Bruxelles – Cronaca giudiziaria che si trasforma in terreno di attacchi e scontro politico tra Belgio, Israele e Stati Uniti d’America. Il casus belli è la volontà della magistratura belga di fare chiarezza su dei casi di circoncisione di bambini. Che scatena la violenta reazione di Tel Aviv e Washington – con tanto di accuse di antisemitismo verso il Paese europeo – e la conseguente risposta di Bruxelles che rimanda ai mittenti i tentativi di ingerenza.
Come riporta l’agenzia Belga, la Procura di Anversa ha dichiarato oggi (6 maggio) di voler deferire al tribunale penale due mohel, cioè persone incaricate della circoncisione, per presunte pratiche illegali, spiegando che i reati contestati sono stati classificati come “lesioni personali dolose con premeditazione ai danni di minori ed esercizio abusivo della professione medica“. Uno dei due è cittadino statunitense e il caso inizia a maggio 2025 quando, nel corso di un’indagine giudiziaria, la polizia ha effettuato tre perquisizioni, due nel quartiere ebraico della città e una nel quartiere di Groen Kwartier. I sospetti della Procura riguardavano l’eventualità che le procedure mediche fossero state eseguite da individui senza formazione medica riconosciuta. “L’indagine si concentra su procedure mediche eseguite da persone che non hanno ricevuto una formazione medica. In altre parole: le circoncisioni non sarebbero state eseguite da o con un medico“, avevano chiarito i pubblici ministeri in quell’occasione.
A maggio dell’anno scorso non c’era stato alcun arresto, ma oggi la Procura ritiene che ci siano prove sufficienti per chiedere alla Camera d’accusa di esprimersi per deferire i due indagati al tribunale penale. Agli uomini è attualmente consentito l’accesso al fascicolo del caso e la Camera d’accusa esaminerà il caso a porte chiuse il 18 giugno e deciderà se gli imputati debbano essere processati. Ma il caso oltrepassa la sfera giudiziaria e di cronaca e diventa una questione politica e di relazioni del Belgio non solo con Israele, ma anche con gli Stati Uniti d’America.
Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha scritto sui suoi canali social che “con questo provvedimento il Belgio, assieme all’Irlanda, si aggiunge a una breve e vergognosa lista di Paesi che ricorrono al diritto penale per perseguire gli ebrei che praticano l’ebraismo“. Ha poi definito l’accusa “una macchia indelebile sulla società belga” e chiesto al governo belga “di agire immediatamente e trovare una soluzione“. A fargli eco, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Belgio, Bill White, che ha commentato l’episodio su X definendo il procedimento giudiziario “una vergognosa macchia” sul Paese. Non solo: “La persecuzione di queste figure religiose (mohel), uno dei quali è americano, è SBAGLIATA e non sarà tollerata”, ha aggiunto sottolineando che “il Belgio sarà ora considerato antisemita dal mondo”. L’ambasciatore ha incalzato che “l’amministrazione Trump condanna questa azione giudiziaria e condanna anche l’inerzia politica del governo belga nel trovare una soluzione con le meravigliose comunità ebraiche qui in Belgio“. White ha poi invitato il governo De Wever a trovare “una soluzione immediata” alla situazione. “Per il bene della reputazione del Belgio nel mondo, spero che il Belgio agisca subito“, ha concluso.
Alle accuse da Tel Aviv e da Washington ha risposto senza sosta il vice primo ministro e ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot. “La invito a esercitare maggiore moderazione e a considerare il suo ruolo nel suo giusto contesto” perché “non è opportuno criticare pubblicamente un Paese e infangarne l’immagine semplicemente perché non si è d’accordo con un procedimento giudiziario“, ha scritto sui suoi canali social respingendo le critiche mosse da White. “Riterrebbe accettabile che il nostro ambasciatore a Washington facesse lo stesso?“, ha aggiunto. Prévot ha precisato che la magistratura belga è “indipendente e prende decisioni, libera da qualsiasi influenza politica”. E ha anche ricordato che il procedimento in questione è stato avviato dagli stessi rappresentanti della comunità ebraica. “Descriverlo come il desiderio di un Paese di minare la libertà religiosa degli ebrei è diffamatorio“, ha scandito. Ancor prima, il vice premier aveva risposto a Sa’ar ricordandogli sia che “in Belgio, il potere giudiziario è indipendente e prende le sue decisioni —che si sia d’accordo con esse o meno— al riparo da qualsiasi influenza politica” sia “che le procedure in questione sono state avviate dagli stessi rappresentanti della comunità ebraica”. Infine: “Poiché lei stesso ha di recente esortato a non condurre la diplomazia via Twitter, suggerisco che discutiamo di tutte queste questioni durante un incontro in Israele in un momento che le sia più comodo, al fine di porre fine a qualsiasi fraintendimento”.
Dal Parlamento europeo anche Elio Di Rupo, primo ministro del Belgio dal 2011 al 2014 e ora eurodeputato, ha risposto duramente a White: “Se un ambasciatore avesse fatto simili dichiarazioni durante la mia presidenza del governo belga, l’avrei dichiarata persona non grata. Se il mio Paese non le va a genio, torni a Mar-a-Lago. Non mancano certo i voli tra il Belgio e la Florida. Se rimane, le chiedo di rispettare noi e le leggi vigenti nel nostro Paese“, ha tuonato.
Già l’anno scorso l’indagine aveva provocato forti reazioni da parte delle organizzazioni ebraiche in Belgio e all’estero. L’Associazione ebraica europea (European Jewish Association – EJA), aveva commentato le operazioni della polizia come “l’ennesimo superamento di una linea rossa per intimidire i leader religiosi ebrei in Belgio”. E anche il Forum belga delle Organizzazioni Ebraiche (Forum der Joodse Organisaties – FJO) e il Comitato di Coordinazione delle Organizzazioni Ebree del Belgio (Le Comité de Coordination des Organisations Juives de Belgique – CCOJB) avevano criticato le perquisizioni, definendole una “grave violazione della libertà religiosa“.

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