Bruxelles – Una mostra che restituisce ai bambini il loro spazio. HeART of Gaza è un progetto avviato da Mohammed Timraz – fondatore dei progetti We Are Not Alone e HeART of Gaza, sopravvissuto al genocidio di Gaza e dottorando in arteterapia presso l’Università di Parma – per offrire una ‘tenda dell’arte’ ai ragazzi e alle ragazze della striscia di Gaza. Quella che era nata come una singola tenda si è trasformata nel tempo in 17 postazioni in tutta Gaza City e in una collaborazione con l’iniziativa ‘We are not alone’ per la distribuzione di acqua, cibo, donazioni in denaro, medicinali, vestiti e latte in polvere. HeART of Gaza collega il lavoro sul campo in Palestina con mostre d’arte e scambi artistici internazionali, per sensibilizzare sul genocidio e mostrare Gaza attraverso gli occhi dei più piccoli. I loro disegni sono arrivati a Bruxelles, all’Erasmus Brussel University of Applied Sciences and Arts, per la seconda edizione del Kinderrechtenwerf, il “cantiere dei diritti dei bambini”, organizzato per il 21 maggio. Ad occuparsi in prima persona di portare HeART of Gaza a Bruxelles, sono stati i professori dell’università Erasmus Kaat Verhaeghe e Minne Huysmans.
Eunews: Qual è la storia dietro questa mostra?
Kaat Verhaeghe: “Mohamed Timras e Féile Butler volevano portare in superficie voci nascoste. I bambini hanno deciso di raccontare quello che è successo a Gaza – e che sta ancora accadendo – attraverso il disegno. Questi bambini, profondamente colpiti dalla guerra, sono spesso invisibili e inascoltati. Non è che gli manchi una voce, ce l’hanno. Ciò che manca è un pubblico disposto ad ascoltare. La mostra è stata creata insieme a loro: hanno avuto voce in capitolo anche su quali disegni potevano essere utilizzati. Da lì è stata condivisa sui social media, dove ha ottenuto una grande attenzione, e ha ora raggiunto 90 Paesi in due continenti. Ho visto la mostra all’università di Bologna e poi l’ho portata con me a Bruxelles. È simbolico: la mostra stessa viaggia di Paese in Paese, e ora è qui da noi”.
E: Come reagiscono i vostri studenti al tema del genocidio in corso a Gaza?
Minne Huysmans: “Iniziative come questa creano connessioni che attraversano i confini. Risuonano profondamente con molti dei nostri studenti, la maggior parte di loro ha un background migratorio. Sono invitati a una riflessione personale sulle proprie storie e le proprie origini. Credo che impongano una domanda a noi come professionisti, ricercatori e accademici: qual è il nostro ruolo di fronte a un genocidio e a un conflitto che avvengono lontano? Quali sono le implicazioni per la vita quotidiana delle persone in un contesto specifico come Bruxelles? Noi contribuiamo alla formazione dei nostri studenti e allo stesso tempo impariamo da loro. Sono in una transizione da giovani a professionisti, portano nel campus le diverse prospettive della città. Questo può generare tensioni, ma ci aiuta tutti a riflettere sulla nostra posizione”.
Gli organizzatori della mostra hanno cercato a lungo di portarla al Parlamento europeo, ma non ci sono riusciti. La mostra, ora, è in un’università. Che cosa dice del suo ruolo?
M.H.: “C’è sempre l’istituzione – l’università – che vuole accogliere quante più persone possibile ed è quindi molto attenta alla propria posizione e il proprio ruolo. C’è questa ricerca della neutralità. Ma allo stesso tempo, c’è anche il ruolo che dobbiamo assumere come educatori, come ricercatori, come persone che lavorano con gli altri e hanno un interesse in come si forma la società. Penso che il pericolo sia vedere la neutralità come il non dire nulla. Non dicendo nulla, si sta anche dicendo qualcosa. Le università hanno un ruolo nell’educare, nella ricerca e un terzo ruolo nell’assumere una posizione più chiara, guidata dalla giustizia sociale e dai diritti umani. Da questa prospettiva, diventa facile dire che sì, anche noi abbiamo una voce in capitolo”.
E: Com’è stato lavorare con questo tipo di materiale?
K.V.: “Mi ha toccato molto profondamente, è un tema da trattare con il massimo rispetto. Deve esserci cura nei confronti delle voci dei bambini. Loro non sono qui e alcuni sono morti durante il genocidio. Non bisogna trattare queste opere, questi disegni, come una vetrina. Non possiamo dire ‘siamo felici che la mostra sia arrivata da noi’. È terribile che sia qui e che ci sia bisogno di darle risonanza. Ma abbiamo il dovere di amplificare le voci dei ragazzi: speriamo di potergli rendere giustizia”.
M.H.: “Sono sempre più convinto che il cambiamento avvenga attraverso la comunità locale in cui si lavora. Stiamo portando una storia che viene da un’altra parte del mondo, ma la stiamo collegando alla realtà vissuta qui. Non è facile, ma so che stiamo restituendo umanità a eventi che ci chiamano in causa. Sono convinto che il nostro lavoro sia importante quanto la discussione e il dibattito politico di livello superiore”.














