Bruxelles – A distanza di ventiquattro ore da quello che il Ministero degli Esteri ucraino ha definito “uno dei più letali attacchi russi dall’inizio della guerra” – con 24 vittime in un bombardamento su un condominio nel centro di Kiev -, il Consiglio d’Europa ha annunciato oggi (15 maggio) di aver completato un nuovo passaggio istituzionale verso la creazione del Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina.
Nel corso dell’incontro annuale tra i ministri degli Esteri dei 46 Stati membri a Chisinau (Moldavia), l’organizzazione che riunisce i principali Paesi europei per promuovere i valori della democrazia e dello Stato di diritto ha approvato la risoluzione che dà vita all’Accordo parziale allargato sul Comitato direttivo del Tribunale. Questo organismo dovrà supervisionare l’attività del futuro organo giurisdizionale e – soprattutto – assicurare il finanziamento economico necessario a garantirne l’operatività. In tal senso, il denaro sarà messo a disposizione dagli Stati che ratificheranno ufficialmente la loro adesione al Comitato.
“Il Tribunale rappresenta giustizia e speranza“, ha commentato la decisione il segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset, aggiungendo che “si sta avvicinando il tempo in cui la Russia dovrà essere ritenuta responsabile per la sua aggressione contro l’Ucraina”. Gli ha fatto eco il vicepremier e ministro degli Esteri di Kiev, Andrii Sybiha, per il quale “le fondamenta morali dell’Europa e del mondo potranno essere ristabilite solo quando il crimine di aggressione contro l’Ucraina sarà punito“.
Che cosa è il Tribunale Speciale
Il Tribunale Speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina è un’istituzione – creata nel quadro del Consiglio d’Europa – che si pone l’obiettivo di indagare, perseguire e processare i principali responsabili della guerra scatenata da Mosca contro Kiev. Il bersaglio, dunque, è quello grosso: i vertici politici e militari della Federazione Russa, a partire dal presidente Vladimir Putin.
Le discussioni sulla creazione di un organismo di questo tipo sono cominciate a pochi mesi di distanza dall’inizio della guerra, nel tentativo di trovare una soluzione ad alcuni vuoti normativi che avrebbero impedito alla Corte Penale Internazionale (CPI) di imputare i responsabili del conflitto del crimine di aggressione. Il motivo è uno e molto semplice: la mancata ratifica da parte della Russia dello Statuto di Roma, l’atto fondativo della CPI.
Se per i crimini di guerra, contro l’umanità e per quello di genocidio lo Statuto prevede che possano essere perseguiti anche i cittadini di uno Stato ‘terzo’, il crimine di aggressione è regolato in modo molto più stringente. Affinché la Corte possa avviare un’indagine in tal senso, è necessario che l’autore del crimine sia il cittadino di uno Stato parte o che – se il sospettato ha la nazionalità di un Paese non aderente alla CPI – l’autorizzazione a procedere arrivi direttamente dal Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite. Anche questa seconda ipotesi è stata da subito ritenuta improbabile nel caso della guerra in Ucraina, alla luce del potere di veto che Mosca detiene rispetto ad ogni decisione presa in seno al CdS.
Con l’obiettivo di superare questi ostacoli giuridici, un gruppo di esperti provenienti dall’Ucraina, dalla Commissione UE, dal Consiglio d’Europa e da decine di Stati partner ha lavorato per circa tre anni alla creazione di un tribunale ad hoc, su modello di quelli costituiti negli anni ’90 per la guerra nell’ex Jugoslavia e per il genocidio in Rwanda. Il primo traguardo è stato raggiunto lo scorso 25 giugno, quando a Strasburgo il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e il segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset, hanno siglato l’accordo bilaterale per istituire ufficialmente questo organismo.
La firma dell’intesa odierna sulla creazione del Comitato Direttivo rappresenta il passaggio successivo, necessario per rendere il Tribunale effettivamente operativo.
I prossimi passi: dalla ratifica degli Stati all’avvio dei lavori preparatori
Dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, in 36 (più l’UE) si sono espressi a favore alla risoluzione adottata oggi. Se da un lato ci sono assenze che fanno rumore (Paesi UE, come Bulgaria, Ungheria, Malta e Slovacchia, e extra-UE, come Albania, Armenia, Azerbaijan, Serbia e Turchia), dall’altro a dire sì sono stati anche due Paesi che non fanno parte dell’organizzazione con sede a Strasburgo: l’Australia e il Costa Rica.
Perché il Comitato Direttivo venga effettivamente costituito, sarà necessaria la ratifica ufficiale da parte dei singoli governi nazionali e Berset si è augurato che questo avvenga “il prima possibile“. In un messaggio rivolto a chi oggi si è tirato indietro, il ministro degli Esteri della Moldavia, Mihai Popsoi, ha anche fatto notare che “per garantire la più ampia legittimità possibile al Tribunale Speciale, è importante che anche altri Stati aderiscano all’accordo parziale allargato“.
Se e quando la fase di ratifica sarà completata, potranno iniziare i lavori del gruppo preparatorio per la creazione del tribunale. In base all’accordo raggiunto in tal senso tra UE e Consiglio d’Europa lo scorso 24 gennaio, il gruppo predisporrà l’architettura istituzionale, logistica e organizzativa del nuovo organismo, gettando le basi per l’elezione dei giudici e del pubblico ministero e per l’elaborazione delle regole procedurali.
Il nodo dell’immunità di Putin e dei suoi fedelissimi
Dietro al diffuso ottimismo con cui i leader UE (e non solo) hanno accolto la decisione odierna, si nascondono i dubbi sulla reale fattibilità del progetto. Se la soluzione del tribunale ad hoc supera le lacune normative dello Statuto di Roma, il rischio è che si infranga comunque contro il muro eretto da un’altra norma cardine del diritto internazionale: l’immunità per i capi di Stato e di governo nell’esercizio delle proprie funzioni. Alla luce della ‘scarsa’ alternanza di governo che caratterizza il sistema politico russo, è probabile che il rispetto di questo principio ritardi significativamente – o comprometta del tutto – l’inizio dei processi contro Putin e i suoi fedelissimi.
Nonostante questo, l’idea resta quella di andare avanti. Lo ha fatto capire – a margine dell’incontro odierno – il ministro degli Esteri dei Paesi Bassi, Tom Berendsen, secondo cui “i responsabili dei terribili crimini commessi contro l’Ucraina devono essere chiamati a rispondere” e “anche se non accadrà dall’oggi al domani, questo non ci impedisce di fare tutto il possibile“. Parole che per Kiev valgono doppio, poiché L’Aia è la principale città ad essere candidata ad ospitare gli uffici del Tribunale.
Durante la riunione di Chisinau, il Consiglio d’Europa ha anche discusso di un’ulteriore iniziativa portata avanti per assicurare la piena responsabilità dei crimini commessi dalla Russia: la creazione della Commissione internazionale per le richieste di risarcimento in favore dell’Ucraina. Accogliendo con favore “l’ampio supporto” da parte degli Stati membri, l’istituzione di Strasburgo si augura di vedere “ulteriori adesioni al fine di assicurare la creazione rapida di un meccanismo di compensazione” per tutte le vittime degli attacchi lanciati dal Cremlino in più di quattro anni di guerra.


![Il ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiha, con l'Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'UE, Kaja Kallas [Bruxelles, 11 maggio 2026. Foto: European Council]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/05/fac-ua-350x250.jpg)






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