggiungendo le 21.235 unità, la finalità più a lungo termine di questo impiego resta bassa, con l’85,1 per cento che lavora alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria in servizi di manutenzione ordinaria. Secondo i dati riferiti al 31 dicembre scorso dell’Associazione Antigone – l’associazione italiana per la tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario – solo il 3,7 per cento dei detenuti ha un impiego con datori di lavoro esterni, mentre appena il 10,4 per cento frequenta percorsi di formazione professionale. Tutto ciò nonostante il 38 per cento delle persone detenute ha una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, “che non rappresentano una rinuncia alla pena, ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva”.
Questa carenza di opportunità ha un costo sociale elevatissimo, dato che la recidiva in Italia delle persone in carcere si attesta attorno al 70 per cento, mentre scende al 2 per cento tra quanti accedono alle misure alternative. Un dato che dimostra il fallimento di un sistema puramente custodiale che invece dovrebbe rendere le carceri degli hub di formazione e inclusione attiva. La sfida lanciata dall’Unione Europea attraverso la direttiva del 2022, non rappresenta solo un adempimento burocratico, ma un richiamo alla dignità del lavoro come pilastro del riscatto sociale.




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