Bruxelles – Le ripercussioni economiche della guerra in Iran – scatenata dall’attacco israelo-statunitense a Teheran dello scorso 28 febbraio – si propagano di settore in settore. Questa volta, a finire sotto la lente d’ingrandimento, è l’industria della plastica italiana: secondo uno studio pubblicato da ECCO, il think tank italiano specializzato in energia e cambiamento climatico, la guerra in Medio Oriente e la conseguente chiusura dello strategico Stretto di Hormuz hanno innescato un significativo aumento del prezzo dei prodotti plastici. E l’Italia – a causa della sua elevata dipendenza da esportatori extra-europei di questi materiali – figura tra quelli che ne stanno pagando maggiormente dazio, con alcuni operatori industriali che avrebbero già iniziato a segnalare aumenti dei prezzi fino al 30 per cento.
Il nesso tra la crisi mediorientale e il caro-prezzi nel settore delle plastiche è presto detto. Secondo i numeri del report, circa l’80 per cento della produzione europea di prodotti plastici deriva da combustibili fossili, in particolare petrolio e gas: per dare una dimensione più concreta, per ogni tonnellata di materie plastiche sono necessarie tra le 1,4 e le 2,2 tonnellate di greggio. L’aumento esponenziale dei prezzi dell”oro nero’ registrato a seguito della chiusura dello Stretto di Hormuz (attraverso cui transita circa un quinto del petrolio globale) ha quindi innescato una reazione a catena che ha portato a lievitare i costi di produzione della plastica e – soprattutto – il prezzo al consumo dei prodotti finali realizzati con questo polimero.
L’Italia – in qualità di sesto importatore mondiale di plastica e derivati con circa 22 miliardi di euro di import nel 2024 – è tra i Paesi più esposti a questa dinamica. Circa l’80 per cento del petrolio che attraversa abitualmente lo Stretto di Hormuz è diretto verso i mercati asiatici e in particolare alla Cina, che rappresenta la destinazione finale del 90 per cento del greggio iraniano. Ed è proprio da Pechino che arriva la maggior parte delle bottiglie e dei contenitori in plastica utilizzati dalle aziende italiane attive nel settore degli imballaggi: in termini di valore economico, secondo ECCO, l’export di plastica cinese verso il nostro Paese ha raggiunto i 96 milioni di euro nel 2024.
Alla luce di questi numeri, non stupisce che sia proprio il segmento degli imballaggi quello più colpito dall’impennata dei prezzi della plastica. Del resto, l’Italia ne fa un uso particolarmente massiccio rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea: secondo i dati Eurostat, la Penisola è al settimo posto, avendo prodotto, nel 2023, quasi 39 chilogrammi di rifiuti da imballaggi di plastica pro-capite, rispetto ad una media UE di 35 kg.
Il report di ECCO analizza anche un’altra questione che rende evidente quanto l’Italia stia pagando la propria dipendenza dalla plastica: l’onere rappresentato dalla cosiddetta ‘plastic tax’ europea. Questo strumento – introdotto con una Decisione del Consiglio UE nel dicembre del 2020 – stabilisce il pagamento di un’imposta di 0,8 euro per ogni chilogrammo di rifiuti non riciclati e colpisce prevalentemente quei Paesi più attardati nel percorso verso l’abbandono delle plastiche monouso. Nel solo 2024, ad esempio, l’Italia non ha riciclato ben 1,2 megatonnellate di imballaggi in plastica, il che si dovrebbe tradurre in un esborso di circa 751 milioni di euro interamente a carico del bilancio pubblico. Come ricorda ECCO, il governo Conte II aveva provato a rendere questo aggravio più sostenibile con l’introduzione di una plastic tax nazionale nella legge di bilancio del 2020. Un provvedimento rimasto lettera morta fino ad oggi. “Una possibile soluzione alla vulnerabilità nazionale sarebbe l’implementazione della plastic tax nazionale, un’imposta pari a 0,45 euro per chilogrammo di plastica contenuta nei manufatti monouso. L’Italia aveva introdotto questa misura con la Legge di Bilancio 2020, ma il provvedimento continua ad essere rinviato”, si legge nel report.
“In un contesto internazionale sempre più instabile”, conclude ECCO nell’appello a chiosa del report, “ridurre il consumo di plastica e rafforzare il riciclo e la produzione di plastiche bio-based non è soltanto una priorità ambientale, ma una leva strategica per contenere i costi, aumentare la resilienza del sistema produttivo e rafforzare la sicurezza economica del Paese”.










