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    Home » Opinioni » Dalla Biennale del dissenso a quella del padiglione russo, in barba all’altolà dell’Unione europea

    Dalla Biennale del dissenso a quella del padiglione russo, in barba all’altolà dell’Unione europea

    Justus Lipsius di Justus Lipsius
    5 Maggio 2026
    in Opinioni, Cultura, Politica Estera
    (Foto: archivio Biennale)

    (Foto: archivio Biennale)

    Nel 1977, l’allora presidente della Biennale di Venezia Carlo Ripa di Meana organizzò la famosa “Biennale del dissenso” per dare voce agli oppositori al regime sovietico che allora comprendeva l’intero blocco dei paesi dell’Est.

    L’iniziativa, favorita dalla conclusione, due anni prima, degli accordi di Helsinki che prevedevano una politica più aperta in materia culturale fra i due blocchi e la svolta “eurocomunista” del PCI, fu fortemente contestata non solo dai diretti interessati, e cioè dall’URSS che provò con ogni mezzo a scongiurare l’evento, ma anche da tutti coloro, imprenditori, intellettuali e leader politici, a cominciare dallo stesso stato maggiore del partito comunista, che temevano che l’iniziativa potesse compromettere la normalizzazione dei “buoni rapporti” con l’Unione Sovietica in atto.

    Sostenuto principalmente dal partito socialista di Bettino Craxi, Carlo Ripa tirò diritto e una folle enorme visitò la Biennale dal 15 novembre al 15 dicembre 1977.

    Quasi cinquant’anni dopo, i dati sono capovolti. Per decisione del suo attuale presidente, Pietrangelo Buttafuoco, mercoledì 6 maggio sarà riaperto, fra gli altri, il padiglione russo chiuso dall’invasione dell’Ucraina nel 2022. Quell’anno furono gli stessi artisti e il curatore ad annullare la loro presenza alla Biennale.

    Da settimane, attorno a questa decisione si sono sviluppate polemiche a non finire che hanno provocato, fra l’altro, le dimissioni della Giuria internazionale che avrebbe dovuto assegnare i premi principali, tra cui il prestigioso Leone d’oro per la miglior partecipazione nazionale.

    Polemiche che hanno investito anche l’Unione europea, che ha attribuito alla Biennale un finanziamento da due milioni di euro (erogati in tre anni, tra il 2025 e il 2028).

    Il 23 aprile scorso la Commissione europea, dopo che 22 ministri della cultura dei Paesi membri avevano stigmatizzato la decisione di Buttafuoco, ha comunicato la decisione di revocare il finanziamento per violazione del regolamento dell’Unione Europea sulle sanzioni contro la Russia, concedendo alla Fondazione Biennale 30 giorni per spiegare le ragioni della decisione e convincere la Commissione a non revocare i fondi.

    L’interlocuzione è ancora in corso e proprio ieri la Commissione Europea ha inviato una seconda lettera alla Biennale di Venezia, sulla base di ulteriori “evidenze” di una seconda possibile violazione del grant agreement.

    In attesa della parola fine sul contenzioso Biennale – Unione europea, che si sarebbe potuto evitare perché naturalmente non sfugge a nessuno la valenza tutta politica, e non certo meramente culturale, della decisione, tanto che il ministro Matteo Salvini ha annunciato una sua lesta visita al padiglione russo, colpisce il confronto con quanto accaduto in passato.

    Nel 1977 la Biennale ospitò dissidenti russi e di altri Paesi del blocco sovietico tra l’ostracismo dell’URSS e di parte dell’intellighenzia e l’imbarazzo del governo italiano.

    Nel 2026 la Biennale ospita il padiglione russo fra l’ostracismo dell’Unione europea e dei dissidenti russi e di altri Paesi ex sovietici che domani scenderanno in piazza, e l’imbarazzo del governo italiano.

    Il mondo al contrario, insomma, del generale Vannacci non a caso favorevole all’iniziativa.

    Solo l’imbarazzo del governo resta, mutatis mutandis, sempre uguale.

    Tags: Biennalerussia

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