Bruxelles – Nel primo trimestre del 2026, l’Unione europea ha importato dalla sola Cina merci per 145,3 miliardi di euro, mentre le sue esportazioni verso gli Stati Uniti, primo mercato di sbocco di commercio, sono diminuite del 30,4 per cento rispetto all’anno precedente. Questi due dati emblematici, rilevati dall’Ufficio di statistica dell’UE, Eurostat, indicano la complessità degli scambi dell’Unione, caratterizzati da una forte dipendenza manifatturiera dall’Asia e da una perdita di trazione commerciale in Occidente. Nonostante un surplus commerciale positivo di 12,7 miliardi di euro – derivante da 640,5 miliardi di esportazioni a fronte di 627,8 miliardi di importazioni -, il quadro generale mostra un chiaro rallentamento strutturale, con una contrazione su base annua del 3,3 per cento per l’import e dell’8,8 per cento per l’export.
La mappa geografica dei flussi di commercio evidenzia la centralità di Pechino e Washington, ma con dinamiche invertite. Se sul fronte degli approvvigionamenti la Cina si consolida come primo fornitore coprendo il 23,1 per cento del totale (145,3 miliardi), seguita dagli Stati Uniti al 13,7 per cento (85,9 miliardi) e dal Regno Unito al 6,3 per cento (39,5 miliardi), la domanda interna europea verso questi partner storici è in calo, registrando flessioni negli acquisti da Turchia (-7,5 per cento), USA (-5,7 per cento) e Regno Unito (-3,4 per cento). Al contrario, la dinamica delle esportazioni vede gli Stati Uniti in testa con il 18,6 per cento del totale (119,4 miliardi), seguiti da Regno Unito (13,8 per cento), Svizzera (8,9 per cento) e Cina (7,4 per cento). Tuttavia, il dato più critico risiede proprio nella riduzione generalizzata delle vendite all’estero, che oltre al già citato crollo americano colpisce anche i mercati di Turchia (-8,2 per cento) e Cina (-7,9 per cento).
L’incrocio di queste traiettorie di commercio accentua le vulnerabilità strutturali del mercato unico. Il macroscopico deficit con la Cina, da cui l’UE importa circa tre volte tanto rispetto a quanto riesce a esportare, evidenzia una subordinazione strategica per prodotti finiti, tecnologia e componenti della transizione verde come batterie e terre rare, esponendo l’Europa a shock di fornitura o instabilità geopolitiche. Parallelamente, il forte calo dell’export verso gli Stati Uniti riflette sia l’impatto di misure protezionistiche interne come l’Inflation Reduction Act, sia un indebolimento della domanda d’oltreatlantico per l’automotive e i macchinari europei, spingendo l’Unione a interrogarsi sulla propria competitività di prezzo.
A lungo termine, per il Fondo monetario internazionale, la contrazione dell’8,8 per cento delle esportazioni globali su base annua indica che l’industria europea fatica a competere a causa di costi energetici elevati e standard ambientali rigorosi, fattori che rischiano di alimentare la deindustrializzazione. Quando le produzioni si spostano permanentemente all’esterno, l’Europa non perde solo posti di lavoro e ricchezza, ma subisce un impoverimento del proprio know-how tecnologico. Per questo motivo, i dati del primo trimestre del 2026 spingono l’UE verso le politiche di de-risking e reshoring, intese come strumenti necessari per diversificare i fornitori, rimpatriare le filiere strategiche e tutelare la propria autonomia economica globale.



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