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    Home » Opinioni » L’UE è sorda al grido di dolore per Gaza lanciato dai suoi cittadini

    L’UE è sorda al grido di dolore per Gaza lanciato dai suoi cittadini

    E dire che basterebbe applicare quello che si dice di sostenere, i principi delle Nazioni Unite e i valori sanciti nei Trattati UE

    Giulia Torbidoni di Giulia Torbidoni
    20 Maggio 2026
    in Opinioni, Politica Estera
    (Foto: Archivio Eunews)

    (Foto: Archivio Eunews)

    “EU shame on you, your hands are bloody too”. Nonostante la pioggia, domenica scorsa (17 maggio) dodicimila persone sono tornate per le strade di Bruxelles, per ricordare la tragedia che vissero i palestinesi 78 anni fa, la Nakba, e per protestare contro il genocidio che vivono oggi. Ma soprattutto per sfogare una rabbia sempre più chiara e contro cui l’Unione europea resta cieca, sorda e muta: quella contro l’inazione e la complicità dei governi occidentali, dei politici europei, dei vertici istituzionali nei confronti dell’alleato Tel Aviv. Ecco perché questo slogan – “Vergogna UE, anche le tue mani sono sporche di sangue” – è stato gridato a più riprese dal corteo. Bruxelles è capitale UE, ma è anche una città di ricche mescolanze che fin da subito ha iniziato a scendere in piazza contro le manovre israeliane dopo il 7 ottobre 2023. Le bandiere palestinesi alle finestre, gli adesivi di sostegno a Gaza nelle metropolitane o sulle segnaletiche stradali, così come le kefiah sulle spalle o al collo e le varie scritte sui muri contro il silenzio europeo – una scritta in pieno quartiere europeo che forse la presidente Ursula von der Leyen vede anche dalla sua finestra a Palazzo Berlaymont recita ‘EU Complice’ sopra una bandiera palestinese – sono una costante da ormai oltre due anni e mezzo. Eppure le istituzioni e i loro politici – con l’eccezione del gruppo “EU Staff for Peace” in piazza anche domenica scorsa – non vedono, non sentono, non parlano. Restano quello che sono: una bolla fuori dal contesto reale, fuori dal dolore che una città prova e manifesta con costanza da trenta mesi. 

    E dire che basterebbe applicare quello che si dice di sostenere, i principi delle Nazioni Unite e i valori sanciti nei Trattati UE. Senza stare troppo a pensarci, applicarli in ogni caso e a ogni latitudine, senza distinguo. Basterebbe iniziare a rispondere alle domande dei giornalisti in sala stampa non con il solito muro di gomma, ma con un minimo di dignità umana, prima ancora che professionale. Basterebbe iniziare ad aggiungere, ad ogni breve nota stampa fatta in risposta all’ennesimo via libera all’ennesima costruzione di nuova colonia israeliana, non solo che l’occupazione è illegale ai sensi del diritto internazionale, ma anche che l’UE prenderà provvedimenti veri e concreti come misure restrittive, perché questo è ciò che succede e non è in discussione. Non dico addirittura di uscire dalla bolla e andare ad assaggiare i piatti di uno dei tanti ristoranti brussellesi di cibo libanese, siriano o palestinese e toccare con mano, parlando con cuochi e camerieri, cosa significhi avere dei familiari che si stanno nascondendo, che stanno fuggendo, che sono in ospedale o in qualche fossa comune a migliaia di chilometri di distanza. Ma, ora, con l’esperienza della Flotilla che sbatte in faccia tutta la complicità e l’inutilità dei governi europei e delle istituzioni UE, basterebbe guardare ai volti di questi cittadini, europei e non, che stanno tenendo sulle loro spalle la dignità di un pezzo d’Occidente e d’Europa e per questo stanno subendo torture e derisioni da un governo le cui mani hanno stretto e continuano a stringere tutti i nostri leader. 

    Quello che sfugge è il senso delle parole, e lo diciamo spesso da non farci più caso. Pro-Pal è come piace a tanta stampa etichettare chi manifesta contro il genocidio ed è funzionale a creare una caricatura, a sminuire le persone in piazza che si espongono. Ma se provassimo a scrivere Pro-Diritto Internazionale, Pro-Rispetto del Diritto, Pro-Rispetto della Legge che ci siamo dati dopo la Shoah, cosa succederebbe? Perché nessun leader di Bruxelles si sentirebbe davvero libero di poter dire impunemente che il diritto internazionale è un fardello o una barzelletta. E anche se vediamo da trenta mesi che per i leader europei il diritto internazionale vale fino a un certo punto, cioè fino a quando dice il governo israeliano, il fatto è che per le società europee non è così, e la loro rabbia è anche, e a tratti soprattutto, verso i propri rappresentanti proprio per questo atteggiamento, che se non è complicità allora è inutilità. Ecco perché la domanda parte da Gaza, si allarga alla Palestina, al Libano, alla Siria, all’Iran, al Venezuela, e arriva fino a noi e alla sostanza delle nostre società.
    Che la democrazia rappresentativa fosse in crisi lo sappiamo da qualche decennio. Ma oggi che valore democratico ha l’istituzione che non dà risposte, che non si espone, che non agisce di fronte al crimine che quotidianamente viene commesso e alla domanda di giustizia che sale dalle piazze? Che non fa nulla contro un genocidio né contro i rapimenti in acque internazionali dei suoi stessi cittadini? Che non si vergogna di questo suo rimanere bolla e, poi, con un atteggiamento quasi da Ancien Régime, rivendica una posizione di superiorità in etica, morale e valori democratici? Come può non rendersi conto di essere inutile, se non complice?
    Tags: cittadinigazaue

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