Il 9 maggio scorso, festa dell’Europa, è stato il giorno scelto simbolicamente da Peter Magyar per l’insediamento del suo governo, in un tripudio di bandiere dell’Unione europea mischiate a quelle ungheresi.
È finito così il lungo regno di Viktor Orban sull’Ungheria, ma anche il suo potere di interdizione all’interno delle istituzioni europee che gli ha permesso di condizionare, per sé o per conto terzi, la politica europea, bloccando o ritardando all’infinito decisioni cruciali e subordinando al suo potere di veto ogni minima possibilità di assumere posizioni condivise.
L’Unione europea ha vissuto, insomma, un suo “Liberation Day” di cui deve far tesoro, prima che altri ambiscano a ricalcare le gesta del leader sconfitto.
Questo ha permesso, in pochi giorni, di rendere effettiva la concessione del prestito da 90 miliardi all’Ucraina e di immaginare di nuovo la possibilità di una procedura fast track per l’esame dei capitoli negoziali necessari alla sua eventuale adesione all’Unione europea nonché, da ultimo, di sanzionare i “coloni israeliani violenti” in Cisgiordania.
Non solo: l’uscita di scena di Orban ha dato l’occasione al ministro degli esteri tedesco, Johann Wadephul, di lanciare un forte appello ad abolire il voto all’unanimità e a moltiplicare le cooperazioni rafforzate per permettere all’Unione europea di competere con gli Stati Uniti e la Cina. “Quando si tratta di questioni di sicurezza, il principio dell’unanimità può metterci in un pericolo esistenziale”, ha detto Wadephul: “Si tratta di vita o morte, come possiamo vedere ogni giorno in Ucraina”.
Il concetto è stato riecheggiato da Antonio Tajani che in un’intervista a ‘Il Messaggero’ alla domanda se “senza Orban l’UE è più forte e agile nelle scelte?” ha risposto: “È più reattiva, adesso però dobbiamo insistere sul superamento del diritto di veto” sottolineando che questa è sempre stata la sua posizione personale e aggiungendo “mi auguro che i nostri alleati di governo si convincano”.
Non si tratta di prese di posizione isolate, perché anche Ursula von der Leyen e Kaja Kallas hanno posto l’accento sul problema e perché è sotto gli occhi di tutti che “perseverare est diabolicum”.
Di fronte ai problemi geopolitici cui l’Unione e i suoi Paesi membri sono confrontati, se non ora, quando?

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