A Dammam, sulla costa dell’Arabia Saudita, a nord del Bahrein, in queste settimane d’aprile, è ormeggiata nel porto intitolato a re Abdulaziz una nave dallo scafo blu: galleggia con la prua a nord-nord-est, immobile su un mare che era stato calcolato da ingegneri, finanzieri, diplomatici, ufficiali di marina come la nuova autostrada digitale del pianeta. Si chiama Île de Batz, batte bandiera francese, appartiene ad Alcatel Submarine Networks, unico player europeo con navi posacavi rimasto in vita in un mestiere ormai dominato dai cinesi e dagli americani. Fino a una sessantina di giorni fa stava completando un tratto di 2Africa Pearls, l’estensione nelle acque del Golfo Persico del sistema da quarantacinquemila chilometri su cui il consorzio guidato da Meta di Zuckerberg ha investito pesantemente e che è progettato per definire la geografia della connettività mondiale: le condizioni operative del Golfo non consentono di ripristinarne l’operatività.
Il 28 febbraio, con gli attacchi americani e israeliani all’Iran, si è bloccata l’area. Il 3 marzo le Guardie della Rivoluzione hanno chiuso unilateralmente lo Stretto di Hormuz. L’île de Batz ha ricevuto una notifica di forza maggiore, la mossa che protegge da conseguenze contrattuali chi non è più in grado di adempiere alle clausole pattuite. Una porzione consistente del cavo è stata posata sul fondale, ma non è collegata ad alcuna stazione di approdo. Rimane, per ora, un filamento in attesa di quel cessate il fuoco stabile che, comunque, secondo molti analisti, non basterà a coprire i miliardi di dollari di danni alle infrastrutture energetiche del Golfo. Rystad Energy, un centro di ricerca norvegese sulle energie rinnovabili, stima che ne serviranno non meno di 26, che potrebbero crescere nei prossimi anni fino a 48-50.
Negli stessi giorni, dall’altra sponda del Persico, l’agenzia Tasnim, voce mediatica dei Pasdaran, ha pubblicato una mappa dettagliata dei sette cavi sottomarini che attraversano lo Stretto, accompagnandola con quello che la diplomazia militare chiama un thinly veiled warning, una minaccia che non ha bisogno di essere pronunciata per essere intesa. FALCON, AAE-1, TGN-Gulf, SEA-ME-WE: nomi che pochi mesi fa apparivano sulle pagine specialistiche dell’industria delle telecomunicazioni e che oggi compaiono nei briefing del Pentagono, di Downing Street, di Place Vendôme, di Palazzo Chigi. La Tasnim, e qui la fonte iraniana si fa quasi sincera, ammette il dato più rivelatore della cronaca internet recente: i petromonarchi del Golfo dipendono per oltre il 90 per cento del proprio traffico digitale, compreso il business finanziario e criptovalutario degli Emirati, da quei sette cordoni ombelicali che passano sotto le navi da guerra americane. L’Iran, viceversa, dispone di rotte terrestri alternative attraverso Turchia, Caucaso e Russia. L’asimmetria della vulnerabilità è strutturale.

Al bar Loui dello Steigenberger, l’iconico albergo di Avenue Louise a Bruxelles, la sera in cui la notizia di Tasnim è uscita dalle agenzie, un ufficiale con la divisa di un esercito continentale, nella rassicurante discrezione del locale, sceglie le parole, ma dice che “i cavi sottomarini sono settore civile soltanto sui registri societari. Sul piano operativo sono infrastruttura strategica dal 1858, quando il primo venne posato nell’Atlantico”. Nessuno con un’uniforme addosso lo ha mai dimenticato; lo hanno però forse dimenticato in molte cancellerie.
Ma perché un istituto di policy europeo, con sede a Milano, in piazza Sraffa, alle spalle di Porta Romana e nel cuore del nuovo campus dell’università Bocconi, diretto da un economista tedesco con studi a Roma, Daniel Gros, ha descritto con tanta precisione, con due mesi di pieno anticipo, la struttura della vulnerabilità che oggi paralizza l’Île de Batz?
La risposta sta nel Policy Brief n. 52 dell’Institute for European Policymaking dell’Università Bocconi (IEP@BU), firmato da Giovanni Cabroni e Andrea Gilli, pubblicato nel gennaio di quest’anno. Quel testo, Per aspera ad astra: undersea cables, satellites for telecommunications and the European strategic autonomy, non si occupava del Golfo Persico. Si occupava, del Baltico, del Mare del Nord, dell’Atlantico, del Mediterraneo, ma il suo nucleo argomentativo era trasferibile. E si è trasferito da solo: i cavi sottomarini, scrivevano gli autori, sono “le arterie silenziose dell’economia digitale”, trasportano il novantacinque per cento del traffico dati intercontinentale (nell’area in guerra ne passa il 15 per cento), e sono protetti, quando lo sono, con rendimenti decrescenti che lasciano agli avversari ampi spazi nei quali manovrare.
Cabroni e Gilli avevano fatto i conti, e li avevano fatti bene. Una singola interruzione su un cavo intercontinentale può causare perdite stimate fino a 50 milioni di dollari al giorno. Le navi specializzate per la riparazione sono meno di cento al mondo. La maggioranza degli incidenti è accidentale: ancore trascinate, reti da pesca, frane sottomarine. Negli ultimi due anni, la quota dolosa è però cresciuta in modo esponenziale, e con questa la difficoltà di distinguere il sabotaggio dall’incidente. Quando il loro Policy Brief fu pubblicato, il riferimento operativo era ancora il Baltico: l’Operazione Baltic Sentry della NATO, i cavi tagliati nel novembre 2024 dalla Yi Peng 3 e dall’Eagle S, l’ombra delle navi-fantasma russe nel Golfo di Finlandia. Tre mesi dopo, il copione è nel Golfo Persico, con la stessa logica ma con un attore diverso. Il salto geografico è stato istantaneo e l’analisi era già stata scritta.
Sarebbe però riduttivo leggere questo paper come uno scenario replicabile. La tesi era più ambiziosa. I cavi non si difendono solo con le navi militari, e le costellazioni satellitari europee (IRIS², OneWeb, le iniziative nazionali italiane e tedesche) non hanno alcuna possibilità di competere commercialmente con lo Starlink di Elon Musk e con Amazon Leo dell’altro miliardario transoceanico. Devono cambiare destinazione. Diventare strumenti governativi, militari, di crisi. Architettura ibrida cavo-satellite, sul modello del progetto NATO HEIST (lungo ma chiaro: Hybrid Space/Submarine Architecture Ensuring Infosec of Telecommunications). Tradotto: quando il cavo cede, il satellite si attiva, le applicazioni critiche si reindirizzano grazie alle tecnologie blockchain e le comunicazioni governative non si interrompono. È una proposta che oggi, con Hormuz e il Mar Rosso simultaneamente chiusi al traffico dei cavi e alle navi di riparazione (una circostanza mai verificatasi nella storia recente), suona ovvia e urgente. Tre mesi fa era una dottrina di nicchia.
La questione dei cavi/satelliti va inscritta in una cornice geopolitica che è cambiata sotto i piedi degli europei mentre i ministri dei Ventisette discutevano di tassonomie e direttive omnibus. Sempre all’Institute for European Policy dell’Università Bocconi, questo è stato il tema di un altro Policy Brief, il n. 51, firmato da Carlo Altomonte e Walter Rauti, pubblicato anch’esso nel gennaio 2026: The 2025 US National Security Strategy and the Strategic Repositioning of Europe. Gli autori (l’uno economista bocconiano di lungo corso, fra i più ascoltati interlocutori italiani della Commissione; l’altro analista di formazione SDA Bocconi) offrono una lettura asciutta di un documento che, sebbene scritto in “lingua MAGA”, contiene una proposizione difficile da rifiutare. L’Europa, sintetizzano, non può continuare a essere consumatrice di sicurezza prodotta da altri. Deve anzi diventarne, almeno nella propria regione, fornitrice. Il burden sharing del passato diventa burden shifting, dalla contribuzione all’assunzione delle spese di competenza. Con questo cade l’illusione che la deterrenza nucleare e gli asset strategici americani resteranno per sempre disponibili a costi politici sopportabili.
Altomonte e Rauti distinguono, e qui sta il loro contributo più sottile, fra le due anime del documento di Washington. C’è quella ideologica che evoca lo spettro di una civilizational erasure, cancellazione della civilizzazione europea, e ammicca alle destre radicali del Continente: andrebbe respinta senza tentennamenti, perché oltrepassa la soglia dell’ingerenza democratica. E c’è quella pragmatica, di marca conservatrice tradizionale, che osserva la stagnazione produttiva, la frammentazione politica e la fragilità demografica del Vecchio Continente, e ne deriva, con una logica brutale ma comprensibile, che un’Europa indebolita fa il gioco di Pechino e ostacola la riallocazione strategica americana verso l’Indo-Pacifico. Su questa seconda lettura, scrivono i due autori, occorre lavorare. Non per compiacere Washington, ma per non perdere ciò che resta della sovranità europea.
Resta la questione operativa: con quali strumenti? Qui interviene il Policy Brief n. 56 di Nathalie Tocci, pubblicato nel marzo di quest’anno e intitolato Towards a European Security Council. Tocci, direttrice dell’Istituto Affari Internazionali di Roma, Associate Fellow dello IEP@BU, è una delle voci più ascoltate del dibattito strategico europeo da quando, nei primi anni Dieci, fu tra chi architettò la strategia globale dell’allora Alto Rappresentante di nomina renziana, Federica Mogherini, fa una ricognizione spietata di un quarto di secolo di retorica sull’autonomia strategica. Ha presentato il suo paper nel corso di un incontro ristretto organizzato a Bruxelles nella sede di GA Alliance insieme con due alti esponenti della Commissione Europea e del Servizio europeo per l’azione esterna, Stefano Grassi e Alexandros Yannis.
La diagnosi è severa: sui cavi sottomarini, sui satelliti, sulla difesa convenzionale, l’Europa è oggi più capace ma più dipendente. Le quote di armamenti americani nei bilanci europei della difesa sono cresciute, non diminuite. La logica del PURL, il programma NATO che permette agli europei di pagare le armi americane destinate a Kiev, ha finanziato il ritiro statunitense più di quanto non abbia spinto il consolidamento dell’industria continentale. Persino il programma SAFE, da centocinquanta miliardi di prestiti comuni che qui a Bruxelles si presenta come la grande svolta del 2025, sopravvive in un ecosistema in cui i ministri della Difesa firmano contratti bilaterali con grandi fornitori senza chiedere il permesso a nessuno.

Nathalie Tocci recupera e rende circostanziata l’idea già avanzata da Macron e Merkel fra il 2017 e il 2019. Cioè, l’idea di un Consiglio europeo di sicurezza, rilanciata ora con forza dal commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius nel suo intervento di gennaio 2026 a Sälen, la cittadina da cui parte la Vasaloppet, l’evocativa maratona sciistica… Idea che prende quota in queste settimane di tensione. Un format di dieci-dodici membri, fra permanenti e a rotazione, con seggio per il Regno Unito quando si discute di sicurezza non strettamente UE, sotto l’ombrello dei presidenti della Commissione e del Consiglio europeo. La logica, quella delle coalizioni dei volenterosi viste all’opera sull’Ucraina e sulla Groenlandia: gruppi di Stati che, condividendo un’analisi della minaccia, agiscono fra una riunione del Consiglio europeo e l’altra. Senza l’Ungheria di Orbán (ora) a frenare; senza gli Stati Uniti di Trump a interferire; e con un segretariato leggero che mantenga il ritmo del lavoro nei mesi in cui nessuno pubblica fotografie dei summit. È un’idea modesta nei mezzi, ambiziosa nei fini, scrive Tocci: non una panacea, non un sostituto dell’Unione, non l’antitesi della NATO. Risponde a un’esigenza concreta, la stessa che l’Île de Batz fotografa al largo di Dammam.
Sul Consiglio di sicurezza, l’amico del bar Loui, fra tutti i punti toccati, è quello sul quale si è espresso con maggior franchezza. «In un teatro operativo, l’unanimità a ventisette è incompatibile con la legge della fisica. I missili volano alla velocità del suono e oltre, le decisioni a Bruxelles a quella delle traduzioni simultanee. Se Tocci e Kubilius ottengono da dieci a dodici Stati che parlano davvero la stessa lingua sulla minaccia, abbiamo già fatto metà del lavoro. L’altra metà, mi dispiace dirlo, è solo questione di volontà politica. Quella la mettono i civili, non noi».
Una postilla, sulla casa comune di queste idee. L’IEP@BU è diretto da Daniel Gros, l’economista che a Bruxelles è arrivato giovane, è rimasto per oltre tre decenni (gran parte dei quali alla guida del CEPS, tra i think tank più influenti della bulle belga) e ha portato a Milano, qualche anno fa, una bussola intellettuale che il Continente fatica ancora a ritrovare nei propri, pochi, laboratori di pensiero strategico. La triangolazione fra Cabroni e Gilli sull’infrastruttura, fra Altomonte e Rauti sull’architettura strategica, e Tocci sull’istituzione mancante, non è un caso editoriale né un tour de force di calendario. È un metodo di lavoro che, si intuisce, lega il presente delle cronache all’economia che vi sta dietro e al futuro prossimo che dalle cronache si ricava. È, oggi, l’unico modo serio di fare policy europea senza scivolare nell’aneddotica diplomatica o nella saggistica retorica e sostitutiva del decision-making.
Mentre la Île de Batz aspetta a Dammam, con le centocinquanta e più navi ormeggiate o ancorate nel Golfo quel cessate-il-fuoco che si rinvia di settimana in settimana, e gli ingegneri delle compagnie telecom STC Group saudita, e Ooredoo, multinazionale qatarina, riconvertono i propri investimenti dal fondale marino verso le rotte terrestri attraverso Iraq, Caucaso e Turchia (quel “Middle Corridor” che a Bruxelles si studia da almeno tre anni senza mai trovare il tempo di finanziarlo davvero), l’Europa ha una piccola cosa preziosa fra le mani: tre mappe, prodotte in piazza Sraffa fra gennaio e marzo. Non garantiscono l’arrivo in porto. Bastano forse a non navigare al buio, contando sulle stelle altrui.












![[foto: Vince Paolo Gerace/imagoeconomica]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/04/Imagoeconomica_1477916-120x86.jpg)

