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    Home » Opinioni » Ridateci Yamani

    Ridateci Yamani

    "L’età della pietra non finì per mancanza di pietre, così come l’età del petrolio non finirà per mancanza di greggio"

    Roberto Zangrandi di Roberto Zangrandi
    7 Aprile 2026
    in Opinioni, Energia
    BETTINO CRAXI, GIANNI DE MICHELIS, YAMANI AHMED ZAKI  a Roma, il 15 aprile 1994. (Imagoeconomica)

    BETTINO CRAXI, GIANNI DE MICHELIS, YAMANI AHMED ZAKI a Roma, il 15 aprile 1994. (Imagoeconomica)

    C’è un momento, in ogni crisi, in cui l’assenza di una persona diventa più eloquente della presenza di cento altre. Lo Stretto di Hormuz è chiuso dal 4 marzo 2026. Centocinquanta petroliere sono all’ancora nelle acque aperte del Golfo Persico. Il Brent ha toccato i 126 dollari al barile. L’Agenzia Internazionale dell’Energia parla della più grande sfida alla sicurezza energetica globale della storia. E il mondo del petrolio (trader, analisti, ministri, giornalisti) non ha un interlocutore. Non ha una voce che sappia parlare ai mercati e alle cancellerie con la stessa frase, che sappia calibrare il silenzio come l’annuncio, che abbia l’autorità morale di sedersi al centro del tavolo e dire, con la credibilità di chi l’ha fatto per un quarto di secolo: “Adesso basta, si tratta”. Quella voce, per ventiquattro anni, fu Ahmed Zaki Yamani. E non ce n’è un’altra.

    Se Ahmed Zaki Yamani fosse vivo  (è morto a Londra il 23 febbraio 2021, a novant’anni; è sepolto alla Mecca, dove era nato) avrebbe probabilmente osservato la scena dal diciottesimo piano dell’InterContinental di Ginevra, seduto su uno dei tre grandi divani che circondavano il tavolo da caffè della suite più lussuosa dell’hotel, giocherellando con la sua misbaha, il rosario a 33 grani dei musulmani per tenere il conto dei nomi di Allah e delle lodi a lui tributate. Sorseggerebbe il succo di melograno, dicendo al giornalista di turno, con voce morbida e senza mai tradire un’emozione: “Doveva andare giù. Doveva andare giù”. Esattamente come faceva negli anni Settanta, quando i microfoni lo assediavano all’uscita della Rolls o della Mercedes nera e lui accarezzava con prudenza le parole che potevano spostare, ciascuna, miliardi di dollari. Portava raramente la kefiah, preferiva gli abiti di taglio e tessuto British e cravatte italiane o francesi. Capello crespo e riccioluto, profilo volitivo. In gran forma, si manteneva con brevi sedute di allenamento durante la giornata. Buongustaio, ma con moderazione.

    Yamani fu Ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita dal 9 marzo 1962 al 5 ottobre 1986 — ventiquattro anni e sette mesi, il mandato più lungo nella storia dell’OPEC. Non ne fu mai formalmente il capo, ma lo fu in tutto fuorché nel titolo. Fu sette volte Presidente della Conferenza ministeriale, Segretario Generale nel biennio 1968-69, e soprattutto l’uomo senza il cui consenso nessuna decisione di peso poteva essere presa. Era diventato il rappresentante e il simbolo stesso della nuova era del petrolio, come rilevarono politici, diplomatici e giornalisti.

    Ginevra fu il suo palcoscenico naturale. L’OPEC vi aveva avuto la sede iniziale, dal 1960 al 1965, prima di trasferirsi a Vienna. Ma dopo il 21 dicembre 1975, quando Carlos (lo Sciacallo dei film e delle serie televisive) e cinque complici presero in ostaggio undici ministri del petrolio nella sede OPEC di Vienna, uccidendo tre persone e piazzando esplosivo sotto il sedile di Yamani, lo Sceicco non mise più piede nella capitale austriaca per una riunione. Nel 1981, quando i falchi dell’organizzazione (Algeria, Libia, Nigeria) pretesero una conferenza straordinaria, Yamani impose Ginevra. Con vigore.

    AHMED ZAKI YAMANI a Roma il 12 maggio 1995 (Imagoeconomica)

    Possedeva un appartamento in città, una villa di quindici stanze sul lago — con prati curati, mobili francesi d’epoca, tappeti persiani, piscina interna e una stanza riservata alla preghiera — e uno chalet a Crans-Montana, nel Vallese. Ma il suo vero quartier generale era la suite all’ultimo piano dell’InterContinental, nel quartiere di Petit-Saconnex, a un passo dal Palais des Nations. Il direttore dell’hotel, Herbert Schotte, aveva trasformato il ristorante panoramico in una suite reale con sala da pranzo cinese, pronta, diceva, ad accogliere il Presidente Reagan qualora si fosse deciso un vertice. Nel frattempo, vi risiedeva Yamani, con il suo staff di sicurezza di sei ex-commandos britannici del SAS, telecamere a circuito chiuso nel corridoio e un cameriere personale per materializzare ogni esigenza.

    Di là delle finestre, a sinistra, l’estendersi del Lago Lemano e, di fronte, nelle giornate più limpide, perfino il Monte Bianco, a 100 e più chilometri di distanza, e le sue Grandes Jorasses. Per il resto, un albergone non affascinante nella sua architettura. Per un amico designer grafico svizzero degli anni ’80,  l’InterConti aveva uno charme paragonabile a un ospedale di periferia del decennio precedente… ma era stato scelto per la sicurezza che poteva offrire e per la prossimità poco complicata all’aeroporto di Cointrin.

    Jeffrey Robinson, che nel 1988 scrisse la biografia autorizzata Yamani: The Inside Story (un bestseller internazionale bandito però in Arabia Saudita) trascorse un anno intero con lo Sceicco in almeno cinque paesi. Giocarono con insistenza a backgammon, navigarono sui loro yacht, passeggiarono insieme e cenarono un numero incalcolabile di volte. Robinson racconta una scena in Sardegna: dopo una nuotata, Yamani propose di andare a prendere un gelato. Guidò lui stesso fino alla gelateria del porto locale, ordinarono entrambi il gelato speciale a tre gusti. Yamani fissò il suo con espressione interrogativa, poi chiese: “Dimmi una cosa… quando hai tre gusti così, mangi prima quello che ti piace di più, o lo lasci per ultimo?”. È l’istantanea dell’uomo che fissava il prezzo del petrolio a livello mondiale, uno che dedicava tempo alla sequenza del gelato.

    Un ripasso del libro di Robinson è stato fondamentale per rimettere a fuoco alcune circostanze e passaggi del ruolo di Yamani e per mettere in fila, in modo vivido, le memorie di un giovane, presuntuoso giornalista che con frequenza si ritrovava a Ginevra nel novero del codazzo stampa, ma che aveva però sviluppato relazioni più con gli analisti delle banche e delle finanziarie che seguivano le riunioni che con i suoi colleghi.

    Chi vuole capire Hormuz oggi deve rileggere la sequenza delle crisi che Yamani attraversò. Nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, cercò di convincere gli alleati OPEC a non usare l’embargo come arma: sapeva che gli americani, ancora semi-autosufficienti, non ne sarebbero stati intimiditi. Aveva ragione. Ma nel 1973, con la Guerra del Kippur, il contesto era cambiato: il consumo americano di petrolio saudita era esploso. Yamani guidò l’offensiva: il prezzo quadruplicò, le code alle pompe paralizzarono l’Occidente. Fu il momento di massimo potere dell’OPEC.

    La crisi di Hormuz del 2026 potrebbe ricordare il 1973 per la violenza dello shock, con il 20% dell’offerta globale rimossa dal mercato, ma la differenza salta agli occhi, e Yamani l’avrebbe vista prima di tutti: nel 1973 erano i produttori a chiudere il rubinetto, un gesto politico calcolato; qui è un paese che blocca lo Stretto per disperazione.

    La crisi attuale somiglia di più al 1979-80, quando la Rivoluzione iraniana provocò il secondo shock petrolifero. Ma anche lì Yamani aveva una strategia: nel 1983 convinse l’OPEC a ridurre i prezzi per stimolare la domanda (una prima assoluta) e accettò che l’Arabia Saudita fungesse da “swing producer“, modulando la propria produzione per bilanciare il mercato. Era il paradigma Yamani: non massimizzare il prezzo a breve, ma proteggere la quota di mercato a lungo termine.

    Davanti a Hormuz 2026, Yamani avrebbe probabilmente fatto quello che sapeva fare meglio di chiunque altro: avrebbe ampliato e modernizzato, e magari portato al Mediterraneo, in tempi record, se non già da qualche anno, la pipeline saudita East-West per bypassare lo Stretto, e Suez, accettando i limiti di capacità ma dimostrando che l’Arabia Saudita non è ostaggio della geografia iraniana. Avrebbe lavorato nelle retrovie, probabilmente nei corridoi dell’InterContinental, per costruire un consenso OPEC+ su un rilascio coordinato delle riserve strategiche come fece, seguendone l’esempio, il suo successore nel 1991 durante la Guerra del Golfo. E soprattutto avrebbe parlato ai mercati con quella voce morbida che “calmava i trader più del Valium”: parole calibrate, per segnalare che l’offerta sarebbe stata garantita. Non avrebbe certamente fatto ciò che il mercato teme oggi: correre il rischio pauroso che la crisi diventi strutturale. Yamani sapeva che ogni dollaro di troppo al barile è un investimento nel solare, nel nucleare, nello shale — in tutto ciò che un giorno renderà il petrolio irrilevante.

     Quel che successe dopo la destituzione da parte di Re Fahd dell’ottobre 1986 (lo seppe ascoltando la televisione mentre giocava a belote, la Briscola dei francesi) lo Sceicco investì nel lusso ginevrino. Nel 1987 rilevò l’85% di Vacheron Constantin, la più antica manifattura orologiera al mondo, fondata a Ginevra nel 1755. Ma le autorità cantonali gli negarono il diritto di possedere la sede storica della Tour de l’Ile: gli elvetici vietavano agli stranieri l’acquisto di immobili oltre una certa soglia. Nel 1996 vendette Vacheron al Gruppo Richemont. Indiscrezioni dicono di un guadagno iperbolico, pare dieci volte tanto.

    Ma quello che comunque restava a Yamani era ciò che aveva sempre avuto: il senso del tempo lungo, la pazienza del negoziatore e la consapevolezza che oggi manca, dolorosamente, a chi gestisce la crisi di Hormuz: che il petrolio è un’arma che si ritorce sempre contro chi la usa senza misura. Lo Stretto si riaprirà. Ma la domanda vera non riguarda il prezzo del barile. Riguarda l’assenza di un metodo, uno stile, una figura capace di tenere insieme il tavolo quando tutti vogliono rovesciarlo. Il principe Abdulaziz bin Salman, attuale ministro del petrolio saudita, è un tecnico competente. Ma non è Yamani. Gli manca il carisma, gli manca l’indipendenza politica, e gli manca soprattutto quella capacità rara, forse irripetibile, di essere contemporaneamente temuto dall’Occidente e rispettato dai falchi dell’OPEC, di parlare ad Harvard e alla Mecca con la stessa naturalezza, “di far scendere la temperatura di una stanza entrando, non uscendo”.

    Ridateci Yamani. Non l’uomo ma il metodo. Quella diplomazia fatta di sussurri e di pazienza, e la lucidità di sapere che chi controlla un terzo del petrolio mondiale ha una responsabilità verso il mondo, non solo verso il proprio bilancio. Dalla suite al diciottesimo piano dell’InterContinental, con il lago di Ginevra e le Jorasses sullo sfondo, e un bicchiere di succo di melograno in mano, lo Sceicco aveva costruito un ordine. Profeticamente, diceva già negli Anni 70, ma la frase fu rilanciata dall’Economist nel 1999: L’età della pietra non finì per mancanza di pietre, così come l’età del petrolio non finirà per mancanza di greggio.

    Tuttavia, qui a Bruxelles, ora come nel 1973 ciò che mette conto considerare è altro: Yamani non aveva bisogno di parlare con l’Europa perché l’Europa non parlava con una voce sola. E la cosa si ripete, pari pari, con la crisi di Hormuz del 2026, dove, come mostrato dal Consiglio Europeo di fine marzo, la crisi energetica ha fatto ciò che le crisi energetiche fanno dal 1973: esporre quanto profondamente la prosperità europea dipenda dall’energia importata, che non controlla. E ancora abbia bisogno di trovare vie di reazione e decisione univoche.

    Tags: HormuzYamani

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