Bruxelles – Sul trattato di riforma del MES, il Meccanismo europeo di stabilità, alla fine la spunta Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio è riuscita a tirarla talmente per le lunghe che adesso i partner europei non possono fare altro che attendere le legislative del 2027. La Bulgaria, membro dell’eurozona dall’1 gennaio di quest’anno, ha appena aderito al fondo salva-Stati ratificandone anche i trattati, lasciando quindi che ancora una volta sia solo l’Italia a bloccare il processo di trasformazione del MES in attore centrale dell’unione bancaria. Fare nuove pressioni sull’Italia adesso non è più il caso, confidano fonti UE bene informate, poiché “il Paese si sta avvicinando alle elezioni, e questo potrebbe non essere il momento più opportuno per sollevare la questione“. Il tema è andato in prescrizione, per ora.
A Bruxelles si prende atto del fatto che l’Italia è già praticamente in campagna elettorale, oltretutto con la capo di governo in difficoltà. Non sarebbe nelle corde di Meloni affrontare il tema nel momento in cui si va a caccia di voti e riconferme, e se la leader di Fratelli d’Italia non ha cambiato idea sin qui difficile ipotizzare che possa farlo adesso. Per questo a Bruxelles si lascia correre. Certo, questo non cancella i malumori per un’Italia che tiene in scacco tutti gli altri partner. “Il Trattato del MES rappresenta una sorta di limbo scomodo in cui ci troviamo da qualche anno”, lamentano le stesse fonti UE.
Che a Bruxelles, come del resto nelle altre capitali, si getti la spugna sul MES è certamente una vittoria per Giorgia Meloni, ma politicamente è una sconfitta per Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia ha provato a spendersi come mediatore, a rassicurare. Ha detto ai partner di essere al lavoro per trovare una soluzione, soluzione che non è mai giunta e di cui alla fine gli interlocutori del responsabile del Tesoro si sono stufati di attendere.
In base agli accordi politici presi dai membri dell’eurozona, dall’1 gennaio 2022 il fondo salva-Stati ESM avrebbe dovuto iniziare a fornire denaro al Fondo di risoluzione unico, istituito per ristrutturare o liquidare le banche in difficoltà, senza gravare sui cittadini. Questo contributo di liquidità (noto come ‘backstop’, o paracadute finanziario) dovrebbe essere pari all’1 per cento di tutti i depositi presenti nelle banche europee che partecipano allo strumento di risoluzione delle crisi, per un ammontare complessivo pari a circa 80 miliardi. Con la riforma del MES, l’organismo inter-governativo verrebbe in soccorso dello Stato membro su richiesta, con prestito di denaro a condizioni più severe e rigorose. E’ questo il nodo politico che ha impedito fin qui all’attuale governo di tenere fede agli accordi presi dai precedenti governi, tenendo in ostaggio tutti i partner per l’intera legislatura tricolore. Adesso si attende la prossima.

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