Bruxelles – È vigilia di elezioni in Danimarca. Elezioni anticipate, convocate un mese fa dalla premier socialdemocratica Mette Frederiksen per provare a capitalizzare la crescita dei consensi ottenuta grazie alla risposta ferma mostrata di fronte alle minacce di Donald Trump alla Groenlandia. Dagli ultimi sondaggi però, prende forma lo scenario di una ‘vittoria di Pirro’: Frederiksen potrebbe vincere con un punteggio storicamente basso, e la coalizione di centrodestra con cui ha governato negli ultimi quattro anni rischia di sciogliersi al tepore primaverile.
La leader socialdemocratica è a caccia del terzo mandato. La prima volta ha guidato un governo di sinistra, la seconda volta una coalizione di centro-destra. Dopo mesi di crisi di popolarità del suo partito, certificata con la disfatta nelle elezioni locali dello scorso novembre, ha scelto con cura il momento per indire nuove elezioni, previste entro ottobre. Sull’onda della gestione della disputa con gli Stati Uniti sulla Groenlandia, territorio autonomo parte della Corona danese, il sostegno per il partito socialdemocratico è risalito dal 17 per cento fino a oltre il 20 per cento.
Se il palcoscenico internazionale ha ridato vigore alla premier, non ha sortito lo stesso effetto per gli altri partiti della sua coalizione: il Partito Liberale potrebbe andare incontro al peggior risultato nella sua storia, con i sondaggi che lo collocano al di sotto del 10 per cento, e anche i Moderati di centro rischiano una battuta d’arresto. Mentre il cosiddetto ‘blocco rosso‘, la coalizione di partiti di sinistra che storicamente comprende anche i socialdemocratici, appare in leggero vantaggio. Ecco perché, in un panorama politico complesso e frammentato come quello danese, con dodici partiti in Parlamento nell’attuale legislatura, Frederiksen ha scelto di mantenere una posizione decisamente ambigua nel corso della campagna elettorale.
Secondo un sondaggio condotto da Megafon, il blocco di sinistra dovrebbe conquistare 86 seggi, quattro in meno dei 90 necessari per la maggioranza nel parlamento danese, composto da 179 seggi. Il ‘blocco blu‘, che dal Partito Liberale passa per i conservatori fino all’estrema destra, potrebbe fermarsi a 78 seggi. L’ago della bilancia, capace di orientare pesantemente lo sguardo della trasformista Frederiksen, saranno a quel punto i probabili 11 eletti dei Moderati, guidati dall’attuale ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen. Nel sistema parlamentare danese, per governare non serve ottenere la fiducia da una maggioranza. Viceversa, è necessario assicurarsi che non esista una maggioranza in grado di sfiduciare il nuovo esecutivo.
Frederiksen insomma, rischia di non avere la maggioranza né con il blocco di sinistra – nemmeno con i quattro rappresentanti eletti da Isole Faroe e Groenlandia – né con l’attuale coalizione centrista, formula senza precedenti che esula dalla logica dei ‘blocchi’ che ha dominato la politica danese moderna. E l’effetto di coesione nazionale sperato dalla premier si è fermato non appena si è cominciato a discutere dei temi nazionali, dalle questioni economiche a quelle ambientali e al dibattito sempre più aspro sull’immigrazione.
Frederiksen, ammiccando a sinistra, ha ribadito il suo impegno a introdurre una tassa patrimoniale, un’idea completamente respinta dall’intero blocco di destra e anche dai Moderati. D’altra parte, la leader socialdemocratica non sembra disposta a fare passi indietro sull’ulteriore stretta sull’immigrazione irregolare, di cui è la principale promotrice in Europa insieme a Giorgia Meloni. Rimane nel mezzo, al sicuro con quel 20 per cento cha fanno del suo partito un gigante tra i nani.

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